Ago 28

Non torniamo, andiamo avanti

Ton torniamo, andiamo avanti

La vacanza non è solo una pausa nel tran tran, è anche una occasione per conoscersi meglio e fare più attenzione a ciò che si è e ciò che si vuole dalla vita davvero. Il ritorno a casa, allora, diventa un nuovo inizio.

Posti nuovi, gente nuova, o anche soltanto ritmi nuovi. Una, due o tre settimane di vacanza, se non sono state riempite con ancora più impegni di quelli che si hanno durante la stagione lavorativa, possono essere sufficienti per dare un’occhiata alla propria vita da un punto di vista diverso. Possono dare lo spunto per fare un po’ il punto della situazione per chiedersi che cosa si vorrebbe cambiare o che cosa si vorrebbe realizzare dando spazio – perché no – anche a quei sogni nel cassetto che durante l’anno non riescono mai a fare capolino.

Non trascuriamo intuizioni che possiamo avere avuto su noi stessi e sulla direzione ad dare alla nostra vita che ci sono venute in vacanza. E’ proprio fuori dai contesti e circuiti abituali che possiamo più facilmente cogliere aspetti di noi meno conosciuti e valorizzati e che possiamo arricchire così il nostro tran tran quotidiano con nuove scoperte e nuove energie.

Questo diventa il momento di esercitare la nostra creatività al suo livello più alto, quello che ci porta non solo a modellare forme, colori, musiche o parole, ma a modellare la nostra stessa vita sino a farne un’opera d’arte la cui forma esprima il contenuto.

Anche le nostre esistenze sono fatte di materiale duttile, modellabile, in parte dall’esterno – è indubbio – ma in grande parte anche dall’interno, verso direzioni scelte, programmate e organizzate proprio da noi.

Non è mai troppo tardi, quindi per chiederci che cosa ci chiediamo dalla vita, per decidere di valorizzare una vocazione mai presa sul serio, di dare più spazio a un interesse sempre trascurato, di cercare ciò che ci manca “davvero” (senza quindi farsi influenza da una pubblicità maestra nel far sentire bisogni inutili) o di lasciar perdere ciò che non è davvero in sintonia con la nostra natura profonda, proprio quella che si fa sentire nei momenti di maggior tranquillità e silenzio interiore.

Creatività vuol dire considerare la nostra vita la cosa più importante e investire tempo, riflessione e attenzione nel vedere come renderla sempre più aderente a ciò che sentiamo di essere.

In questo processo di rimodellamento – continuo, peraltro – dobbiamo tenere conto dei limiti, delle necessità e dei doveri ma anche dei diritti e delle possibilità. Ogni attività artistica deve fare i conti anche con i limiti, la poesia una volta era ingabbiata nella metrica, ma non per questo non riusciva a esprimere l’ineffabile, la musica tiene conto delle caratteristiche di ogni singolo strumento e la scultura della qualità del materiale. Anche un grosso nodo nel legno, se inserito al posto giusto, da difetto può diventare la caratteristica più personale e preziosa di una scultura.

L’arte dell’essere si coltiva. Con la crescita personale, con l’esercizio della libertà, con la scoperta della responsabilità, con la pratica della volontà, con la leggerezza dell’intuizione e l’energia della gioia. Quando questo è chiaro, ogni ritorno dalle vacanze è ricco di semi e stimoli da piantare nel terreno fertile della propria quotidianità.

Di Marcella Danon.
Fonte: http://www.lifegate.it

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G. I. Gurdjieff

G. I. Gurdjieff

Come in ogni disciplina tradizionale, anche nell’insegnamento di Gurdjieff, l’idea di base è quella dell’identità fra il microcosmo ed il macrocosmo: l’uomo è l’immagine dell’universo e segue le stesse leggi. Alla complessa psicologia, la sola aperta alle nostre possibilità esplorative, che abbiamo appena tratteggiato, si connette una ancor più complessa cosmologia. Uno storico delle religioni, in termini tecnici, la etichetterebbe probabilmente come “emanazionista” e “gnostica”.

A fondamento della manifestazione vi sono due leggi cosmiche universali: la Legge del Tre (Triade) e la Legge del Sette (Ottava).

La prima legge postula come ogni fenomeno risulti dall’incontro di tre differenti forze: il pensiero scientifico osserva invece solo la presenza di due forze (positivo e negativo magnetici; cellula maschio e femmina, ecc.), ma è ignaro della terza.

