
Matthieu Ricard - monaco tibetano
A colloquio con Matthieu Ricard, il monaco tibetano di origine francese che si è guadagnato il titolo di uomo più felice del mondo.
Che faccia potrà mai avere l’uomo più felice del mondo? Felice, indubbiamente. O, per meglio dire, serena. Imperturbabile di fronte ai mille piccoli inconvenienti della vita di ogni giorno. È la prima cosa che viene in mente incontrando Matthieu Ricard, classe 1946, nato in Francia ma monaco tibetano dal 1979, che si porta appresso la scomoda etichetta di «uomo più felice del mondo»: non sarà stanco di mostrarsi sempre felice? «In realtà quella che mi hanno affibbiato è un’etichetta mediatica. Tutto è cominciato con una battuta in un documentario australiano, poi ripresa dal quotidiano britannico “The Independent”. Ma se mi devono definire in qualche modo, meglio “il più felice del mondo” che il più infelice. No?», scherza Ricard, imperturbabile nelle vesti da monaco buddhista che stonano un po’ con il cellulare e il portatile che lo accompagnano nella sua trasferta europea. «Al massimo si può dire che sono il più felice tra le persone che sono state studiate, che non sono molte».
Il riferimento è a un esperimento ormai celebre, realizzato da Richard Davidson dell’università del Wisconsin a Madison, che ha misurato con la risonanza magnetica funzionale l’attività cerebrale di un gruppo di esperti in meditazione tibetana. Scoprendo che, su una scala che va da + 0,3 dell’infelicità a – 0,3 di uno stato di beatitudine, Ricard registrava un incredibile 0,45. È lui stesso a mostrarci sul suo portatile il grafico che riassume i risultati dello studio, in cui il dato che lo riguarda compare come un puntino isolato in cima alla classifica. Regalandogli un titolo che non rende conto dell’originalità del suo percorso: figlio del giornalista e filosofo Jean Franois Revel e allievo del premio Nobel Franiois Jacob con cui ha ottenuto un Ph.D. in biologia molecolare, Ricard ha abbandonato la Francia nel 1972, cinque anni dopo il suo primo viaggio in Nepal, per trasferirsi sulle montagne dell’Himalaya.
Resta il dubbio di come definire la felicità. Che Ricard ha raccontato nel suo saggio Il gusto di essere felici, pubblicato in Italia da Sperling&Kupfer. E che in questo caso si identifica soprattutto con l’attività della corteccia prefrontale sinistra, un’area cerebrale che vari studi associano alle emozioni positive. Pochi dubbi invece sul fatto che il risultato ottenuto da Ricard si debba alla sua esperienza trentennale con la meditazione, che l’ha portato a modulare a piacere i propri stati d’animo. Una condizione privilegiata che il diretto interessato analizza con lo sguardo del ricercatore. «Sono solo passato da un laboratorio di biologia a un laboratorio di contemplazione», spiega. «E grazie all’esperienza del Mind and Life Institute (il progetto di collaborazione tra buddismo tibetano e neuroscienziati, N.d.R.) mi sono perfino ritrovato a collaborare con un ricercatore, Bennett Shapiro, conosciuto quarant’anni fa all’istituto Pasteur».
La sua resta comunque una scelta radicale: «Da ragazzo ho avuto l’opportunità di incontrare persone interessanti, scienziati o artisti come Igor Stravinsky. Individui eccezionali per le loro competenze, non per la loro qualità come esseri umani», spiega Ricard. «Quello che mi ha colpito nei maestri tibetani è proprio la coerenza tra l’insegnamento e l’insegnante. Avevo già conosciuto persone di cui avrei voluto acquisire le capacità, ma per la prima volta mi sono trovato davanti a qnalcuno che mi ha fatto venire voglia di essere come lui. Come si può essere veri maestri se non si riesce a essere d’esempio?».
Scienza (empirica) della mente
Per capire il buddhismo bisogna andare oltre l’idea di religione nel senso convenzionale del termine: «Possiamo definirlo una scienza della mente, una lunga esperienza di investigazione empirica, una procedura, insomma, in grado dare risultati migliori di quelli che vengono da semplici ipotesi, anche se formulate da scienziati come Freud o gli altri padri della psicologia occidentale», sottolinea Ricard.
