
Ritorno all’Uno
La filosofia taoista raffigura la genesi del Cosmo come il processo di emanazione e specificazione nel quale l’Unità primigenia spontaneamente dà vita alle sue infinite manifestazioni. L’Uno-Tao è l’invisibile, impercettibile origine di tutti gli esseri, il principio immanente e trascendente dell’universo. Dà vita all’Essere non per uno scopo definito o per ottenere o raggiungere una meta ma diffonde ed emana sé stesso perché la sua natura è darsi, dapprima per far essere ma poi per far rientrare tutto nella propria matrice. E’ la Via che sostiene i “diecimila esseri” ma rispettandone i mutamenti e le trasformazioni.
La letteratura classica taoista considera le tappe dello sviluppo dell’Universo come una regressione, un allontanamento dall’Origine indifferenziata, vuota, silenziosa, perfetta.
La via da percorrere per ogni essere manifesto, e quindi per l’uomo, è quella di far ritorno a ciò che l’ha generato. L’identità e la necessità del ricongiungimento all’Uno appartiene alla natura di ciascun essere. Il ritorno alla comunione primordiale è una difficile pratica che passa inevitabilmente attraverso un lungo sforzo di demolizione delle nostre erronee convinzioni e dei retaggi culturali ed educazionali per ritrovare la semplicità originaria, come quella di un bambino prima del risveglio della ragione e dei condizionamenti formali. L’uomo che raggiunge il Tao è l’uomo vero, il saggio che ha compreso la verità di sé all’opposto di colui che invece cerca affannosamente la propria realizzazione nell’affermazione dei propri desideri e dei propri egoismi, ignorando la sua vera essenza. Invece l’uomo vero che ha compresa la sua vera natura e percorre la via dell’unità originale non agisce più direttamente ma lascia che la natura segua il suo corso perché la volontà del saggio si identifica completamente con l’ordine del Tao.
Il dualismo è insito nella costituzione del mondo materiale e costituisce il motore dell’evoluzione, la spinta per ricomporre tutto all’Unità; l’uomo diviso, che ignora il rapporto di interdipendenza col tutto, sostituisce alla natura ciclica e dialettica del mondo originale, un ordine separatista di regole, di gerarchie, di sapere convenzionale, di ideologie e religioni dogmatiche compiendo così distinzioni e perdendo di vista la totalità.
La dialettica degli opposti è alla base del Taoismo: ogni processo, inevitabilmente, raggiunta la sua massima espansione comincia a diminuire ed a lasciar posto al suo complementare. Ciò che si contrae all’inizio si è espanso, ciò che si indebolisce prima era forte, ciò che alla fine si scarta dapprima si è abbracciato. Gli opposti sono complementari e si sostengono a vicenda non potendo esistere l’uno senza l’altro.
L’uomo vero, il saggio, prima di ritrovarsi si è senza dubbio perso, ha percorso tutti gli estremi e tutte le separazioni prima di raggiungere il suo equilibrio e ritrovare il centro. L’Uno-Tao, origine del Cielo e della Terra, l’essenza insista in ogni manifestazione è sempre, anche quando si è in uno stato di inconsapevolezza, il magnete che ci attrae, la disposizione interiore che anche quando è ancora sconosciuta ci spinge a ricercarci e a seguire la Via per divenire e ridivenire indefinitamente noi stessi.
Il cammino di ritorno all’Uno cerca di superare la distinzione tra fisico e metafisico partendo innanzitutto da uno svuotamento, una purificazione delle nostre consuete modalità di apprendimento, accogliendo il mondo senza preconcetti, senza egoismi, con il cuore libero.
Così come il Vuoto Primordiale è lo stato fondamentale che precede l’Essere ed ogni cosa e ne è il presupposto indispensabile, così il Vuoto del cuore è la condizione indispensabile per giungere alla comprensione del mistero della vita e dell’unità dell’universo. Diversamente dalla concetto di vuoto occidentale che lo identifica coll’inutile nulla, per la concezione orientale il vuoto è fondamentale per permettere quel processo di interiorizzazione e di trasformazione che porta ogni essere a raggiungere se stesso comprendendo ed allineandosi senza sforzo all’ordine naturale delle cose.
Per la filosofia taoista e la medicina tradizionale cinese il cuore è l’organo vitale, il sovrano, non tanto quale motore pulsante ma in quanto sede dei Soffi del Cielo che in tale dimora sovrana si incarnano permettendo la vita. Al cuore arrivano però anche tutte le sollecitazioni dei nostri sensi che spesso ne hanno il predominio, rendendolo ansioso ed agitato. Lo stato di veglia è caratterizzato proprio dal dominio dell’attività degli organi di senso al contrario dello stato di sospensione delle attività vigili che si registra durante il sonno, il sogno, la meditazione, la trance. Alcuni autori antichi indicano come “applicazioni del cuore” le attività vigili mentre con “astrazione del cuore” quegli stati ritenuti non coscienti e di conseguenza “piccola conoscenza e piccola parola” quella legata al contingente, prigioniera dei riflessi dei sensi mentre “la grande conoscenza e la grande parola” è quella in cui il cuore è estraniato dal mondo sensibile e di conseguenza non si è più costretti dai ristretti limiti dei nostri sensi e la nostra parte spirituale ritrova la sua autonomia, la sua quiete accedendo alla vera conoscenza del reale non più prigioniera di riflessi inconsistenti.
