Lug 14

Musicoterapia e Didgeridoo

Musicoterapia - Didjeridoo

La Musicoterapia “ufficiale” ancora non riconosce al didgeridoo le virtù terapeutiche che in molti gli attribuiscono. Questo dipende principalmente dal fatto che non sono ancora stati fatti esperimenti scientifici mirati per approfondire quello che la vibrazione e il suono dello strumento provocano al corpo umano.

E’ comunque provato che i suoni bassi favoriscono il rilassamento e che la sottrazione che avviene fra la nota base del didgeridoo e una nota eseguita con la voce mentre si suona, si avvicina come frequenza alle onde cerebrali del sonno profondo e della meditazione.

In questa sezione sono quindi riportate esperienze di chi, praticando il “massaggio sonoro“, ha dato un piccolo contributo per l’approfondimento di questo aspetto del didgeridoo.

Un’esperienza

Dal mese di Gennaio 2001 eseguo delle sedute di “massaggio sonoro” presso la Cooperativa Sociale “Il Sorriso“, centro diurno per portatori di handicap fisico e psichico medio-lieve. Avendo svolto il servizio civile in questo centro ho avuto la possibilità di proporre il massaggio sonoro direttamente ai giovani, coi quali avevo già instaurato un rapporto positivo, chiedendo di volta in volta chi volesse provare questa nuova esperienza, mostrando loro lo strumento che avrei usato: il didgeridoo.

In ogni seduta sono affiancato da un’educatrice e musicoterapista del centro, pur sapendo che non sono mai state rilevate controindicazioni per chi ascolta o suona il didgeridoo. Lo scopo di tali sedute è di fare un massaggio utilizzando le vibrazioni emesse dal didgeridoo. Questo tipo di massaggio è indicato in quanto esclude il contatto diretto. Il tatto infatti, in situazioni “intime” come questa, può scatenare emozioni difficilmente controllabili.

La prima parte del massaggio consiste nell’ascolto del didgeridoo, tenuto ad una certa distanza dal corpo per far prendere al giovane confidenza con il suono. Subito dopo procedo spostandomi lungo tutto il corpo (disteso comodamente a terra), evitando di avvicinarmi alle orecchie ed alla testa, per non dare una sollecitazione uditiva eccessiva che può indurre ad irrigidirsi.

Solitamente il massaggio comincia dagli arti inferiori, passando poi su quelli superiori per concentrarsi infine sul tronco, la parte più recettiva in quanto agisce come amplificatore delle onde sonore e delle vibrazioni che si propagano per tutto il corpo. Il trattamento dura dai 10 ai 20 minuti, in base alla risposta del giovane ed alla sua capacità di attenzione / rilassamento.

L’approccio con questa nuova esperienza non è uguale per tutti i giovani. Nei casi più particolari si è notato il bisogno di un ascolto diretto (appoggiando lo strumento ad un orecchio), dovuto in parte al suono affascinante e primordiale del didgeridoo che interagisce direttamente con l’inconscio ed in parte al bisogno di un riscontro sonoro più massiccio.

Alcuni sono attratti a tal punto da voler provocare loro stessi la vibrazione del didgeridoo suonandolo. Mentre nei soggetti più recettivi il rilassamento può portare al sonno.

I giovani hanno apprezzato il massaggio sonoro, descrivendo le proprie sensazioni durante il trattamento; oltre al rilassamento mi hanno raccontato di suoni, di ricordi, di visioni e di pace.

…E poi ho sentito come il mare…
(Stefania)

Di Ilario Vannucchi

Il didjeridoo è uno strumento utile in musicoterapia?

Questa è una domanda che spesso mi hanno rivolto durante i laboratori di formazione o durante le esposizioni dello strumentario. E’ difficile rispondere, ma in genere per farlo racconto le mie esperienze di lavoro in veste di musicoterapista ed educatore. Sono consapevole che quello che racconterò non è una risposta generalizzabile, ma è stata una risposta per qualcuno.

E’ stato un incontro molto particolare quello che mi ha fatto scoprire il didjeridoo e che ha dato una direzione decisa alla mia professione.

Ero all’inizio del percorso formativo di musicoterapia ma lavoravo già come educatore da parecchi anni. Non utilizzavo ancora la musica come mediatore privilegiato e proponevo attività di tipo espressivo legate all’esperienza del movimento e del gioco con l’uso di diversi materiali (colore, carta, colla, ecc.). La musica stava entrando pian piano ma sempre più decisamente nel lavoro che svolgevo con i gruppi di adolescenti che vedevo tutti i pomeriggi.

