Nov 26
Un Monaco in laboratorio

Un Monaco in laboratorio

Nel tempo attuale le emozioni distruttive come l’ira, la paura e l’odio stanno creando problemi devastanti in tutto il mondo. Giornali e telegiornali ogni giorno ci propongono macabri richiami della potenza distruttiva di queste emozioni; la domanda che ci dobbiamo porre quindi è: Cosa possiamo fare, ciascuno di noi, per sconfiggerle?”.

Naturalmente queste emozioni disturbanti sono sempre state parte della condizione umana. Coloro che inclinano a ritenere che nulla potrà “curare” i nostri impulsi all’odio ed alla distruzione reciproca, direbbero che questo non è che il prezzo dell’essere umani. Questo punto di vista tuttavia rischia di indurre un atteggiamento di apatia nei confronti delle emozioni distruttive, e di farci concludere che la nostra distruttività è incontrollabile.

Personalmente credo che come individui noi abbiamo a disposizione mezzi pratici per vincere i nostri impulsi pericolosi - quegli impulsi che a livello collettivo possono condurre alla guerra ed alla violenza di massa. Come prova di questo non porto soltanto la mia pratica spirituale e la comprensione dell’esistenza umana basata sugli insegnamenti buddhisti, ma ora anche il lavoro degli scienziati.

Negli ultimi 15 anni mi sono impegnato in una serie di conversazioni con alcuni scienziati occidentali. Ci siamo scambiati informazioni su argomenti che andavano dalla fisica quantistica e la cosmologia alla compassione ed alle emozioni distruttive. Ne ho concluso che mentre i risultati della ricerca scientifica offrono una comprensione più approfondita in campi quali la cosmologia, sembra che le spiegazioni offerte dal Buddhismo, specialmente nel campo delle scienze cognitive, biologiche e del cervello, talvolta possono offrire agli scienziati di formazione occidentale una prospettiva nuova dalla quale riconsiderare il proprio campo di studio.

Può sembrare strano che una guida religiosa si occupi così tanto della scienza, ma gli insegnamenti Buddhisti enfatizzano l’importanza della comprensione della realtà, per conseguenza è importante prestare attenzione a quanto gli scienziati hanno scoperto sul mondo attraverso i loro esperimenti e le loro misurazioni.

Analogamente i Buddhisti vantano 2.500 anni di studio sul funzionamento della mente. Nei millenni, molti praticanti hanno portato avanti, possiamo dire, “esperimenti” sul modo di sconfiggere le nostre tendenze verso le emozioni distruttive.

Ho incoraggiato gli scienziati ad esaminare Tibetani che fossero praticanti spirituali avanzati, per verificare quali benefici queste pratiche possano portare anche al difuori di un contesto religioso. Quello che ci si propone è di aumentare la nostra comprensione del mondo mentale, della coscienza e delle emozioni.

Per questo motivo ho visitato il laboratorio di neuroscienze del dott. Richard Davidson, all’Università del Wisconsin. Con l’utilizzo di strumenti che mostrano attraverso immagini ciò che accade nel cervello durante la meditazione, il dott. Davidson ha potuto studiare l’effetto delle pratiche buddhiste finalizzate alla coltivazione di compassione, equanimità e presenza mentale. Per secoli i buddhisti hanno sostenuto che queste pratiche sembrano rendere le persone più calme, più felici ed amorevoli, e sempre meno inclini alle emozioni distruttive.

A parere del dott. Davidson, la scienza ora può sostenere questa convinzione. Il dott. Davidson mi ha riferito che la comparsa di emozioni positive può essere dovuta a questo meccanismo: la meditazione di presenza mentale rafforza il circuito neurologico che calma una parte del cervello che agisce da innesco per paura e rabbia. Questo suggerisce la possibilità che ci sia modo di creare una sorta di separazione fra gli impulsi violenti del cervello e le nostre azioni.

Sono stati già eseguiti esperimenti che dimostrano come alcuni praticanti riescono a raggiungere uno stato di pace interiore anche in circostanze estremamente disturbanti. Il dott. Paul Elkman dell’Università della California a San Francisco mi ha riferito che rumori sgradevoli, dell’intensità anche di un colpo di fucile, non hanno provocato soprassalti nei monaci buddhisti che stava sottoponendo a test; il dott. Elkman dice di non aver mai visto nessuno restare tanto calmo in presenza di un rumore così forte.

Un altro monaco, abate di uno dei nostri monasteri in India, è stato sottoposto a test mediante l’uso dell’elettroencefalografo per misurare le onde cerebrali. Secondo il dott. Davidson, l’abate presentava la più elevata attività dei centri cerebrali associati alle emozioni positive mai misurata nel suo laboratorio.