La vera conoscenza può tuttavia essere raggiunta anche senza accedere a stati alterati di coscienza perseguendo la naturale via spirituale, allenandosi alla padronanza dello spirito, all’Arte del Cuore. Il cuore deve rimanere vuoto e sereno affinchè possa degnamente accogliere e riunirsi con lo Spirito del Cielo cioè col proprio vero Sé.
Il cuore deve poter rimanere senza desiderio (wu yu), senza conoscenza (wu zhi) e senza azione (wu wei) .
Cosa significano tali apparenti drastiche indicazioni? Ricordiamo che per la dialettica degli opposti ogni realtà è inscindibile e complementare alla sua manifestazione opposta. Anche desiderio e non desiderio hanno la stessa origine, che è la spinta stessa della vita, ed entrambi quindi sono presenti nel cuore dell’uomo. Se il desiderio è il naturale impulso alla vita, senza desiderio significa non restare attaccati all’oggetto desiderato: il desiderio arriva, non se ne rimane bramosamente attaccati e così va permettendo ad altre aspirazioni di sopraggiungere e fluire. Non è quindi un concetto statico e costrittivo ma dinamico e libero ben visualizzato dall’immagine del fluire dell’acqua di un fiume: l’acqua che scorre senza arrestarsi permette ad altra di giungere prendendo il suo posto e mantenendo il naturale corso fino alla foce.
Restare “senza desiderio” è perciò la condizione essenziale per giungere ad una comprensione cosciente, libera da pregiudizi ed illusioni che ci svincola dal passato e dal futuro permettendoci di vivere pienamente il presente. Altra condizione indispensabile a ciò è giungere ad essere “wu zhi”, senza conoscenza, senza sapere. L’agire naturale non ha bisogno di ammaestramenti e di assiomi poiché segue spontaneamente l’ordine originale, è una conoscenza senza conoscenze. La prima violenza sulla Natura inizia quando si comincia a inquadrare, a definire, a dare nomi introducendo un sapere artefatto allontanandosi invece dal rapporto con l’Uno-Tao e dimenticandosi di essere una parte del Tutto. Bisogna invece ritrovare la semplicità originale, osservando il naturale procedere del cosmo arrivando ad una conoscenza contemplativa e partecipativa che permette di comprendere l’essenza di ogni cosa, l’Origine, ritrovando il proprio centro che altro non è che il Centro di Tutto.
Non ci è possibile comprendere razionalmente la Realtà Ultima perché questa è al di là dei nostri concetti, delle nostre categorie, della nostra limitata dimensione duale ma la possiamo intuire pur non potendola esprimere a parole, “chi sa non parla chi parla non sa” . Il silenzio è la condizione necessario per avvicinarsi alla Realtà; non consiste solo nel tacere evitando di introdurre distinzioni fasulle o false consapevolezze ma è anche un metodo di meditazione, una tecnica per acquietare la mente ed i nostri limitati sensi ed ottenere quel vuoto che può far risplendere ciò che è alla base di tutto. Tacitando la mente non si ottiene la vacuità dello stolto ma la purificazione da ciò che agita la ragione raggiungendo quel vuoto pieno di potenzialità che ha dato origine all’Essere. Svuotarsi è psicologicamente come morire, morire all’esperienza condizionata per rinascere alla vera conoscenza “muori senza morire e vivrai per sempre” raggiungendo in tal modo la comunione mistica con i “diecimila esseri”.
A tal punto si annulla spontaneamente la propria volontà, il libero arbitrio. Diventa naturale il “wu wei”, il non agire, perché più nulla emana dal proprio piccolo io. Ogni azione è allora conforme alle leggi dell’Universo, della Natura e dell’essenza degli esseri perché si sono superati i propri desideri, i propri egoici istinti, le separazioni e l’agire diventa autentico, allineato al Principio universale ed alla Via e “la possibilità di scelta si riduce fino ad annullarsi”.
L’uomo vero, il Santo “zhen ren” della tradizione taoista, è l’uomo che seguendo la Via ha raggiunto il suo vero Sé e quindi L’Uno-Tao. Il ritorno all’Uno e la comunione col Tao è un cammino spirituale, un’educazione del Cuore e della volontà che portano alla felicità per sé stessi e per il cosmo intero di cui siamo un’infinitesima parte.
Di Dott.ssa Luigina Galli
Fonte: http://www.ipnosiregressiva.it
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