Gurdjieff chiama queste forze:

Santa-Affermazione, Santa-Negazione, Santa-Riconciliazione, oppure forza attiva o positiva, forza passiva o negativa, forza neutralizzante.

Le tre forze sono osservabili all’esterno ed all’interno di noi, ma non è affatto facile riconoscerle, specialmente la terza forza. In termini più ordinari si potrebbe parlare anche di impulso, resistenza e conciliazione. Le triadi si succedono in ‘catene’ in cui

«il maggiore si fonde con il minore per realizzare il medio e così diviene o maggiore per il precedente minore o minore per il successivo maggiore”.

Inutile dilungarsi sulle analogie con altre tradizioni: la Trinità cristiana di Padre, Figlio e Spirito Santo in cui, non a caso, quest’ultimo è il “Paracleto”, l’intercessore; la Trimurti indù di Brahma, Shiva e Vishnu; i tre Gunas del Sankhya, Rajas il principio dinamico, Tamas il principio statico e Sattva l’equilibrio; il Sale, Zolfo e Mercurio dell’Alchimia; lo Yin e lo Yang unificati nel Tao; i Tre Triangoli della Quabbalah; ecc..

La legge del Sette, invece, fornisce la sistematizzazione del corso dei movimenti di una forza nello svolgere il processo di completamento di un qualsiasi fenomeno: lo sviluppo della frequenza delle vibrazioni, ascendente o discendente, della forza passa attraverso sette gradi, fasi o “note” disposte lungo una scala armonica, con due prevedibili punti di stallo (proprio dove mancano i semitoni tra mi-fa si-do nella scala maggiore mi, re, do, si, la, sol, fa, mi).

Questa legge si può chiamare «legge della discontinuità delle vibrazioni». Nell’universo tutto è vibrazione, ma in ogni scala di trasmissione di queste, ci sono sempre due punti dove le vibrazioni rallentano e richiedono uno shock esterno per poter continuare nella stessa direzione. Senza shock esterno il percorso deraglia e cambia traiettoria: questo accade all’inizio (mi-fa) ed alla fine (si-do) dell’ottava. In tal modo si spiegano, per esempio, il rilassamento dello sforzo e le deviazioni dallo scopo originale in ogni impresa umana: una stessa perversa transizione porta dal Sermone della Montagna all’Inquisizione o dalla ‘libertà, fratellanza ed uguaglianza‘ rivoluzionarie a Napoleone e a Stalin.

Se “ciò che è in alto è come ciò che è in basso”, anche questa legge si applica sia all’esterno che all’interno di noi: sul piano cosmico l’ottava discendente del cosiddetto “Raggio di Creazione“, che dall’Assoluto porta allo sviluppo progressivo dei mondi, colma il primo intervallo do-si con il ‘Fiat’ divino ed il secondo fa-mi con la funzione della vita organica sulla Terra, vero e proprio organo di percezione del pianeta; analogamente sul piano della realizzazione umana, l’ottava ascendente che porta l’uomo dal sonno meccanico all’essere reale, colma i due intervalli con lo sforzo consapevole e la sofferenza volontaria proposti dal Lavoro.

Nello spazio compreso fra queste due ottave è racchiuso il destino dell’uomo: essere una pedina nell’ottava discendente, svolgere passivamente il proprio ruolo di trasformatore di energia, con tutte le creature viventi, e venire riassorbito a suo tempo nel substrato indifferenziato come parte dell’ecologia cosmica; oppure entrare di forza nell’ottava ascendente, partecipare di un compito più alto, essere attivo.

«Nell’universo tutto è materiale e per questo motivo la Grande Conoscenza è più materialista del materialismo….».

In questo modo il cerchio si chiude, niente è casuale in questo sistema in cui ognuno può scegliere se seguire la corrente generale, manifestando un’esistenza semiconscia e generando un grado di energie rudimentali che vengono usate dal cosmo ad un solo livello; o invece cercare di “essere”, di evolversi consapevolmente, e, applicando il principio “alchemico” della separazione dello ‘spesso dal sottile’, muoversi verso la capacità di ricevere e generare energie più raffinate, svolgendo un servizio più alto per le forze della creazione. In entrambi i casi niente viene sprecato: tutto in natura è “cibo” per qualcosa; tutto viene utilizzato.

