Gen 02

Il modello olografico

Il modello olografico

Mentre il modello tradizionale della psichiatria e della psicoanalisi è strettamente personalistico e biografico, l’attuale ricerca sulla coscienza ha aggiunto nuovi livelli, regni e dimensioni e mostra che la psiche umana è essenzialmente commisurata all’intero universo e all’intera esistenza.
Stanislav Grof – Oltre il cervello

Un’area di ricerca sulla quale il modello olografico ha avuto un impatto è la psicologia . Questo non è sorprendente, poiché, come Bohm ha fatto notare, la coscienza stessa fornisce un perfetto esempio di ciò che egli intende per movimento indiviso e fluido. Il flusso e riflusso della nostra coscienza non è precisamente definibile, ma può essere considerato come una realtà più profonda e fondamentale dalla quale scaturiscono i nostri pensieri e idee. A loro volta, questi pensieri e idee non sono dissimili dalle increspature, turbini e vortici che si formano in un ruscello che scorre, e, come i vortici in un ruscello, alcune possono ripetersi e persistere in modo più o meno stabile, mentre altre sono evanescenti e scompaiono alla stessa velocità con la quale appaiono.

L’idea olografica fa luce anche sulle inspiegabili connessioni che possono a volte verificarsi fra le coscienze di due o più individui. Uno degli esempi più conosciuti di una simile connessione è espresso nel concetto di inconscio collettivo formulato dallo psichiatra svizzero Carl Jung. Agli inizi della sua carriera, Jung si convinse che i sogni, i disegni, le fantasie e le allucinazioni dei suoi pazienti contenevano spesso simboli e idee che non si potevano interamente spiegare come prodotti della loro storia personale. Al contrario, quei simboli somigliavano maggiormente alle immagini e ai termini delle grandi mitologie e religioni del mondo. Jung giunse alla conclusione che miti, sogni, allucinazioni e visioni religiose scaturiscono tutte dalla stessa sorgente, un inconscio collettivo comune a tutte le persone.

Un’esperienza che condusse Jung a questa conclusione si verificò nel 1906 ed ebbe a che vedere con l’allucinazione di un giovane che soffriva di schizofrenia paranoide. Un giorno, durante i suoi giri di ispezione, Jung trovò il giovane in piedi davanti alla finestra che fissava il sole. L’uomo muoveva anche la testa da un lato all’altro in modo singolare. Quando Jung gli domandò cosa stesse facendo, egli spiegò che stava osservando il pene del sole, e che quando muoveva la testa da un lato all’altro, il pene del sole si muoveva facendo soffiare il vento.

All’epoca, Jung interpretò l’asserzione dell’uomo come frutto di un’allucinazione. Ma parecchi anni più tardi si imbatté in una traduzione di un testo religioso persiano antico di duemila anni, che gli fece cambiare idea. Il testo consisteva di una serie di riti e invocazioni atti a provocare visioni. Descriveva una delle visioni e diceva che se il partecipante avesse guardato il sole, avrebbe visto un tubo pendente da esso, e che quando il tubo si fosse mosso da un lato all’altro avrebbe fatto soffiare il vento. Dato che le circostanze rendevano estremamente improbabile il fatto che l’uomo avesse avuto contatto con il testo contenente il rito, Jung giunse alla conclusione che la visione del giovane non era un semplice prodotto della sua mente inconscia, ma che affiorata da un livello più profondo, dall’inconscio collettivo della stessa razza umana. Jung definì questo tipo di immagini archetipi e riteneva che fossero così antichi che era come se ciascuno di noi avesse la memoria di un uomo dell’età di due milioni di anni nascosta in qualche punto nelle profondità delle nostre menti inconsce.

Nonostante il concetto junghiano di inconscio collettivo abbia avuto un grandissimo impatto sulla psicologia e sia ora accettato da moltissimi psicologi e psichiatri, la nostra attuale comprensione dell’universo non fornisce alcun meccanismo che ne spieghi l’esistenza. L’interconnessione di tutte le cose prevista dal modello olografico tuttavia, offre una spiegazione. In un universo in cui tutto è infinitamente interconnesso, anche tutte le coscienze sono interconnesse. Malgrado le apparenze, siamo esseri senza confini. O, come dice Bohm: “in profondità, la coscienza del genere umano è una sola”.

Se ciascuno di noi ha accesso alla conoscenza inconscia dell’intera razza umana, perché non siamo tutti enciclopedie viventi? Lo psicologo Robert M. Anderson Jr., del Rensselaer Polytechnic Institute a Troy, New York, ritiene che ciò accada perché siamo in grado di attingere solo a quelle informazioni dall’ordine implicito direttamente pertinenti alle nostre memorie. Anderson definisce questo processo selettivo risonanza personale e lo paragona al fatto che un diapason vibrante risuona con (o provoca una vibrazione in) un altro diapason solo se il secondo diapason possiede una struttura, una forma e una dimensione, simili. “Per via della risonanza personale, relativamente poche della quasi infinita varietà di ‘immagini’ nella struttura olografica implicita dell’universo sono disponibili alla coscienza personale di un individuo”, dice Anderson. “Perciò, quando persone illuminate intravidero questa coscienza unitaria secoli fa, non scrissero una teoria della relatività, poiché non stavano studiando la fisica in un contesto simile a quello in cui Einstein la studiò”.

Da Tutto è Uno di Michael Talbot.

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