Ott 14

Buon Umore fa Buona Salute

Buon Umore - Salute

Il Carattere influenza il sistema immunitario

L’affermazione dei genetisti che presto basterà un comune prelievo di sangue per sapere se abbiamo una disposizione a contrarre determinate malattie o a sviluppare particolari tipi di tumore é stata già uno shock. Ma come rimarremmo, se ci venisse detto che, per fare una prognosi simile, potrebbe essere sufficiente un test di personalità? Eppure, è uno scenario tutt’altro che inverosimile. Da tempo, infatti, si sa che un temperamento collerico, rigido, esasperatamente ambizioso predispone al rischio di infarto o di altri disturbi cardiovascolari. Attualmente, si moltiplicano le pubblicazioni sulla relazione tra le disposizioni del carattere e la maggiore o minore vulnerabilità alle infezioni. E’ recente lo studio pubblicato su Biological Psychology di Gonzalez e altri e in cui è emerso come i tratti di personalità siano la componente psicologica che maggiormente influenza le nostre risposte immunitarie. L’indagine era finalizzata a verificare se esiste un rapporto tra eventi della vita, personalità e reazione dei linfociti T (il tipo di globuli bianchi più importanti nella soppressione dei virus) ad un agente che ne stimola la moltiplicazione: la fitoemagglutina. Il primo dato emerso era piuttosto prevedibile: chi aveva avuto un’esistenza segnata da lutti, drammi e sofferenze, mostrava una reattività decisamente blanda a questa sostanza.

Ma l’esito più sorprendente è stata la scoperta che a mediare l’impatto dello stress sull’immunità naturale sono gli aspetti del carattere.

Gli individui che pure riferivano di un passato tribolato, ma che erano al tempo stesso indipendenti e anticonformisti, esibivano una buona risposta al composto stimolante e valori elevati dei globuli bianchi. Per contro, gli individui emotivi, indipendentemente dal fatto di aver subito poche o molte vicissitudini, reagivano in modo debole e la percentuale dei loro linfociti era notevolmente bassa. In riferimento all’introversione, si è rilevato come la risposta di chi si rivelava fortemente timido e inibito fosse piuttosto modesta.

Sembra che il parametro indipendenza/dipendenza rivesta effettivamente un ruolo fondamentale nel determinare la forza delle difese dell’organismo. In un altro esperimento, Kropiunigg e altri ricercatori hanno sottoposto un campione di individui eterogenei ad una situazione moderatamente stressante. Dal confronto dei questionari di personalità e la conta dei linfociti prima e dopo la prova è risultato che gli individui maggiormente dipendenti, e con un esagerato bisogno di appoggio morale, avevano riportato la più pronunciata diminuzione dei linfociti T e in particolare della classe degli helper, una sorta di “truppe d’appoggio” nella lotta alle infezioni.

La stima di sé è uno dei cardini di una personalità forte e stabile. Chi ha un’alta considerazione di se stesso è anche poco influenzato dal giudizio altrui, meno conformista e più tenace nel mantenere saldi idee e principi, se sottoposto a pressione sociale. Proprio la stima di sé esercita un effetto notevole sulla forza del sistema immunitario. Uno studio di Straumann Lemieux e Coe, pubblicato su Journal of Social Psychology, ha dato prova che gli individui con minor stima di sé, se sottoposti ad una valutazione negativa, riportano una netto calo dell’attività dei linfociti NK (killer naturali). L’esposizione al rifiuto e ai pregiudizi sono due realtà con cui certe categorie devono continuamente scontrarsi; è il caso ad esempio degli omosessuali, specie se sieropositivi. Una ricerca dello psicologo Cole e altri ha dimostrato che i gay che dichiarano apertamente le proprie preferenze sessuali hanno un sistema immunitario più forte rispetto a quelli che le nascondono. Questo atteggiamento riduce la virulenza dell’HIV e ritarda la diagnosi dell’Aids conclamata . Per contro, gli omosessuali particolarmente sensibili alla riprovazione sociale mostrano una più rapida diminuzione dei linfociti T helper (quelli nei cui siti si “annida” il virus) e una minor resistenza alla malattia.

