Ott 02

Un percorso per recuperare il sogno

Un uomo diviene quel che Sogna: essere occasione reciproca del recupero del proprio Sogno è Atto di Potere Personale.

La Ruota di Medicina è uno strumento universale, sacro, cui avvicinarsi con rispetto. Ma quel di cui si parla in questo libro non ha nulla a che fare con la religione: si parla di passi possibili, di ostacoli al ritrovarsi, di un metodo e di uno strumento e della loro ampiezza; si parla del dare un nome alle cose e del vederle come sono; si parla di condividere un percorso e del ritrovare dei valori. E’ l’Uomo che è Sacro, infine, in ogni sua parte, e penso sia compito di ciascuno cercare di proteggere, dentro di sé, questa immagine.



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Set 29

Le emozioni

Le emozioni

Le emozioni sono parte integrante del paesaggio umano ed esprimono alcuni tratti della personalità. E, tuttavia, si tratta di manifestazioni reattive del sistema nervoso.

Le emozioni sono chiamate anche passioni o falsi feelings; esse sono infatti manifestazioni compensative che affiorano quando si perde la connessione con la qualità originaria dell’essere. Quando le emozioni/passioni sono presenti in modo compulsivo, possono connotare un individuo, come pauroso, collerico, allegro, malinconico, ossessivo.

Per contro, le varie qualità dell’essenza – come Amore, Pace, Gioia, Valore, Forza, Volontà, Fiducia, Saggezza, Creatività – sono presenti nella profondità del nostro essere; quando ci si riconnette con questa o quella qualità dell’essenza esse vengono sperimentate come sensazioni intime, profonde, appaganti: proprio per questo sono chiamate veri feelings.

Le emozioni/passioni sono in qualche modo una forma distorta delle qualità essenziali con le quali condividono identiche risonanze; ma le emozioni vivono in superficie in una forma reattiva e caotica. Più ci si riconnette con l’essenza e con le sue espressioni, meno si sentono le emozioni.

Le emozioni sono dunque reazioni, mentre le qualità essenziali sono stati dell’Essere.

All’inizio – nei primi mesi di vita – vi è solo essenza a riempire l’essere; poi – già a partire dai primi mesi di vita -, a causa di un ambiente primario di accoglienza inadeguato, vi è la separazione dall’essenza e la comparsa del senso di vuoto o di mancanza di qualcosa (il cosiddetto buco), cui segue l’insorgenza delle emozioni e il conflitto intorno ad esse che crea ogni tipo di pensieri.

Alcune persone sono tagliate fuori non solo dalla loro essenza, ma anche dalle loro emozioni e questo le rende veramente estranee a se stesse. Questa disconnessione incomincia ad accadere quando si perde il coraggio di vivere aperti alla vita, nella fragilità e senza difese preventive. Spesso accade che il non sentire sostegno nell’ambiente circostante, il timore di essere incompresi, feriti, derisi conduce a reprimere e nascondere agli altri e – ciò che è più grave – anche a se stessi le proprie emozioni, le proprie sensazioni e i propri sentimenti.

Si diviene estranei al proprio mondo interiore.

Si rimane in contatto soltanto con l’elaborazione mentale delle emozioni. Si ama, si va in collera, si ha paura, si è malinconici e tristi, si è allegri soltanto attraverso la mediazione dell’attività mentale. Accade così di essere identificati con i propri pensieri e di perdere il contatto con il proprio sentire, con quanto accade dentro di noi di momento in momento e, in tal modo, con il proprio stesso essere.

E’ veramente importante ritornare in contatto con le proprie emozioni e viverle pienamente per giungere presto o tardi a comprendere come e perché esse nascono. Vale la pena di precisare che vivere pienamente le proprie emozioni non vuol dire cavalcare l’onda emotiva della rabbia, della malinconia, della paura o della gioia, ma piuttosto ‘stare-nel-mezzo’, – senza esprimerle e senza reprimerle -, ‘semplicemente’ rimanendo consapevoli. Cresce via via la capacità di essere ‘il testimone’: colui che è presente a tutto quanto accade dentro di noi, senza identificazione e attaccamento. Da questo comportamento, che è accettazione di quello che sta accadendo nel momento, nasce, quando il tempo è maturo, una nuova comprensione. E’ questa comprensione di se stessi che permetterà di dissolvere le difese erette inconsciamente dalla personalità, di sperimentare l’esistenza del ‘buco’, di vivere il dolore dell’assenza di questa o quella qualità – amore, valore, forza, creatività … – senza cercare compensazioni. Solo in questo modo l’essenza perduta riprende a fluire.

A. H. Almaas così si esprime, “Per prima cosa le persone devono imparare a sentire se stessi, a prestare attenzione a se stessi, affinché le necessarie informazioni siano disponibili. La maggior parte delle persone vivono la vita senza la necessaria consapevolezza perché cercano di evitare di sentire il vuoto, la falsità, la sensazione che ci-sia-qualcosa-di-sbagliato. Non si può evitare l’autoconsapevolezza e compiere il Lavoro” (di crescita in consapevolezza, umana e spirituale).

