Giu 20

Il cuore dello yoga

Il cuore dello yoga

Scopo dello yoga è la realizzazione dell’infinità nascosta entro l’uomo, il raggiungimento del cielo senza limiti che sovrasta ogni idea di noi stessi come esseri separati, minuscoli e deboli.

Lo yoga tramandato dalla tradizione orale e dai testi classici è unanime nel considerare la realizzazione spirituale individuale come obbiettivo della pratica, sia che si privilegino fin dall’inizio le tecniche meditative (Raja-yoga), sia che a esse si giunga attraverso il lavoro corporeo (Hatha-yoga). In entrambi i casi la meditazione è il cuore della pratica, essendo i due filoni menzionati sopra come due facce della medesima medaglia.

In Occidente si tende ad assimilare lo yoga alla pratica delle posizioni (asana, in sanscrito) con il rischio di trasformare la disciplina in semplice esercizio fisico. Dell’aspetto fisico della disciplina il Raja-yoga si occupa poco, dando per scontato che l’abilità nelle posizioni sia già stata acquisita in precedenza. Per Patanjali, codificatore del sistema nel testo intitolato “Yoga Sutra“, la posizione deve essere comoda e stabile, realizzata attraverso il rilassamento. A livello mentale, essa sarà in grado di riflettere l’infinito. Evidentemente ci si riferisce qui alla postura meditativa e alla possibilità, attraverso la meditazione, di risalire dal condizionamento materiale, in cui l’esistenza ordinaria si sviluppa, alla realtà spirituale che non ha confini. Oltre corpo, respiro e mente, la filosofia dello yoga afferma l’esistenza in noi di una dimensione non soggetta a nascita né a morte, infinita, completa, priva di dualità, caratterizzata da assoluta essenza, assoluta coscienza, assoluta beatitudine.

Nell’Hatha-yoga il discorso sulle posture è più articolato…

Nell’Hatha-yoga il discorso sulle posture è più articolato. Il testo più noto di questa tradizione, “Hatha-yoga Pradipika“, menziona 84 asana, assieme a tecniche di pranayama (per l’espansione e il controllo dell’energia vitale o prana), tecniche di concentrazioni e altro. Si tratta di un complesso di azioni fisiche la cui finalità sta comunque nel promuovere uno stato mentale adatto alla meditazione.

La chiave interpretativa per trasformare la postura dello yoga in atto di meditazione è la conoscenza del corpo sottile, cioè del complesso sistema energetico che attraversa l’intero corpo umano veicolando il prana attraverso i sette centri principali chiamati chakra (posti lungo la colonna vertebrale) e le nadi, canali di scorrimento del prana.

Occorre però applicare una certa gradualità nell’apprendimento.

Se chi si ferma all’aspetto fisico dello yoga commette errore di omissione, chi si lancia (e, peggio, lancia altri) sul sentiero della banalizzazione delle tecniche di pranayama, induce in un errore assai più grave: i danni causati al corpo fisico possono essere guariti relativamente presto, ma i danni in cui incorre il corpo sottile sono molto difficili da affrontare. Ecco perché nella tradizione e nei testi si afferma la necessità di un guru, un maestro spirituale, per incamminarsi sul sentiero del pranayama. E deve essere un maestro autentico, di una tradizione vivente.

Ma perché si medita? Si medita per raggiungere la consapevolezza di essere uno con quella realtà trascendente celata entro la nostra vicenda biografica, perché, come affermano i testi, senza questa consapevolezza non può esservi felicità. Il genere di felicità e pienezza di cui si fa esperienza non è un egoistico ripiegamento su se stessi, ma racchiude ogni manifestazione della vita, perché in meditazione non si è mai soli: tutti i nostri amici, tutti i nostri nemici sono presenti, qualità positive e negative che incontriamo nell’esplorazione interiore, ogniqualvolta ci poniamo in posizione seduta e immobile, gli occhi chiusi e il respiro fluente, profondo e silenzioso.

Qualità evidenti a noi stessi o sedimentate in un profondo che ci sfugge, rigidi schemi di pensiero che proiettiamo all’esterno, sul volto e nel nome delle persone che incontriamo nei giorni della vita. Se sappiamo vedere il bene e il male con l’occhio unico della saggezza, purificando progressivamente la mente grazie alla meditazione, allora la danza degli opposti cederà il passo all’immobilità equanime del Buddha che ha risvegliato se stesso alla sua vera natura.

Di Daniele Belloni.
Fonte: http://www.lifegate.it

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