Lug 12

Invictus - io sono il capitano della mia anima

Nelson Mandela

Recentemente ho avuto la fortuna di vedere il film Invictus – L’invincibile di Clint Eastwood. Un film davvero ricco di messaggi ed insegnamenti che consiglio veramente a tutti.

Cito una parte dell’articolo scritto da Francesco Merlo su La Repubblica.it:

[...] un’ora e mezza di epica dello sport coniugata con la democrazia e con l’antirazzismo, non sembrava più di essere al cinema ma a teatro o meglio ancora allo stadio Ellis Park di Johannesburg dove appunto i ragazzi verde oro, gli Springbocks, battevano gli avversari, i leggendari All Blacks della Nuova Zelanda, ma soprattutto battevano i pronostici e se stessi, l’apartheid, l’odio razziale, i pregiudizi che sino ad allora, sotto la commedia del tifo civile ed elegante, avevano incarnato e simboleggiato [...]

Vi lascio con questa magnifica poesia che da il titolo al film e che viene citata in diverse parti dello stesso.
Alessio

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Invictus - io sono il capitano della mia anima

Una poesia e due incredibili storie che si intrecciano…

La poesia, del poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903), è citata nel film del 2009 Invictus – L’invincibile di Clint Eastwood.
Viene infatti usata da Nelson Mandela prima per alleviare gli anni della sua prigionia durante l’apartheid e poi per incoraggiare il capitano della squadra sudafricana di rugby François Pienaar.

All’età di 12 anni, Henley rimase vittima del morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi e a tentare una carriera giornalistica a Londra. Il suo lavoro, però, fu interrotto continuamente dalla grave patologia, che all’età di 25 anni lo costrinse all’amputazione di una gamba per sopravvivere. Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino all’età di 53 anni. Henley era amico di Robert Louis Stevenson, che si ispirò a lui per il personaggio di Long John Silver ne L’isola del tesoro.
La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto di un ospedale.

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