Nov 20

Il vagabondo del Dharma

Il vagabondo del Dharma

Thich Nhat Hanh è un vero maestro Zen. Questa frase non può essere spiegata, è priva di senso come uno dei sublimi koan che i patriarchi zen raccolsero nella famosa raccolta della Roccia Blu. I koan avevano lo scopo di guidare la mente attraverso l’illusione, distruggere l’abitudine della mente a riconoscere solo quello che già conosce. Per farlo bisognava disorientare l’abitudine senza sostituirla con un’altra. Solo così la mente può vedere se stessa e vedere che non esiste, che non ha principiofine, che non nasce e non muore ma solo si trasforma in una naturale impermanenza. Perché non ha senso dire che il grande maestro vietnamita è vero, esiste, insegna lo zen secondo la via della compassione e dell’illusione affascinando con la sua leggerezza chiunque lo ascolti?

Chi ha avuto modo di seguire gli insegnamenti che Thich Nhat Hanh ha dato a Roma in questi giorni ha la certezza di aver ricevuto da lui una pratica che lo guiderà verso il Risveglio che non è un’esplosione di beatitudine oltremondana o un paradiso a colori o una semplice intensificazione di qualche felicità che possiamo immaginare. Il Risveglio è il fine di qualsiasi pratica insegnata dal Buddha ma è anche uno dei luoghi più ambigui dentro cui i nostri desideri possono smarrirsi e trasformarsi in incubi. Forse non è proprio vero che il Buddha abbia detto che la via spirituale può essere anche la via più rapida per scivolare negli inferni, però rende bene l’idea della trappola che la mente prepara quando immagina i luoghi o i modi della sua salvezza servendosi della speranza o della paura. Eppure il Risveglio esiste ed è alla portata di chiunque, come chi illumina una stanza accendendo una lampadina.

Questa semplicità disarmante è il cuore dell’insegnamento di Thich Nhat Hanh. Per mostrare il segreto dei segreti gli basta un foglio di carta bianca tenuto tra le dita come una farfalla pronta a volare mentre lui stesso sembra diventare sempre più leggero e trasparente fino a mostrare ai suoi discepoli niente più che un delizioso sorriso, come il gatto del Cheshire in Alice nel paese delle meraviglie.

Dunque, un foglio di carta. È qui tutto lo Zen che vi serve o che potrete imparare. Nel foglio bianco, potete vedere l’albero, il sole, il cielo, la pioggia, la terra, il cosmo… tutto quello che lo ha formato ma anche quello che diventerà se qualcuno vorrà bruciarlo o gettarlo via o dimenticarlo… la continuità di quel foglio è la continuità di quello che siamo. Già, il maestro cita volentieri Lavoisier e il suo «niente si crea e niente si distrugge ma tutto si trasforma». In fondo, tutto è energia. Ma questo non ci porterebbe certamente al Risveglio, pochi sarebbero disposti a credere che Lavoisier sia diventato un monaco zen. D’altronde sapere una cosa non significa niente se non se ne fa un’esperienza. Poco importa aver visto Thich Nhat Hanh insegnare tenendo il suo pezzo di carta tra le dita e farlo sparire nella nostra mente se noi non ci identifichiamo con quel foglio e se alla fine, seguendo il monaco zen nella sua vertiginosa semplicità, ancora più vertiginosa di quanto non appaia nei suoi magnifici libri, non ci rendiamo conto di non esistere come individui ma solo come parte di un tutto che a sua volta è nutrito di Nulla.

A volte l’occidente scambia l’insegnamento Zen con i suoi arredi, sale rigorosamente nude, eleganza stilizzata, giardini di sabbia, campane, abiti dai colori spenti ed essenziali, e un profumo di piacevole assurdità che inebria per un po’ la mente come un incenso. Ma basta guardare Thây, il monaco e maestro, per capire che la vera difficoltà di un insegnamento come il suo consiste nel non lasciare residui, nel non voler sedurre la mente con alcuna forma di esotismo, niente California, niente New Age, niente luoghi di «potere» o fonti miracolose, soprattutto niente «Cocoon», per favore. Dunque noi siamo un foglio di carta, che non è sempre stato un foglio di carta e neppure un albero o una foglia ed neppure una radice o l’acqua che l’ha nutrito o il cielo che ha sospinto la nuvola.

