Lug 05
mente teatro spettatore lemming amore sensazioni emozioni Teatro del Lemming   Il teatro dello spettatore accettazione

Teatro del Lemming

Oggi vi presentiamo una realtà teatrale più unica che rara per la quale la parola ricerca ha davvero senso.

Un teatro dove lo spettatore diviene preda dell’attore che lo seduce e lo conduce altrove.
Una realtà che prende il nome da dei piccoli roditori che vivono in Scandinavia e secondo una leggenda muoiono suicidi per procurare cibo ai piccoli.
Nessuna vocazione al suicidio ma l’idea del sacrificio per donare allo spettatore un’emozione e una catarsi.
Vi lascio a queste straordinarie interviste a Massimo Munaro, regista del Teatro del Lemming, e agli attori della compagnia che esprimono dei contenuti davvero importanti e profondi che vanno oltre il concetto di teatro che siamo abituati a conoscere.
Teatro del Lemminghttp://www.teatrodellemming.com
Ringrazio di cuore  il Teatro del Lemming per il progetto che stanno conducendo.
Alessio Pomaro.
Buona visione.

Video intervista al regista e compositore Massimo Munaro, Teatro del Lemming.
A cura di Elisa Cecilli e Cristina Locatelli.
Testi tratti da “Teatro del Lemming” di Marco Berisso e Franco Vazzoler.
Musiche di Massimo Munaro.

Il Teatro del Lemming a Retroscena -- i segreti del teatro.

Una giornata di laboratorio aperta alla cittadinanza.

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Nov 03
Musicoterapia: un nuovo studio

Musicoterapia

Nuova scoperta che avvalora l’uso della musicoterapia: nel cervello è incisa la colonna sonora della nostra vita e c’é un “juke box” che, non appena sentiamo una vecchia canzone legata a un episodio importante del nostro passato, fa risuonare in noi il ricordo di quell’evento e risveglia le stesse emozioni che provammo allora. Si tratta di un “hubneurale che lega la musica che riconosciamo come familiare ai nostri ricordi ed emozioni.

Resa nota sulla rivista Cerebral Cortex, la scoperta si deve a ricercatori della Università della California presso Davis. Questo “hub” è localizzato nella corteccia mediale prefrontale, un’area in prossimità della fronte. La sua funzione è associare la musica ad eventi particolari cui fa da sottofondo, eventi che nel momento in cui accadono vengono incisi nel nostro hard disk cerebrale, l’ippocampo, sotto forma di ricordi duraturi.

Cerebral Cortex

Cerebral Cortex

L’hub quindi è un punto di snodo neurale tra corteccia uditiva e memoria, che si attiva quando ci capita, anche dopo anni, di riascoltare quel brano che ha “segnato” la nostra vita. Attivandosi suscita “nostalgia” in noi e ci induce a rievocare il momento in cui quella canzone ci è entrata nel cuore e anche le emozioni che abbiamo provato in quel momento. Che siano pezzi di vecchie stagioni sanremesi o brani firmati da indiscussi miti del rock, ognuno di noi porta nel cuore una compilation che fa da colonna sonora della nostra vita. Ma finora non si conoscevano gli ingranaggi cerebrali che permettono a una canzone di richiamare in noi ricordi ed emozioni del passato.

Diretti da Petr Janata, i neurologi hanno scoperto il meccanismo: hanno lasciato ascoltare a un gruppo di studenti universitari una selezione di 30 brani famosi, assurti alla vetta delle classifiche quando i volontari avevano tra 8 e 18 anni. Mentre i giovani ascoltavano, i ricercatori hanno monitorato il loro cervello con la risonanza, poi hanno chiesto loro di compilare un questionario per valutare quali delle 30 canzoni avessero per loro un valore particolare, quali fossero legate a un ricordo e l’importanza di quest’ultimo. Ebbene è emerso che all’ascolto delle canzoni che legavano a un ricordo clou della loro vita, nel loro cervello corrispondeva l’attivazione della corteccia mediale prefrontale. E’ qui dunque che la musica fa risuonare le corde della nostra memoria. Poiché quest’area è una delle ultime a venir danneggiate dal morbo di Alzheimer, conclude Janata, lo studio suggerisce l’utilità della musicoterapia contro la demenza senile: la musica potrebbe risvegliare in questi soggetti flebili barlumi di memoria.