Uno degli utenti, Luca, (un ragazzo autistico che aveva da poco iniziato ad usare la comunicazione facilitata e che manifestava il suo disagio in modo molto forte e poco gestibile) lo incontravo invece al mattino perché non seguiva nessun corso scolastico ed era inserito in un programma riabilitativo intensivo con lo scopo di portarlo in breve tempo all’inserimento in un gruppo socio-educativo. Si era impostato quindi un lavoro in equipe che perseguisse tale obiettivo. Il compito che mi fu assegnato riguardava (stranamente per me) il recupero scolastico in ambito storico e geografico con l’uso della comunicazione facilitata, da prima con un pannello che riportava la tastiera di un computer fino a passare poi al computer direttamente. Una indicazione importante che proveniva dal lavoro della mia collega esperta in comunicazione facilitata, (per Luca era l’unica persona con la quale “parlare”), e vista la mia propensione musicale, fu quella di non utilizzare assolutamente la musica perché risultava insopportabile a Luca.

Nonostante mi sentissi un po’ a disagio, visto questo divieto e visto anche la novità per me di operare nell’ambito del recupero scolastico, iniziammo a lavorare. Luca fin da subito manifestò difficoltà nel raggiungere il laboratorio e quando vi arrivava esprimeva disagio con tutta la forza che aveva e si sfogava con movimenti ritmici e faticosi per molto tempo dell’incontro. Il resto dell’ora si riusciva invece con calma ad adattare le sue conoscenze di comunicazione facilitata alla mia incompetenza assoluta in materia.

Con grande sorpresa già durante la prima seduta Luca “scrisse” delle frasi e cominciammo così a comunicare anche attraverso la parola. Le sedute successive ebbero un andamento simile alla prima ma gradualmete i comportamenti, espressione di disagio, calavano per lasciare posto a cose che allora avevo trovato curiose; Luca mi faceva girare per guardarmi dietro e annusava le mie mani prima di iniziare a comunicare attraverso il computer. Per il resto tutto bene, si “parlava” così di storia e geografia.

Dopo un decina di incontri qualcosa cambiò. Luca si mostrava sempre meno interessato alle cose che facevamo e interruppe la comunicazione verbale con me indicandomi una serie infinita di y, z, q, k, j, ma iniziò a comunicare con un linguaggio che forse era più comprensibile a tutte e due. Girava per la stanza come se stesse cercando qualcosa; mi annusava le mani molto spesso; mi teneva le mani strette nelle sue; rideva. A casa poi, il pomeriggio, incontrava la mia collega “comunicatrice” (che chiamo qui per convenzione Anna) alla quale raccontava come era andata la mattina e parlava di me definendomi “persona paziente” ed “erborista”. Il primo termine era relativo al fatto che mi stava mettendo alla prova e che non reagivo malamente ai suoi “scherzi”; il secondo termine era associato all’odore chi mi portavo inconsapevolmente addosso e che proveniva dal laboratorio artigianale dove con altri utenti preparavo delle candele profumate con olii essenziali di erbe.
[…]

La seduta successiva determinò la svolta da parte mia. Andando contro a tutte le indicazioni gli presentai Davide armato di tamburi, claves, e didjeridoo. Seduti uno di fronte all’altro iniziammo un dialogo sonoro che durò fino alla fine dei nostri incontri. Luca suonava il tamburo e le claves con molta delicatezza ma era molto incuriosito dal suono del didjeridoo; lo ascoltava come se stesse tentando di scoprirne tutti gli armonici.

Nel frattempo la mia collega Anna non capiva bene cosa Luca gli raccontava durante gli incontri pomeridiani, finchè si decise a venire da me per vedere cosa era il “tubo” di cui le aveva “parlato” Luca. Quando Anna venne da me, le raccontai le ultime vicende e del cambio di direzione che avevano preso le sedute mie con Luca (nelle riunioni di equipe non era stata presa bene la notizia dell’uso degli strumenti musicali). Lei mi mise al corrente di quanto Luca le comunicava ultimamente. Luca le raccontò che aveva sempre avuto paura dei suoni che si sentivano nel mio laboratorio ma che il suono del “tubo” (il didjeridoo) gli aveva permesso di mettere in ordine nella sua mente i rumori del mondo.

Da allora Luca è occupato in un centro socio occupazionale e lavora ascoltando la musica.
Grazie Luca.

Di Davide Fattori.

Fonte: http://www.didgeridoo.it

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