Apr 22

La messinscena della carità

La messinscena della carità

La carità è in realtà, l’interesse personale mascherato da altruismo. Voi dite che è difficile accettare che ci possano essere delle occasioni in cui non siete genuini nei vostri tentativi di essere affettuosi e fiduciosi nei confronti degli altri. Vorrei semplificare questo concetto. Anzi, semplifichiamolo il più possibile, portiamolo alle estreme conseguenze, almeno per cominciare.

Esistono due tipi di egoismo. Il primo è quando io concedo a me stesso il piacere di compiacermi. Questo è quello che comunemente definiamo egocentrismo. Il secondo è quando mi concedo il piacere di compiacere gli altri. Questo sarebbe un tipo di egoismo più raffinato.

Il primo tipo appare più che evidente, mentre il secondo è nascosto, molto nascosto, e per questo più pericoloso, perché finiamo per sentirci davvero eccezionali. Ma forse, tutto sommato, non siamo poi tanto eccezionali. Vedo che protestate, a questa mia affermazione. Splendido!

Lei signora mi cita il suo caso: lei vive da sola, va in parrocchia, e dedica agli altri parecchie ore del suo tempo. Però ammette anche che in realtà lo fa per egoismo – lei ha bisogno di essere utile – e sa anche che ha bisogno di essere utile in modo tale da sentire di dare un piccolo contributo al mondo. Ma afferma anche che, poiché gli altri hanno bisogno di lei, si tratta di uno scambio bidirezionale.

Lei è quasi illuminata! Dobbiamo tutti imparare da lei. E’ vero. La signora dice: “Io do qualcosa, e ricevo qualcosa“.

Ha ragione. Io vado la per aiutare, do qualcosa, ricevo qualcosa. E’ splendido. E’ vero. E’ reale. Questa non è carità, è interesse personale illuminato.

E lei, signore, lei mi fa notare che il vangelo di Gesù è in ultima analisi il vangelo dell’interesse personale. Otteniamo la vita eterna attraverso i nostri atti di carità. “Venite benedetti del padre mio, perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” e così via. Lei dice che questo conferma esattamente quello che ho detto io. Se guardiamo a Gesù lei dice, ci accorgiamo che i suoi atti di carità erano, a conti fatti, atti di interesse personale, per assicurarsi le anime da destinare all vita eterna. E ritiene che ciò costituisca l’essenza e il significato profondo della vita: il perseguimento dell’interesse personale attraverso gli atti di carità.

Bene. Però, vede, lei sta barando un po’, perché ha inserito la religione in questo discorso. Legittimo, per carità. E’ valido. Ma forse è meglio che mi occupi dei vangeli, della bibbia e di Gesù verso la fine di questo ritiro. Ma ora, tanto per complicare le cose un po’ di più, vorrei dire solo questo: “Ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete e mi avete dato da bere“. E loro cosa rispondono? “Quando? Quando l’abbiamo fatto? Non lo sappiamo“.

Erano inconsapevoli!

Qualche volta, fantasticando, mi capita di immaginare una scena nella quale il re dice: “avevo fame e mi avete dato da mangiare” e la gente che si trova sulla destra dice: “Esatto Signore lo sappiamo“.

Non stavo parlando con voi” risponde loro il re.

Non corrisponde alle scritture; voi non dovreste saperlo“.

Non è interessante? Voi, invece lo sapete. Voi conoscete quella sensazione di piacere che si prova compiendo atti di carità. Esatto, è così!

E’ esattamente il contrario di qualcuno che dica: “cosa c’è di tanto speciale in quel che ho fatto? Ho fatto qualcosa, ho ricevuto qualcosa. Non avevo idea di fare del bene. La mia mano sinistra ignorava quello che stava facendo la destra“.

Sapete, il bene assume il suo valore più altro in quelle occasioni in cui non ci si rende conto che si sta facendo del bene. Non si è mai tanto buoni quanto nelle occasioni in cui non ci si rende conto di essere buoni. Ossia, come direbbe il grande Sufi:

Un santo è tale finché non viene a saperlo“. Non è autocosciente.

Tratto da Messaggio per un’aquila che si crede un pollo di Anthony de Mello.

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