Le emozioni, perciò possono indicare come, dove, quando, in termini di memorie, una certa qualità dell’Essenza è andata smarrita rispetto alla propria consapevolezza.

Questo articolo è stato pubblicato su Hod, giugno-luglio 2004.
Fonte: http://www.lalungavitaterapie.it

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Set 04

Musica e mente

Musica e mente

Secondo gli studi effettuati dal neurologo canadese Robert Zatorre, della Mc Gill University di Montreal, il cervello dell’uomo reagisce alla musica con l’attivazione di alcuni centri del piacere, una reazione che avviene anche durante le cosiddette “attività gratificanti“, come l’assunzione di droga, mangiare o l’attività sessuale. Le reazioni alla musica sono ben definibili ed identificabili, in quanto alterano in modo percettibile il battito cardiaco e il tono muscolare. Ad un gruppo di studenti è stata fatta ascoltare della musica particolarmente “emozionante” in modo da provocare i brividi e la pelle d’oca. A questo punto l’attività cerebrale è stata esaminata con una tomografia a emissione di positroni (Pet), controllando anche altri parametri fisiologici del corpo, come il battito cardiaco, il ritmo respiratorio, la temperatura della pelle e la tensione muscolare. È curioso notare che la musica è un’attività astratta, a differenza del cibo e del sesso, ed è quindi priva di uno specifico valore biologico. Per spiegare questa reazione si ricorre ad un motivo molto più antropologico che scientifico: oggi la musica è intesa come intrattenimento ma nelle società primitive la pratica musicale era legata alle esigenze primarie, quali sesso e cibo, poiché era usata in tutti i rituali, come quelli di caccia e quelli di iniziazione.

Per molto tempo si è sostenuto che il linguaggio attivasse l’emisfero cerebrale sinistro e la musica quello destro ma oggi si hanno informazioni che cambiano un po’ le cose. Le reazioni sono molto più complesse, specialmente per quanto riguarda i musicisti. I diversi elementi che compongono la musica (tono, ritmo, armonia, melodia ecc.) si distribuiscono su entrambi gli emisferi cerebrali. Il cervello è però in grado di “riconoscere” la musica e la reazione è diversa da altri stimoli uditivi, come voci o rumori. Non risultano invece differenze fra le reazioni cerebrali stimolate da una sinfonia di Beethoven, una canzonetta e una musica proveniente da una cultura completamente diversa da quella dell’ascoltatore. Lo studioso Steven Demorest, dell’Università di Seattle, usando la risonanza magnetica ha dimostrato che un’antica melodia cinese produce nel cervello degli ascoltatori la stessa risposta provocata da un brano di musica classica.

La musica si conferma come un linguaggio ed un’esperienza universale, accessibile a tutti. Secondo il francese Emmanuel Bigand, dell’Università di Digione, ci sono studi che dimostrano che i musicisti professionisti e dei semplici ascoltatori utilizzano gli stessi strumenti cognitivi per analizzare un brano musicale. Sembra che tutti i bambini al di sotto dei sei anni siano dotati in maniera naturale, anche se elementare, dell’orecchio assoluto, cioè della possibilità di riconoscere l’altezza di una singola nota. Quest’abilità viene persa dalla maggior parte delle persone durante la crescita. Però tra musicisti e semplici ascoltatori esiste qualche differenza nell’attivazione delle aree cerebrali. Secondo Marina Bentivoglio, dell’Università di Verona, in alcuni casi sembra che le “disfunzioni” di cui soffrivano grandi compositori abbiano influenzato la loro creatività. Tutto questo senza tornare alla teoria esposta in Genio e follia dallo psichiatra Cesare Lombroso, secondo la quale i criminali sono il prodotto di fattori ereditari ed atavici.


Negli ascoltatori inesperti l’ascolto della musica attiva la parte destra del cervello, quella più intuitiva (visibile in rosso). Nei musicisti si attiva la parte più razionale, cioè quella destra.

Queste ricerche confermano anche un luogo comune, cioè che la musica fa bene. Oggi non si crede più all’”effetto Mozart“, teoria secondo la quale sarebbe bastato ascoltare brani di questo autore per raggiungere grandi prestazioni intellettuali. Ma la musica aiuta i bambini a sviluppare il linguaggio e a coordinare i movimenti. Secondo uno studio dell’Università di Sheffield un corso di musica può aiutare un bambino dislessico a superare parte delle proprie difficoltà, mentre alcuni ricercatori dell’Università di Liverpool arrivano ad azzardare che i musicisti, sviluppando particolarmente l’area del cervello relativa al linguaggio, riescono in questo modo a prevenire alcuni danni legati all’invecchiamento. Bisogna però fare attenzione a non considerare le tecniche di indagine come una moderna frenologia, la teoria scientifica, affermatasi nel secolo XIX e oggi abbandonata, secondo cui dalla conformazione del cranio era possibile risalire allo sviluppo di certe zone del cervello, sedi di particolari funzioni psichiche. Quando si studiano i cervelli non si può generalizzare, perché le variabili individuali sono tante.

Fonte: http://www.andreaconti.it

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