Dic 11

Modificare il cervello

Modificare il cervello

Richard Davidson, psicologo dell’università del Wisconsin, svolge ricerche sugli effetti delle emozioni sul cervello. Egli ha visto che nel nostro normale stato di coscienza abbiamo reazioni emotive più forti rispetto a quando usiamo l’autosservazione (self monitoring) o piena coscienza. Se osserviamo noi stessi come si osserva un oggetto esterno a noi, se osserviamo, cioè, come un oggetto esterno a noi le nostre emozioni, le nostre immagini mentali e gli stessi pensieri, senza giudicarli e senza identificarci con essi, tutti questi “messaggi” vengono privati della loro forza.

La scoperta dell’encefalo plastico
Quando proviamo sentimenti molto disturbanti (rabbia, paura o qualsiasi tipo di pulsione), un’onda di messaggi sgorga dall’amigdala (centro profondo della parte emotiva del cervello: magazzino dei ricordi emotivi) e raggiunge e travolge le aree prefrontali (centro cerebrale che viene usato per la riflessione e la decisione). Se, invece, osserviamo questi “messaggi” a lungo, intensamente, senza giudicarli e senza identificarci con essi, le aree prefrontali attenuano le “ondate” che provengono dall’amigdala, funzionando in modo simile ad una “diga” che trattiene la potenza di un fiume in piena e lasciando passare solo un rivolo innocuo. L’autosservazione rafforza questa “diga”, i circuiti neurali si rafforzano proprio come quando si ripete un esercizio per rafforzare un muscolo.

Attraverso l’autosservazione è possibile attenuare le emozioni e, una volta attenuate, sostituirle con altre emozioni giudicate non disturbanti attraverso la formulazione di pensieri diversi che vengono decisi in modo intenzionale e consapevole. La piena coscienza può spostare la mente dalle emozioni autodistruttive e negative verso quelle positive: il cervello è “plastico” per tutta la vita e si trasforma se noi vogliamo.

Una rilevante scoperta scientifica per certo è quella del cosiddetto “encefalo plastico“: nel cervello umano vi sono aree che rispondono unicamente al codice genetico, ma vi sono “zone plastiche”, che possono modificarsi. Le aree che vengono modificate dalle abitudini, dall’apprendimento, sono quelle frontali e le zone anteriori dell’area temporo-parietale.

Se oggi Freud chiedesse qual è la sede dell’inconscio, potremmo rispondere che si trova nei lobi frontali collegati con il sistema limbico. Essi sono la sede della cognitività e dell’apprendimento, come pure della creatività e dei sogni. Ma i lobi frontali sono modificabili dall’esperienza, così come può subire l’influenza dell’ambiente e modificarsi anche il sistema limbico – cioè gran parte di quello che, un tempo, veniva indicato come “rinencefalo” -, il complesso di strutture encefaliche che occupano la parte mediale e ventrale degli emisferi, del quale l’ipotalamo è uno degli elementi centrali e che è implicato anche nel comportamento sessuale e in varie emozioni. Ogni esperienza nuova, a lungo ripetuta, ogni attività cognitiva e ogni apprendimento svolge una vera e propria azione biochimica sull’encefalo plastico e modifica le strutture biologiche cerebrali.

Come interrompere la catena delle azioni non ponderate
Il neuro-chirurgo Benjamin Libet ha fatto una scoperta notevole. Monitorando l’attività elettrica del cervello durante gli interventi e parlando con il paziente, sottoposto ad anestesia locale, (il cervello, isolato da tutto il resto, non ha terminazioni nervose e perciò non prova dolore) gli chiedeva di compiere un movimento, per esempio, di muovere un dito. La parte del cervello, che regola il movimento indicato, iniziava sempre la sua attività ¼ di secondo prima che l’intenzione di attuare il movimento giungesse alla “consapevolezza“. Quindi l’emozione parte ¼ di secondo prima della consapevolezza e la consapevolezza arriva ¼ di secondo prima dell’azione intenzionale.

Questo ultimo quarto di secondo è “cruciale”: è il momento in cui abbiamo il potere di agire o di non agire. Questo è il momento in cui la piena coscienza può inserirsi per spezzare le sequenze automatiche e inconsapevoli. La piena coscienza ci fornisce una via d’accesso negli intervalli fra le emozioni e le azioni. La piena coscienza può darci il potere, per esempio, di non agire se l’impulso fortissimo del “prurito”, determinato da una ferita, ci spinge a grattarci, peggiorando la nostra lesione: se non esercitiamo un self monitoring, ci grattiamo automaticamente.

