Mag 06

Immagine di sé...

Immagine di sé...

Tanto per rendere le cose ancora più complicate e difficili, molte persone, o addirittura la maggior parte, affette dal problema della scarsa stima di sé, soffrono anche di una immagine idealizzata e non realistica di se stesse. Questo è un meccanismo di compensazione destinato a nascondere, e a bilanciare, la mancanza di stima nel proprio valore, ma purtroppo serve soltanto a diminuire la stima di sé e a favorire la sua azione di ostacolo al processo decisionale.

Se la concezione che abbiamo di noi stessi è valida, possiamo dirci veramente fortunati. Per quanto sia difficile a volte la realtà, non c’è nulla che sostituisca il suo potere come forza costruttiva… ma se l’immagine che ho di me stesso (… conscia, inconscia o tutte due le cose) non è realistica, le decisioni che prendo ne subiranno le conseguenze. Siamo in pochi a essere completamente delusi di noi stessi, e al tempo stesso nessuno di noi è totalmente realistico verso di sé. Tutti noi ci creiamo un’immagine idealizzata, magari come martiri d’amore, o come filantropi autorevoli e benevoli, o come persone indipendenti o inclini alla libertà.

La maggior parte di noi combina le caratteristiche dell’auto – idealizzazione sulla base di possibilità molto diverse. Quest’ultima può avere risultati positivi: un martire d’amore può diventare una “Madre Teresa”. I guai cominciano, tuttavia, quando le aspettative verso questo Io ideale si gonfiano al punto che, in confronto agli standard eccessivi della persona, l’Io reale non è all’altezza della situazione.

Se l’insicurezza è abbastanza grave, l’energia necessaria a sostenere questa immagine idealizzata di sé diventerà sempre maggiore. Il “martire” prenderà decisioni sul piano inconscio non in base ai valori, priorità o sentimenti sani, ma in base alla probabilità che il risultato di tali decisioni ha di fare apparire il soggetto (… che sia un uomo o una donna) come un martire.

Le persone con un bisogno profondo di sostenere un’immagine gonfiata di supremazia sceglieranno qualsiasi corso di azioni le faccia sembrare ammirate, di successo, celebrità famose o qualunque siano le cose desiderate per l’immagine di sé. L’amante della libertà prenderà inconsciamente decisioni che sostengono un bisogno esagerato di vedersi come uno “spirito libero”, svincolato da qualsiasi coinvolgimento emotivo. Non è affatto inconsueto in una visione non realistica del proprio Io che le persone si portino alle stelle e si deprezzino al tempo stesso. Questi soggetti generalmente ignorano e trascurano le loro risorse effettive mentre cercano di fare cose basate su capacità e attitudini che non esistono. Manca una corretta valutazione di sé, e le scelte compiute rispecchieranno questa anomalia, perché il giudizio è distorto.

Le persone per le quali l’insuccesso è un fatto permanente malgrado un eroico dispendio di energia e la convinzione di aver preso decisioni realistiche dovrebbero fare un esame approfondito di se stesse. Questo può essere estremamente doloroso, e spesso è necessario l’aiuto. Di una persona qualificata per farlo effettivamente, con onestà e obiettività. Gli amici che sono stati convinti a prestare il loro aiuto per perpetuare l’immagine idealizzata di sé sono più che mai dannosi in un tentativo di questo genere. La realtà può dare inizialmente una scossa violenta. Una visione realistica dell’Io può essere sentita in un primo momento come il confronto con un estraneo, ma la ricompensa che viene dal prendere decisioni reali e produttive ha un effetto calmante e salutare e prepara il terreno all’accettazione di se stessi.

Annullamento di sé, impropria dipendenza dagli altri, e bisogno ossessivo di piacere

Tutte le volte in cui rinunciamo al processo decisionale in qualsiasi modo, e soprattutto mediante la dipendenza o bisogno di essere una “persona simpatica”, annulliamo noi stessi. Annullamento di sé significa cercare sicurezza emotiva col non essere presenti (…negazione di sé). E’ una forma di vita che non fa rumore e scoraggia gli altri dall’accorgersi di noi.