Naturalmente, i benefici derivanti da queste pratiche non sono riservati ai monaci che trascorrono mesi in ritiro. Il dott. Davidson mi ha riferito sulle proprie ricerche con persone impegnate in lavori altamente stressanti. A queste, che non erano Buddhiste, venne insegnata la presenza mentale, uno stato caratterizzato da prontezza mentale in cui la mente non si lascia coinvolgere da pensieri e sensazioni, ma li lascia andare e venire, proprio come quando si osserva il fluire di un fiume. Dopo otto settimane, il dott. Davidson ha accertato che in queste persone, la parte del cervello coinvolta nella formazione di emozioni positive diventava progressivamente più attiva.

Le implicazioni sono chiare: il mondo di oggi ha bisogno di cittadini e di leaders capaci di lavorare per una crescente stabilità e di entrare in dialogo col “nemico”, a prescindere da eventuali violenze od aggressioni abbiano potuto subire.

Vale la pena di sottolineare che questi metodi non sono solo utili, ma anche economici: non occorrono farmaci o iniezioni, non è necessario diventare Buddhisti o adottare nessuna fede religiosa particolare. Ciascuno di noi ha il potenziale per condurre una vita pacifica e significativa. Sta a noi scoprire, quanto più possiamo, come fare.

Personalmente, cerco di applicare questi metodi nella mia stessa vita. Ogni volta che ricevo cattive notizie, specialmente i tragici racconti che spesso mi narrano i miei compagni Tibetani, naturalmente reagisco provando tristezza. Tuttavia, cercando di contestualizzare, ho scoperto che riesco a farvi fronte abbastanza bene. E solo raramente provo un sentimento di rabbia impotente, che non serve ad altro che ad avvelenare la mente e amareggiare il cuore, anche a fronte delle notizie peggiori.

Se riflettiamo, comprenderemo che nella nostra vita gran parte della sofferenza che proviamo è provocata non tanto da cause esterne quanto da eventi interni come il sorgere di emozioni disturbanti. Il miglior antidoto a questa rovina è accrescere la nostra capacità di fronteggiare queste emozioni.

Se l’umanità vuole sopravvivere, la felicità e l’equilibrio interiori sono essenziali; altrimenti la vita dei nostri figli e dei loro figli sarà con ogni probabilità infelice, disperata e di breve durata. Il progresso materiale certamente contribuisce - in qualche misura - alla felicità e ad una vita confortevole; ma questo non basta. Se vogliamo raggiungere un livello più profondo di felicità non dobbiamo trascurare il nostro sviluppo interiore.

La sciagura dell’11 settembre ha dimostrato che la tecnologia moderna e l’intelligenza umana guidata dall’odio possono portare a distruzioni immense.

Azioni così terribili non sono che sintomi violenti di uno stato mentale preda delle emozioni disturbanti. Per poter reagire con saggezza ed efficacia è necessario che siamo guidati da stati mentali più salutari, non solo per evitare di alimentare le fiamme dell’odio, ma così da rispondere abilmente. Faremmo bene a ricordare che la guerra contro l’odio ed il terrore può essere combattuta anche su questo fronte, il fronte dell’interiorità.

Di Tenzin Gyatso, S.S. il XIV Dalai Lama.

Fonte: http://www.followingdalailama.it

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Perché meditare

Perché meditare

La meditazione buddhista di consapevolezza, il cui insegnamento risale allo stesso Buddha e che classicamente va sotto il nome di satipatthana o vipassana, potrebbe definirsi anzi tutto come la contemplazione del corpo e della mente.

II fondamento necessario per questa contemplazione è sia una certa stabilità fisica, vale a dire la corretta posizione del corpo, sia una certa stabilità o calma mentale, la quale richiede naturalmente più tempo per maturare. Tale calma mentale è facilitata dal prestare attenzione a un oggetto semplice come ad esempio il respiro. C’è da osservare che non di rado, nell’ambito dell’odierna diffusione del buddhismo in Occidente, la necessità di questa preliminare stabilità interna finisce con l’essere sottovalutata. Cosa intendiamo con la parola consapevolezza? Intendiamo la pura attenzione silenziosa e non giudicante presente nel momento presente. E contemplare il corpo e la mente vuol dire osservare con questa attenzione le sensazioni fisiche, l’avvicendarsi di attrazione e repulsione nella nostra mente, il succedersi di emozioni e stati d’animo; vuol dire osservare i pensieri e le immagini che accompagnano gli stati d’animo.

Lo scopo più accessibile di questa contemplazione si può racchiudere in tre parole: più pace, più saggezza, più compassione. Lo scopo più alto è la liberazione dalla sofferenza ovvero l’incontro con ciò che “non nasce e che non muore”, con l’Incondizionato che è luce senza misura.

