Set 23

Musicoterapia per comunicare

Musicoterapia

Come un cercatore d’oro. Così si può definire il lavoro del musicoterapeuta, figura professionale che lavora con i pazienti in stato di coma, più o meno profondo. E’ la ricerca di un contatto, anche minimo, che in certe condizioni rappresenta un tesoro… E quel contatto varia a seconda dei casi e delle tipologie. Questo perché la terapia basata sulla musica, come spiega la musicoterapeuta veneziana Cristina Ceroni, può riguardare anche casi di disabilità, mentale o fisica, stati degenerativi nelle persone anziane (alzheimer o demenza senile), cerebropatie congenite o acquisite (traumi, ictus, emorragie) che dunque possono dare risposte diverse.

In ogni caso alla base c’è quella ricerca del contatto, il primo canale per avviare una comunicazione: «In questo senso possiamo definirci facilitatori di comunicazione. Ma – mette subito le mani avanti la musicoterapeuta – non ci si deve attendere risvegli improvvisi, sulla base dell’ascolto di questa o quella canzone. Il nostro lavoro è diverso e agisce nel profondo». Tecnicamente se la parola e il ricordo – che appartengono alla zona della corteccia cerebrale – sono compromessi, il lavoro del musicoterapeuta agisce sul livello sottocorticale, quel sistema limbico dove vengono depositate le emozioni.

Obiettivo del musicoterapeuta, dunque, è stimolare mediante una precisa articolazione sonora emozioni che possano aprire un canale comunicativo: «Il suono può creare una sintonizzazione, perché il suono è l’armonizzazione del tempo interiore e del tempo esteriore, cioè tra quel che percepisce il soggetto all’interno e il mondo esterno. Si lavora nel profondo, si crea una relazione empatica per veicolare delle emozioni».

Il livello emozionale, infatti, «è arcaico, ancestrale e attraverso meccanismi complessi può compensare quel disagio che si è creato sotto l’aspetto cognitivo». Un dialogo sonoro, talvolta con risposte. Dunque con la musicoterapia si attiva un dialogo sonoro. «L’optimum per noi è che si verifichi una risposta». E’ questo l’aspetto più affascinante ma al tempo stesso più delicato del lavoro del musicoterapeuta, che ha il compito di individuare correttamente le eventuali risposte da parte del paziente. «Un compito non facile, anche perché molto spesso vi sono segnali che vengono percepiti e mal interpretati dai parenti», precisa la dott.ssa Ceroni. «Possono esserci delle risposte corporee automatiche oppure si possono verificare risposte realmente sollecitate da uno stimolo sonoro, come un battito di ciglia, un movimento dell’arto, l’emissione di un suono. Se questo avviene, si è trovato un canale di comunicazione. A partire da qui è possibile introdurre altri stimoli».

Gli strumenti utilizzati dal musicoterapeuta sono diversi, può essere la voce, possono essere strumenti di vario tipo, talvolta anche registrazioni. Il lavoro del musicoterapeuta inizia con la ricostruzione dell’identità sonora del paziente, anche con l’aiuto dei parenti che possono indicarne la storia musicale. Se si utilizzano strumenti percussivi, lo stimolo è duplice perché non è solo sonoro, ma anche vibro-tattile, e dunque si aggiunge un canale di percezione ulteriore rispetto a quello uditivo tradizionale. «Ma attenzione – mette in guardia la musicoterapeuta – c’è molta attesa nei confronti del nostro lavoro, si crede che questi stimoli possano all’improvviso svegliare il paziente. In realtà non è così». Non lo è soprattutto quando parliamo di casi di coma, soprattutto di “stato vegetativo“. «E’ permanente dopo che sono passati due anni nei quali il paziente è rimasto in stato vegetativo persistente, cioè senza mutamenti. La musicoterapia può iniziare solo dopo che il paziente in coma si è stabilizzato». Con questi pazienti la musicoterapia è orientata ancora di più a stimolare il livello emozionale: «Si utilizza la voce che è evocativa di uno stato limbico e crea così un effetto nostalgico. La voce può essere dal vivo o anche su base registrata. Ha un forte valore simbolico in questo caso, che punta al senso e non al significato». Un lavoro che coinvolge anche le famiglie. Va poi considerato il contesto, che è quello dei familiari: «Non posso negare che il mio lavoro di musicoterapeuta sia una presa in carico, oltre che del paziente, anche della famiglia, che sta vivendo un momento di grande sofferenza. Se la terapia riesce ad aprire un qualche canale di comunicazione con il paziente, questo è un grande risultato proprio per i familiari, che se riescono ad interagire in qualche modo con il loro caro si sentono meno impotenti». La dottoressa lavora in particolare in un centro del Veneto dove si trovano ricoverati numerosi pazienti in coma. «Sono molti di più di quanto si pensi. Vi sono molti giovani, vittime di incidenti, ma anche colpiti da ictus. In alcuni casi avviene un recupero, ma può rimanere uno stato di afasia, pazienti cioè incapaci di parlare. Qui si interviene sulla parte emozionale, per trovare strade diverse di comunicazione». Dove invece il quadro clinico appare irrimediabilmente compromesso si interviene più che altro sul benessere corporeo, sul trovare il modo per far star meglio il paziente. «Si tratta di persone che hanno percezioni fisiche, ad esempio il dolore, ma non lo possono esprimere. L’importante è lavorare coerentemente allo stato clinico del paziente. Vi sono casi in cui le percezioni vibrotattili del suono producono un cambiamento emozionale». Diverso è il caso della musicoterapia nei confronti di pazienti con altre patologie, come possono essere ad esempio i pazienti anziani con patologie degenerative: in questo caso la musicoterapia comporta l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé e consente di socializzare, di essere più presenti.

Di Serena Spinazzi Lucchesi.
Da GENTE VENETA, n.44/2008.
Fonte: http://www.gvonline.it

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