Il maestro parla dolcemente con il foglio di carta o con la fiamma del fiammifero che lo brucerà. «Da dove sei venuto?», gli chiede e la sua vocina si trasforma dopo un po’ nella risposta: «From nowhere…», da nessuna luogo. Silenzio. Suono profondo e vago di una campana che è la voce del Buddha. Poi di nuovo: «Dove andrai quanto ti avrò bruciato?»… «Da nessuna parte». Da nessuna parte. Ecco, all’improvviso l’insegnamento, la vertigine, qualcosa che si rompe nella mente. Verso nessun luogo, da nessun luogo. E un koan? È un frammento della Roccia Blu? No, è il punto di partenza e di arrivo non dello zen, non di Thich Nhat Hanh, ma il nostro; possiamo verificarlo ascoltando il tempo strisciare dietro lo spegnersi della campana che un monaco batte tre volte, o nel respiro che si placa fino al silenzio o nel passo ritmato e lento che ci mostra qualcosa di inatteso… noi non camminiamo, noi non respiriamo, noi non siamo. È il tempo la vera rivelazione perché mentre il foglio finalmente brucia e la farfalla diventa cenere, sperimentiamo il presente, la beatitudine

La beatitudine di cosa? Dov’è finito il nostro Ego che reclamava il Risveglio? Quell’Ego che aveva preso il treno, guidato la macchina, dato appuntamento, distribuito abbracci e saluti, letto i libri di Thich Nhat Hanh e magari lo aveva intervistato chiedendogli qual era il senso finale dello Zen. Dov’era finito l’ego che si era sentito giusto al posto giusto nella sala degli insegnamenti, che si era sentito buono e pieno di compassione, saggio e amorevole, l’Ego buddista insomma? L’ego buddista non c’era più, e neanche tutti gli altri Ego che lo avevano preceduto e scortato. Cosa fosse apparso al suo posto lo potrebbe raccontare solo un’onda schiumosa, l’onda scintillante di Hokusai, l’onda più famosa ed eterna nella sua impermanenza, dopo che si era tuffata di nuovo nell’oceano diventando quello che era sempre stata. Le onde, si sa, non parlano e chiunque non avesse percepito nell’aria il dissolversi del tempo o avesse solo annusato quella fragranza senza riuscire a trattenerla, poteva ricorrere ancora una volta ai mezzi abili che il monaco vietnamita distribuiva a tutti come un mago gentile e che tutti sentivano di possedere.

La compassione, la gentilezza, il dissolversi della rabbia, la paura della morte diventavano a volta a volta aspetti contagiosi di quel sentimento della presenza intramontabile del vuoto che non era più il Nulla ma una creatività spontanea e impersonale che ci permette di essere qualsiasi cosa, una roccia felice nel deserto o una foglia in un bosco autunnale o una nuvola d’oro che si disfa nel cielo, una nuvola che non nasce e non muore. Morte solo del decrepito ego individuale. Il monaco vietnamita lo sa, perché è in quel momento che nascono la compassione, l’amore, la tolleranza, la coscienza che la morte non esiste, che non c’è inizio, non c’è fine, non c’è passato, non c’è futuro. Solo la beatitudine del presente nell’essere nulla. Certo, è facile dirlo ma l’ego, alla fine, riemerge, Basta un dolorino alle ginocchia per chi sta seduto sul pavimento, o la fame, o il tempo afoso, magari un po’ di cervicale o l’abbaiare di un cane… qualsiasi cosa ridesta la potente illusione dell’Ego che si nutre di desideri.

L’Ego ha sempre fame, è bulimico e anche anoressico, è sempre all’inseguimento o in fuga da qualcosa che si manifesta nel passato o nel futuro. Mai nel presente. Per questo il desiderio ci porta sempre in un luogo che non esiste. In questo non-luogo dove i desideri si moltiplicano a mano a mano che vengono raggiunti, noi non possiamo vivere. Siamo morti e paradossalmente, abbiamo paura della morte come se fosse un evento futuro. I desideri vivono al nostro posto finché ci nutrono con l’illusione del tempo che scorre. Thich Nhat Hanh brucia il foglio di carta, disperde la rabbia, l’odio, l’egoismo. La cenere scompare, lui stesso scompare a poco a poco nell’aria sottile del tramonto. Non c’è Zen, non c’è maestro, non c’è più vero o falso.

Il respiro dei discepoli diventa silenzioso come il battito del cuore. Si potrebbe restare così, in pace, per sempre, se un «sempre» esistesse davvero.

Di Ugo Leonzio.

Tratto da “L’Unità”, 1° maggio 2003

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