La meditazione come è intesa dalla tradizione orientale non è una ripetizione di formule o concetti, ma uno strumento per consentire alla mente di osservare se stessa. «Dal punto di vista buddista, la natura della mente è pura conoscenza, che lascia sempre spazio per un potenziale di mutamento», spiega Ricard. «La meditazione buddhista ci insegna a osservare spassionatamente quello che avviene nella nostra mente, i diversi stati emotivi, senza esserne influenzati. Come fa la luce, che non diventa preziosa o sporca a seconda che illumini spazzatura o pietre preziose. O, se vogliamo, come uno specchio che resta sé stesso qualunque cosa rifletta».
Può sembrare una riproposta del dualismo mente e cervello, «ma non è così», spiega Ricard con una metafora. «Le emozioni e la mente che le osserva non sono due realtà separate, ma due aspetti di una stessa realtà, come le profondità dell’oceano e le onde che lo increspano sono fatte della stessa acqua».
Un’immagine poetica, che serve a proporre un percorso di lavoro non facile – per la meditazione la pratica costante è essenziale – con finalità concrete. «Cambiare il nostro modo di essere e di vedere la vita. Non sperimentare attimi isolati di beatitudine, ma migliorare il nostro stato d’animo di base, quello a cui torniamo quando non viviamo esperienze intensamente positive o negative. Imparando a non sottostimare i poteri di trasformazione della nostra mente». Un’affermazione in linea con le più recenti teorie sulla neuroplasticità, che confermano come il cervello sia modificato dalle esperienze vissute: «E il processo mentale di arricchimento interiore generato dalla meditazione è una di queste», spiega Ricard.
Egoisti intelligenti
Diversi studi confermano che i meditatori esperti riescono a generare e modulare a piacere determinate attività cerebrali, tanto che molti consigliano di meditare la mattina appena alzati per dare un tono positivo alla giornata, o la sera per influenzare il sonno. «In questo senso, la nostra pratica ha molti punti in contatto con la psicologia positiva, che mette l’accento sugli aspetti positivi della natura umana, ma anche con il cognitivismo, che insegna a prendere coscienza dei meccanismi automatici che condizionano il nostro modo di vivere le situazioni», spiega Ricard.
Più critico il giudizio sulla psicoanalisi, il cui riferimento all’inconscio ha qualche analogia con quello che lui definisce «gli strati esterni di nuvole generati dal caos della nostra mente, che ci impediscono di sperimentarne l’essenza fondamentale». Per Ricard insomma la felicità si costruisce.
O meglio se ne pongono le basi dando spazio a emozioni positive come l’altruismo, l’atteggiamento compassionevole nei confronti dei propri simili che è una delle basi della filosolia buddhista. «Sappiamo che un atteggiamento altruista migliora il benessere di chi lo vive, anche a prescindere dalle reazioni altrui», spiega. È quello che il Dalai Lama definisce egoismo intelligente, per distinguerlo dall’egoismo sciocco di chi si preoccupa solo di se stesso e così finisce col farsi del male:
«Se cerchiamo di fare del bene ai nostri simili non è affatto detto che loro apprezzino, ma è certo che farà del bene a noi. E che con il tempo le emozioni positive cambieranno il nostro atteggiamento, rendendoci meno impazienti e meno portati agli sbalzi di umore. In sintesi avremo maggiori risorse per affrontare gli alti e bassi della vita».
La gestione del dolore
Le emozioni dolorose insomma non si possono evitare, ma si può imparare a gestirle:
«Senza eseluderle, ma evitando di esserne assorbito o di viverne le conseguenze negative, per esempio la distorsione della realtà, l’attaccamento, la sofferenza», spiega Ricard. «O imparando a sperimentarne gli aspetti positivi, per esempio apprezzando il senso di autostima che ci deriva dall’essere orgogliosi senza sconfinare nell’arroganza, il piacere dell’amore senza scivolare nell’attaccamento».
E’ un’altra tappa verso la costruzione della felicità, e se i primi studi sulla meditazione hanno esaminato problemi cognitivi, oggi i ricercatori affrontano il più difficile terreno della percezione delle emozioni. «Di solito emozione e cognizione vanno insieme, al massimo la tua reazione a un evento è attenuata se sei assonnato o distratto», spiega Ricard.
«Recenti studi mostrano che si può arrivare a percepire molto intensamente uno stimolo piacevole o spiacevole, ma senza provare l’esperienza emotiva che di solito lo accompagna». Un risultato che
potrebbe essere importante per quanti lavorano a contatto con la sofferenza, a rischio di rinchiudersi nell’indifferenza o cadere nel burnout.