Se, per esempio, impariamo ad osservare gli impulsi che derivano dalle nostre paure di abbandono, di insuccesso o di catastrofi, abbiamo la possibilità di non agire come loro ci indurrebbero a fare. La psicologa cognitiva Tara Bennett-Goleman scrive: “Aumentando l’influenza della piena coscienza, siamo in grado di notare il primissimo pensiero automatico che si nasconde dietro l’impulso di agire. Questo ci dà la libertà di interrompere in quel punto stesso la catena delle reazioni non ponderate. La piena coscienza sposta la nostra attenzione dall’immersione nelle reazioni emotive – come per esempio la rabbia – alla consapevolezza della relazione tra il nostro stato mentale e ciò che la mente sta percependo. Piuttosto che abbandonarci alla collera e a tutti i pensieri e i sentimenti che ne derivano, possiamo limitarci a notare che stiamo provando rabbia”.

Grazie alla piena coscienza si può dare vita ad un processo molto diverso dalla rimozione o dalla semplice repressione, per esempio, della rabbia: rimozioni e repressioni non sono veramente in grado di distruggere le catene degli automatismi. Scrive, infatti, Tara Bennett-Goleman: “grazie alla piena consapevolezza […] non sopprimete la rabbia, ma nemmeno agite direttamente a partire da essa. Ora avete la libertà di dare una risposta ponderata”.

Per poter dare una risposta ponderata, che cerca ciò che è realistico e naturale per il nostro essere, bisogna ridurre prima la forza delle emozioni, delle abitudini e degli automatismi (coazione a ripetere) e questo può essere fatto con la piena coscienza o self monitoring.

Dopo aver ridotto la forza delle passioni incontrollate e aver detto di no, bisogna cercare di diventare sempre più consapevoli dei motivi per cui l’oggetto del desiderio al quale abbiamo rinunciato è sbagliato, sempre più consapevoli della sua illusorietà, del fatto che rappresenta soltanto un soddisfacimento momentaneo, che non risolve i problemi più profondi della persona e che, alla lunga, impedisce la propria realizzazione e felicità, in modo analogo a quanto succede nel caso del fenomeno della tossicodipendenza. Questo lavoro fatto di consapevolezza e di riflessione avviene all’interno di quello che la psicologia moderna chiama il sistema del .

Il sistema del sé è analogo a ciò che la cultura religiosa ebraica chiamava con il termine di “cuore“. La cultura ebraica concepisce il cuore come l’interno dell’uomo in un senso molto ampio. Oltre ai sentimenti il cuore comprende anche i ricordi, le idee, i progetti e le decisioni: il cuore è il centro dell’essere, dove l’uomo dialoga con sé stesso e assume le proprie responsabilità. All’interno dell’uomo (il cosiddetto cuore della cultura ebraica) avviene il conflitto fra le passioni, la volontà e la ragione; all’interno nascono i tentativi di riportare ordine fra queste potenze dell’anima e sempre dal cuore hanno origine i dialoghi che l’uomo intraprende con sé stesso, dialoghi interiori che lo portano prima a interpretare i “messaggi” interni ed esterni, poi a decidere e ad agire.

Bisogna amare ciò che si sceglie
Solo dopo un corretto lavoro svolto nel proprio cuore – cioè dopo un continuo e perseverante dialogo interiore, finalizzato a dissolvere in maniera critica le illusioni e a diventare consapevoli della realtà – la rinuncia a un piacere disordinato si trasforma nella “preferenza” verso un altro piacere, un piacere ordinato che non contrasta con la verità e con la giustizia. Solo allora la rinuncia si trasforma nella scelta di un altro obiettivo e di un’altra direzione di marcia.

Quando si guida un’automobile, per esempio, non basta non andare in una certa direzione, ma occorre imboccare un’altra strada e bisogna amare la meta da raggiungere. Non fare qualcosa di negativo è soltanto la condizione indispensabile e iniziale per poter fare qualcosa di positivo. Non si può rinunciare a qualcosa senza sapere il perché, senza sapere cosa si sceglie in cambio e senza amare ciò che si sceglie: in caso contrario ciò a cui si rinuncia finisce per ossessionarci (nessuno, infatti, può fare niente per niente).

In questo modo la persona progredisce dirigendo, regolando, mettendo in equilibrio e utilizzando costruttivamente tutte le proprie energie. Si tratta di un’opera simile a quella che l’essere umano svolge nei confronti delle forze della natura, come quando incanala verso una centrale di energia le acque torrenziali.

Di Bruto Maria Bruti

Fonte: http://www.futureshock-online.info

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