Infatti, contemplando pazientemente, noi ci accorgiamo con sempre maggiore chiarezza e acutezza che la paura, la confusione, l’avversione e l’attaccamento che ci abitano producono una messe abbondante di sofferenza. E ci svegliamo gradualmente al fatto che le radici profonde della sofferenza non stanno fuori di noi, nelle cose, nelle persone, nelle circostanze ma stanno, piuttosto, dentro di noi, stanno cioè nel nostro modo di rapportarci con le cose, le persone (che includono noi stessi), le circostanze e gli eventi.

Vediamo che fino a quando la nostra relazione con tutto ciò è caratterizzata da attaccamento e avversione, ossia dall’identificazione con l’io e col mio, allora, inevitabilmente, gran parte di quello che ci capita non farà altro che alimentare disagio, insoddisfazione, insicurezza, separazione. Vedendo e rivedendo, alla luce della consapevolezza, questa verità fondamentale - e, insieme, tanto elusiva - comincerà a succedere che attaccamento e avversione prendono a disseccarsi, lasciando più spazio dentro.

Questa maggiore spaziosità e libertà interiore significa più pace. La comprensione della verità fondamentale che la sofferenza è prodotta dal nostro modo di rapportarci alle cose comporta un evidente aumento di saggezza ossia della comprensione di ciò che veramente conta. Infine una maggiore disponibilità agli altri è la conseguenza naturale di questo sostanziale rasserenamento. Vale a dire: più si attenua la preoccupazione circa noi stessi, più emerge la sollecitudine per gli altri.

Un’osservazione importante da aggiungere a tutto questo: la meditazione che abbiamo brevemente descritto non può fiorire granché se è intesa - secondo una certa tendenza occidentale contemporanea - come una sorta di tecnica psicologica autosufficiente. In realtà la meditazione, nel buddhismo così come in altri approcci contemplativi, è parte di un quadro più grande. A tale quadro appartengono, oltre alla meditazione, sia un costante raffinamento etico, nel segno della non violenza e della giustizia, sia la coltivazione di una profonda fiducia spirituale. Quest’ultima si esprime, tipica mente, attraverso la ‘presa di rifugio’ nel Buddha, nel Dharma e nel sangha, presa di rifugio che incornicia e fonda la meditazione. Si prende rifugio nella potenzialità di illuminazione in noi, il Buddha; e quindi nel Dharma, ossia nel cammino interiore temporale e nella sua meta atemporale; e infine nel sangha, ossia nella comunità di coloro che percorrono questo cammino. Prendere rifugio significa dunque affermare la fiducia radicale e, insieme, prendere le distanze dalla miriade di aspettative mondane. Perciò una vera presa di rifugio, cresciuta e maturata, non potrà avere molto a che fare con l’optare per l’ideologia buddhista (intendimento abbastanza corrente del ‘rifugio’): tale opzione sarebbe infatti il semplice abbracciare una credenza e non già il fondare la fiducia nell’assoluto, al di là delle opinioni e dei concetti e della loro carica di separatività.

Infine la meditazione, così organicamente inserita in tale quadro più ampio, e sorretta dunque da etica e da fiducia, potrà pervenire alla sua massima estensione: ossia all’accendersi sempre più frequente della consapevolezza e dei suoi frutti nella quotidianità, ben al di là dei confini della meditazione formale. Questa è una vera e propria arte, che richiede passione e gusto, perché significa imparare a usare le circostanze della vita come luoghi di applicazione della consapevolezza e dunque come stimoli e sfide all’intelligenza della vita, del dolore e dell’amore.

Un risultato poi di speciale rilevanza in termini di religiosità è questo, che più la consapevolezza ci sorregge nel quotidiano più ne avvertiamo il fondamentale mistero, non dissimile dal mistero della preghiera interiore. I1 mistero di una dimensione benefica che è più grande di noi e che, al tempo stesso, appare essere la cosa più intimamente nostra.

Di Corrado Pensa.

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Cos’è la meditazione Vipassana?

Vipassana, termine che significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono“, è una delle più antiche tecniche di meditazione dell’India. Essa fu riscoperta ed insegnata più di 2500 anni fa come metodo universale per uscire da ogni tipo di sofferenza, un’arte di vivere.

Come impararla?

Vipassana viene insegnata in corsi residenziali di 10 giorni durante i quali i partecipanti imparano i fondamenti della tecnica e praticano per un tempo sufficiente a sperimentarne i benefici effetti.

Un corso di dieci giorni fornisce un allenamento mentale di profondo valore pratico nella vita quotidiana.

Tutti i corsi, in Italia e nel mondo, sono liberi da costi di partecipazione per evitare che gli aspetti commerciali interferiscano con la tecnica e per dare a tutti, indipendentemente dalla situazione economica, la possibilità di trarre beneficio da quest’arte di vivere. Secondo la tradizione di questo insegnamento i corsi vengono organizzati sulla base di libere offerte, accettate unicamente da parte di meditatori che hanno portato a termine almeno un corso.

Per maggiori informazioni: http://www.atala.dhamma.org

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