Feb 23

Il tempo non esiste

Il tempo non esiste

Dallo Zen, a Einstein, a Jung, l’invito dei ricercatori di anima e di infinito è lo stesso: vivere intensamente il momento presente, che racchiude in quanto di più importante c’è nell’esperienza che stiamo vivendo.

“La maggior parte delle persone crede che il tempo trascorra, in realtà esso sta sempre là dov’è”. Con questa affermazione il maestro zen Dogen Zeniji sintetizza la concezione della mistica orientale nei confronti del tempo, una dimensione su cui è impostato tutto il nostro stile di vita occidentale, una dimensione che non esiste per il ricercatore spirituale, di tutte le tradizioni.

La concezione del mondo convenzionale, quella avallata dalla fisica classica, prende in considerazione tre coordinate di misurazione della realtà: lunghezza, larghezza e profondità. Sono i parametri con cui viene definito lo spazio, inteso come il teatro delle vicende umane.

Il tempo, sempre secondo la fisica classica, è una dimensione a sé stante, che procede in maniera uniforme e indipendente dal mondo materiale, un valore assoluto, che scandisce l’avvicendarsi delle rappresentazioni sul palcoscenico della vita.

Tempo e spazio sono quindi valori assoluti nella nostra esistenza, che molta importanza dà al “dove” e al “quando”, che traccia confini e percorre, anche con fatica, lunghe distanze, che scandisce gli anni, i mesi, i giorni, i minuti e i secondi con una precisione sempre più maniacale. Tempo e spazio sono anche la nostra ossessione, con la costante impressione di non riuscire mai a fare tutto quello che dovremmo o di non riuscire ad andare dove vorremmo, e con una spada di Damocle sempre pronta ad abbattersi su di noi. Inesorabile, prima o poi, infatti, la rappresentazione finisce e cala il sipario. Il tempo a nostra disposizione finisce.

Benché questa sia la concezione a noi più familiare della nostra vita, in gara col trascorrere del tempo, non è l’unico modo di affrontare l’argomento. Non è solo la filosofia orientale a farsi portavoce di una visione alternativa, che considera lo “spazio-tempo” come costruzioni della mente, ma esiste anche una voce laica e scientifica che inizia a mettere in dubbio le basi stesse del nostro rapporto con la realtà, e viene dalla fisica moderna.

A partire dalla teoria della relatività di Einstein, tempo e spazio non sono più considerati fattori assoluti, ma relativi, relativi al rapporto tra osservatore e osservato, e alla loro velocità reciproca. Nella vita quotidiana abbiamo l’impressione di osservare gli avvenimenti nello stesso istante in cui avvengono, questo perché la velocità della luce, sulle piccole distanze, dà un’impressione di immediatezza; ma quando ci confrontiamo con altri corpi nello spazio dobbiamo prendere in considerazione il fatto che la luce delle stelle più vicine ci arriva con un ritardo di centinaia o migliaia di anni.

Un esempio classico che permette di comprendere questo diverso rapporto con il tempo è il paradosso dei gemelli. Se un astronauta viaggiasse alla velocità della luce nello spazio per vent’anni mentre suo fratello gemello è rimasto sulla terra, al suo ritorno il primo sarebbe più giovane del secondo, perché il tempo, alla velocità della luce, sarebbe passato più lentamente per l’astronauta che per il terrestre.

Che importanza possono avere queste considerazioni per il nostro rapporto con i molteplici impegni e il nostro atteggiamento nei confronti della vita quotidiana? Carl Gustav Jung, uno dei padri della psicologia moderna, ha scritto: “Prima o poi la fisica nucleare e la psicologia dell’inconscio si avvicineranno fra loro poiché entrambe, indipendentemente l’una dall’altra e partendo da direzioni opposte, si spingono avanti in un territorio trascendentale“.

C’è una grande somiglianza tra le conclusioni dei fisici moderni e dei mistici, entrambi affermano, in modo diverso, che spazio e tempo non sono assoluti, ma relativi, anche relativi allo stato di coscienza in cui ci si trova. La meditazione, per esempio, permette di accedere a una dimensione in cui spazio e tempo non esistono, quasi fosse quel mitico iperspazio, ipotizzato attraverso rocamboleschi calcoli matematici, in cui si viaggia alla velocità della luce, stravolgendo tutte le leggi della fisica che vigono, invece, nello stato di coscienza ordinario, sul piano materiale.

Questo vorrebbe dire che noi viviamo contemporaneamente in almeno due dimensioni, una governata dalle leggi della fisica classica e una in cui spazio e tempo non esistono più, esiste solo l’immenso presente. Quindi se da un certo punto di vista è importante correre affannarsi per prendere il treno, per comprare il pane prima che chiudano i negozi, per prepararsi all’esame e presentarsi alla data prefissata, da un altro punto di vista il tempo non è determinante per il raggiungimento di propositi di tipo immateriale, per realizzazioni di tipo noetico – riguardante la sfera dei valori e dei principi universali – è c’è un unico tempo adatto a questo tipo di conquista: l’istante presente.

Saggi, uomini e donne realizzati di tutti i tempi, esprimono tutti la stessa verità: è solo nel presente che troviamo veramente risposta a tutte le nostre domande più profonde e al nostro bisogno di dare un senso a tutto ciò che ci circonda. E’ solo nel presente che possiamo diventare pienamente consapevoli di chi siamo veramente, materia e spirito, effimero e assoluto, corpo e anima.

Forse, tornando alla metafora dello spettacolo possiamo ipotizzare che ogni nostra esistenza sia una rappresentazione di realtà virtuale di cui siamo registi, spettatori e protagonisti allo stesso tempo. Il tempo scorre come scorre la sabbia di una clessidra tra un turno e l’altro di un gioco di squadre, ma la vita vera non è il gioco, la vita vera è quella che intravediamo in singoli istanti con una chiarezza quasi esasperante, immagini che si dissolvono con la stessa rapidità con cui si sono imposte alla coscienza, lasciando però, spesso, traccia indelebile. Ma a ogni turno noi siamo chiamati a dare il meglio di noi stessi e a utilizzare la possibilità di essere e agire nella dimensione materiale secondo i principi più alti, consapevoli di essere giocatori con in mano le redini del gioco e non pedine in balìa del capriccio del destino. Il tempo, allora, cessa di diventare un problema e cessa di diventare una scusa per sfuggire le proprie più profonde responsabilità, perché c’è un unico momento in cui possiamo svegliarci e decidere di “giocare bene”: il presente!

Di Marcella Danon.

Fonte: http://www.lifegate.it

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