Di Paolo Alberto.
Fonte: http://www.mtonline.it

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Ott 19
Il Training Autogeno

Il Training Autogeno

Conoscere se stessi è forse la cosa più importante della nostra esistenza, perché solo sapendo chi si è veramente si è in grado di utilizzare le risorse adeguate ai nostri obiettivi.

Questo bisogno di consapevolezza è sempre stato presente in me; già da bambina mi facevo domande tipo “E’ questa la vera vita oppure è quella dei sogni?” E mi davo anche la risposta: “E’ questa, perché è in questa che me lo chiedo!” Ho visto in seguito che anche Cartesio… (“cogito ergo sum”)!
[...]

Il T.A. è un sistema per conoscere, sviluppare e riequilibrare se stessi, ma con un diverso procedimento.

Il rilassamento: il corpo partecipa ad ogni emozione, e reagisce a quelle negative (ansia, collera, paura) con una contrazione muscolare che con l’andar degli anni si accumula e diventa cronica, creando quel che Wilhelm Reich ha definito “armatura muscolare” e “corazza caratteriale cronica”. Questa situazione nel corpo, oltre a creare dolori e malesseri, blocca l’energia vitale, con conseguente stato di stanchezza. Inoltre si vive con una percentuale(5-10%?) ridotta delle proprie capacità, ci si sente insicuri, inadeguati, mancanti di qualcosa. La corazza blocca una piena conoscenza ed espressione di sé; se avete visto “Excalibur” un film di alcuni anni fa, ricorderete che Parsifal vive una lunga e travagliata ricerca del sacro Graal e arriva finalmente a trovare la luce quando cade nelle profondità di un lago e la sua armatura si sgretola e lo lascia libero.

La respirazione: il respiro è vita, respirare bene vuol dire vivere bene, vivere più calmi, più lucidi, con una maggiore concentrazione mentale.

La respirazione favorisce la circolazione sanguigna, il sistema linfatico, ossigena e stimola gli organi interni. Ricerche di laboratorio hanno dimostrato che il T.A. può ridurre il tasso di colesterolo, regolarizzare la pressione sanguigna, migliorare le funzioni neurovegetative.

L’autoterapia: attraverso il contatto e l’utilizzo del prana, l’energia vitale, ci si ricarica e ci si cura in modo naturale; il risultato per moltissime persone è stato l’eliminazione dei medicinali.

Nel T.A. c’è una speciale tecnica, che aiuta a raggiungere i propri obiettivi e fa funzionare i meccanismi di guarigione insiti nel corpo e nella mente: la visualizzazione creativa o programmazione positiva.

I benefici dell’utilizzo del Training Autogeno, che prevede pochi mesi di apprendimento, sono molteplici. I risultati si vedono presto e si concretizzano con l’eliminazione dello stress, e uno sviluppo a largo raggio della propria personalità, della sicurezza in se stessi e consente di affrontare bene ogni problema.

In dettaglio sul piano psichico agisce su insonnia, nevrosi, ansia, depressione, panico, fobie, paure, insicurezza, timidezza, insonnia, tic, balbuzie, dipendenza da fumo, cibo, alcool. Migliora le prestazioni professionali, scolastiche, artistiche, sportive. Sviluppa la capacità di parlare in pubblico.

Sul piano fisico agisce su mal di schiena, cervicale, cefalea, emicrania, allergie, asma, raffreddore, sinusite, tachicardia, ipertensione, gastrite, ulcera, difficoltà digestive, nausea, colite, stipsi, disturbi sessuali, disturbi mestruali, menopausa, problemi della pelle, sistema immunitario; riduce i tempi di travaglio nel parto.

Il T.A. nasce negli anni trenta da J.H. Shultz, medico e psichiatra; in Italia è conosciuto ma non quanto meriterebbe. C’è da chiedersi come mai questo metodo così efficace e facilmente fruibile non si sia allargato a macchia d’olio.

Personalmente devo al Training Autogeno un gran colpo di timone per la mia vita: ha consentito l’emersione di talenti dormienti come il fluido energetico e le facoltà intuitive, creando una strada professionale più consona alla mia indole. E di ciò sono profondamente grata

Di Silvana Borile.
Fonte: http://www.silvanaborile.it

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