«È naturale percepire il dolore degli altri: solo gli psicopatici non riescono a immedesimarsi nelle emozioni altrui. Il problema è che questo genera sofferenza», spiega Ricard. «L’obiettivo della meditazione è generare amore incondizionato, in modo da superare la sofferenza personale e arrivare a percepire empatia e compassione libere da effetti negativi. Persone molto affettuose e attente riescono a farlo spontaneamente, ma può essere anche un utile allenamento per chi svolge lavori che implicano uno stretto contatto con altri».
Per ora ci sono ricerche che confermano che la pratica della meditazione aiuta a leggere le emozioni altrui. «Nel corso di uno studio sul riconoscimento delle micro-espressioni facciali realizzato da Paul Ekman, abbiamo verificato che io e un altro monaco, senza rendercene conto, risultavamo molto più abili e sensibili rispetto a migliaia di altri soggetti già testati in precedenza», osserva Ricard.
I vantaggi cognitivi
È noto che la meditazione può influenzare le capacità cognitive. Una curiosa indicazione viene dallo studio del sonno: «Sappiamo che in genere le persone cambiano spesso posizione mentre dormono, almeno 15 volte nel corso della notte, mentre chi è addestrato alla meditazione in genere rimane immobile, sdraiato sui fianco destro con la mano destra sotto la testa – si pensa che questo serva a inibire le emozioni negative sviluppate dai “canali sottili” del lato destro del corpo – o addirittura seduto a gambe incrociate», spiega Ricard. «Ho verificato su me stesso – continua – e ho riscontrato che, oltre ad aver bisogno di poche ore di sonno come la maggior parte delle persone che meditano, non cambiavo posizione. Il che fa pensare a una diversa distribuzione delle fasi del sonno».
Sappiamo anche che la meditazione aiuta a evitare la cosiddetta «caduta di attenzione», la pausa che facciamo quando ci viene chiesto di rispondere a una serie di stimoli, immagini o parole, in rapida sequenza. «Una pausa che aumenta con l’età, ma che per i meditatori esperti è minima o assente», osserva Ricard.
Altre ricerche mostrano che chi medita non solo fa meno errori rispetto alla media nei test sulla valutazione dell’attenzione, ma invece di stancarsi via via che il test procede entra in un flusso di attenzione che gli consente di ottenere un risultato migliore senza sforzo: «Si è addirittura verificato, in uno studio realizzato da Julie Brefczynski e Antoine Lutz, che i meditatori esperti mostrano un’attivazione minore delle aree dell’attenzione rispetto ai principianti pur ottenendo ottimi risultati nel test: come se riuscissero a mantenere l’attenzione con uno sforzo minore», sottolinea Ricard.
Meditate, gente, meditate…
Alcune delle ricerche più recenti riguardano gli effetti della meditazione su chi la pratica da poco tempo. «I primi studi sui meditatoci esperti sono serviti a vedere se la meditazione influiva sul funzionamento del cervello. La tappa successiva sono studi per valutare che cosa succede con i principianti», spiega Ricard. «Ci sono già ricerche che mostrano che con pochi mesi di meditazione si potenzia la risposta immunitaria, e un recente studio della Harvard University mostra che i cambiamenti strutturali prodotti nel cervello dalla meditazione, per esempio si è osservato un aumento di volume in alcune aree della corteccia cerebrale, permangono a lungo termine». E altri studi ancora in corso mostrano che la pratica meditativa consente anche di modulare la risposta al dolore fisico:
«Ma a essere davvero rivoluzionario è l’approccio. La gente pensa di non poter modificare tratti caratteriali come la depressione, ma con un adeguato impegno questo è possibile», osserva Ricard.
Questione di punti di vista. Non a caso il monaco ricercatore è anche un fotografo con al suo attivo diverse pubblicazioni: «Ho ricominciato a fotografare per il desiderio di condividere le bellezze che ho davanti agli occhi», spiega. «Quando ho lasciato la Francia ho venduto le mie macchine fotografiche, poi mi sono detto che era un peccato: in tante mostre ho visto solo immagini di degrado e miseria. Io voglio dare una visione positiva dell’esistente. Credo, nonostante tutto, nella bellezza intrinseca degli esseri umani».
Di Paola Emilia Cicerone . da “Mente & cervello” – luglio 2008
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