Sul piano pratico, significa prestare il meno attenzione possibile a se stessi. Generalmente questo è il risultato di uno sforzo disperato, cominciato magari nella primissima infanzia, di evitare conflitti e rifiuti (…magari dopo tante battaglie!), compiuto col non prestare attenzione a se stessi. Tutti noi abbiamo almeno una certa familiarità con questa strategie difensiva. Ma quando essa diventa la strategia principale per fronteggiare, o piuttosto evitare, le situazioni conflittuali dell’esistenza, camminare in punta di piedi attraverso la vita la vita diventa di primaria importanza, così come lo diventa prestare il meno attenzione possibile all’Io, presumibilmente fragile e vulnerabile.

A un livello più profondo, emotivo, prende corpo un investimento nella non identificazione dell’Io: il soggetto in questione fa di tutto per impedirsi di apparire, di fronte a se stesso e agli altri, come un essere umano che si afferma. Naturalmente questo tipo di investimento emotivo costituisce un terribile blocco decisionale. Di più, se il blocco è grave, l’idea stessa di una decisione è sufficiente per rendere il soggetto estremamente ansioso, provocando un’incapacità paralizzante a prenderne una qualsiasi. Quando questa per qualche motivo è inevitabile e se il soggetto è abbastanza sano da evitare o da superare il blocco, ne potrà risultare odio verso di sé e depressione notevole proprio a causa di questa auto – affermazione forzata. Si può vedere facilmente perché le persone bloccate in questo modo scelgono inconsciamente l’indecisione, o prendono false decisioni al fine di combattere la “minaccia” dell’auto – affermazione e perpetuare lo status quo. Le loro decisioni sono per lo più di un tipo che impedisce il successo e garantisce addirittura il fallimento.

Esse pensano che il fallimento attiri meno attenzione del successo, provocando perciò meno ansia, e ritengono, inoltre, che esso esponga a un’invidia minore e quindi a una minaccia minore di piacere. Infine, il fallimento ha un grandissimo potenziale per la glorificazione di sé facendo della persona una vittima che soffre. Il soggetto può utilizzare la sua sofferenza come uno strumento di manipolazione per provocare sensi di colpa.

Guarda quanto ho sofferto per te; ora tu mi devi amare e proteggere”. Anche quando esiste un desiderio cosciente verso il successo e una concomitante paura di non riuscirci, c’è al tempo stesso un desiderio sottostante di annullamento di sé per fallire in un “glorioso” martirio. Vorrei sottolineare, tuttavia, che, pur essendoci molta auto – umiliazione nella sofferenza di questi soggetti, c’è pochissima umiltà. L’umiltà, infatti, deriva dalla consapevolezza di sé e dalla conoscenza dei primi limiti e qualità reali, non da un martirio volto a umiliare noi stessi. Quando le vittime di questi problemi prendono delle “decisioni”, esse generalmente sono fatte in modo da soddisfare un bisogno profondo di uniformarsi al mondo circostante, perché questo aiuta il desiderio di perdersi nella folla per evitare di essere notati. Ma se l’individuo conserva un minimo di salutepsichica’, desidera avere successo e felicità, e non capisce perché gli altri li ottengono mentre lui non ci riesce. Egli naturalmente non è consapevole della sua incapacità a prendere le necessarie decisioni costruttive, in quanto queste minacciano di scagliarlo in una situazione conflittuale. Le decisioni (…quelle vere) in fin dei conti significano potere, e il soggetto in questione ha dedicato se stesso alla costruzione di un’immagine di impotenza e di virtuale non esistenza. Perciò è estremamente importante che le persone affette da questo blocco approfittino di ogni opportunità per prendere decisioni e per agire.

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