Ottimismo e pessimismo sono altri due aspetti che influenzano in modo marcato le nostre risorse immunitarie. Uno staff medico dell’Università di Los Angeles guidato da Segerstrom ha scoperto che l’ottimismo è legato ad una tendenza al buon umore e ad un alta percentuale di linfociti T helper e di cellule NK. In parte, afferma lo psicologo, l’effetto dell’ottimismo sul sistema immunitario è modulato dal buon umore, ma in una certa misura è diretto. Sempre Segerstrom con la stessa equipe e in un’analisi affine, apparsa su Journal of Behavioral Medicine, ha constatato come l’essere apprensivi abbia pesanti ripercussioni sui globuli bianchi. Chi si preoccupa molto tende a manifestare un livello eccessivamente basso di cellule NK rispetto ad un gruppo di controllo e ad individui più concreti e realisti.

Un altro fattore di personalità che si è rivelato importante ai fini della reazione agli antigeni (gli agenti estranei all’organismo) è la capacità di parlare di sé e di esporre i propri sentimenti. Per verificare l’impatto di questa attitudine sulla risposta immunitaria, un gruppo di studio dell’Università di Miami, coordinato da Esterlin, ha inoculato un frammento innocuo di un virus a soggetti in precedenza identificati come aperti o chiusi. Dopo di ché, è stata esaminata la quantità di anticorpi prodotti. Si è così provato che maggiore era la capacità di rivelare le proprie emozioni, più alto era il livello delle immunoglobuline o anticorpi. Un altro lato della personalità ha dato risultati analoghi: l’appartenere alla categoria dei repressori, caratterizzata da razionalità, freddezza, schematismo; contrapposta a quella dei sensibilizzatori, emotivi, flessibili, fantasiosi. In tutti i repressori, sia che avessero un alto o un basso grado di apertura, la produzione di immunoglobuline era modesta; mentre solo i sensibilizzatori che erano anche chiusi, mostravano una reazione simile. Cristensen e altri dell’Università dello Iowa hanno approfondito questo tema: la loro ricerca ha ribadito che aprirsi e scaricare le proprie emozioni rende più resistenti alle infezioni. Non solo. È stato provato sperimentalmente che l’emozione che produce l’effetto più incisivo è la collera. Chi tende a reprimere l’espressione emozionale ed in particolare le manifestazioni di rabbia, appare più predisposto a sviluppare il cancro; una malattia che sembra sia legata proprio ad un’inefficienza del sistema immunitario. Un dato emerso nell’esame degli aspetti psicologici di uno dei tumori più diffusi fra il sesso femminile, quello al seno, ha messo in luce che anche in questo caso esiste un quadro di personalità maggiormente a rischio. In altre parole, le donne più vulnerabili a questa forma tumorale risultano poco introspettive, indolenti e con una marcata ossessione per la pulizia e l’ordine. Un tratto comune che emerge in modo preponderante è inoltre un problema di identificazione con il proprio sesso. Le donne che presentano questo tipo di tumore tendono infatti ad assumere un ruolo ostentatamente femminile: cioè passivo, succube e remissivo oppure rifiutano inconsciamente la loro identità sessuale.

Noi tutti siamo portati a maturare delle credenze sul perché ci capitano le cose: c’è chi è convinto di essere in balia degli eventi e chi ritiene di esercitare un certo controllo sugli avvenimenti. I primi, si dice, hanno, un “locus” del controllo esterno; i secondi, un locus del controllo interno. Anche questi due opposti atteggiamenti si sono dimostrati capaci di influire sulla forza del sistema immunitario. Reynaert e altri psichiatri dell’Università cattolica di Louvain in Belgio hanno approntato un programma di ricerca per verificare l’impatto di queste due diverse disposizioni sulle difese dell’organismo. Gli esiti delle indagini hanno messo in luce la considerazione che più uno è fatalista, tanto meno efficiente è la sua risposta alle infezioni. Uno studio analogo condotto su un campione femminile ha dimostrato che la credenza in un destino ineluttabile, rende le donne più esposte al rischio di tumori.

C’è un’altra dimensione che influisce sul sistema immunitario; un aspetto che non manchiamo di sottolineare quando parliamo di qualcuno e che tuttavia ha poco a che fare con la personalità: l’intelligenza. Essere intelligenti è visto come qualcosa di desiderabile; ma non sempre è un vantaggio. Non certo sul piano dell’immunità. Hollis e altri hanno pubblicato su American Journal of Mental Deficit uno studio in cui hanno misurato il livello di anticorpi in tre gruppi di soggetti: il primo, con profondo ritardo mentale; il secondo con ritardo lieve; il terzo, con intelligenza media. Sorprendentemente, chi aveva un grave deficit intellettivo esibiva la quantità più elevata di immunoglobuline. Ultimi in “classifica”, i più “svegli”.

Di Marco Pacori.
Fonte: http://www.linguaggiodelcorpo.it

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