L’azione universale e coordinata delle due leggi è esemplificata dal simbolo dell’Enneagramma: un cerchio che include un triangolo equilatero intrecciato con un’altra figura a sei lati. Dei nove lati che lo compongono, sei sono ottenuti da 1 diviso per 7 (che produce un numero infinito in cui non compare mai il 3, il 6 e il 9), gli altri da 1 diviso per 3 (che produce una serie infinita di 3, di 6 e di 9). I punti in cui i lati toccano il cerchio sono numerati da uno a nove. Il cerchio simbolizza lo zero, il serpente ermetico che si morde la coda: in realtà non si tratta di un cerchio ma di una spirale, perché il simbolo non è statico ma dinamico. L’Enneagramma rappresenta ogni processo che si mantiene da solo per autorinnovamento: per esempio la vita. Per questo, secondo Gurdjieff, è «il moto perpetuo ed anche la pietra filosofale degli alchimisti».

Tutto questo una volta detto lo si può anche dimenticare: si tratta adesso di riscoprirlo, non perché ci viene spiegato o lo leggiamo da qualche parte, ma perché lo verifichiamo con la nostra esperienza. L’insegnamento in realtà è soltanto pratico e viene trasmesso esclusivamente per via orale o tramite esempi diretti che evitano anche la parola. Tutto ciò che Gurdjieff ha scritto è terribilmente preciso, ma così analogico che solo la personale comprensione, nata dall’esperienza, può condurre il cercatore al cuore dell’insegnamento. Chi si limita ai libri otterrà ben poco. «Se non sei dotato di uno spirito critico, la tua presenza qui è inutile», in altre parole dobbiamo trovare il modo di esercitare il nostro buon senso nell’attrito effettivo con la vita e non riferendoci a schemi e concetti astratti.

Per quanto abbia spesso interpretato con divertimento e con innegabile immedesimazione, specialmente nel suo iniziale periodo russo, il ruolo del ‘mago’ e dello ‘sciamano‘, Gurdjieff ha sempre manifestato una certa annoiata diffidenza verso gli occultisti e «gli iniziati di nuova emissione», come li apostrofava beffardamente; la ‘magia’ non gli interessava: il vero problema è svegliarsi, non rendere più confortevole il sonno. La sua posizione ricorda piuttosto lo spoglio rigore e la ruvida purezza di certi insegnamenti zen. A questo proposito Fritz Peters ricorda:

«Molti anni fa, Aleister Crowley, che si era fatto un nome in Inghilterra come “mago” e che si vantava, tra le altre cose, di aver appeso per i pollici la moglie gravida nel tentativo di generare un essere mostruoso, si presentò a Fontainebleau senza essere invitato. Crowley era visibilmente convinto che Gurdjieff fosse un “mago nero” e lo scopo manifesto della sua visita era di sfidarlo in una specie di duello di magia. L’incontro si rivelò una delusione poiché Gurdjieff, sebbene non negasse di conoscere certi poteri che potevano essere definiti “magici”, si rifiutò di fare qualsiasi dimostrazione. A sua volta, anche il signor Crowley si rifiutò di “rivelare” i suoi poteri; perciò, con grande disappunto dei presenti, non si poté assistere a nessuna impresa soprannaturale. Per giunta, il signor Crowley se ne andò con l’impressione che Gurdjieff fosse un ciarlatano o uno stregone di mezza tacca».

Non si cerca quindi niente di arcano, ma piuttosto una diversa attenzione per ciò che, ad uno sguardo superficiale, può apparire banale: «Io insegno che quando piove i marciapiedi si bagnano», ripeteva sempre il maestro e, con la stessa tipica ironia, «Ho dell’ottimo cuoio da vendere a quelli che vogliono farsi delle scarpe».

Per di più, secondo Gurdjieff, la ricerca individuale non era fruttuosa. Il marchio distintivo del suo metodo fu ‘il gruppo’:

«Un uomo da solo non può fare nulla. [...] Siete in prigione. tutto quello che desiderate, se siete intelligenti, è fuggire. Ma come fuggire? È necessario scavare un tunnel sotto il muro, ma un uomo da solo non può fare nulla; supponiamo però che ci siano dieci o venti uomini: se lavorano a turno e si coprono a vicenda, possono completare il tunnel e scappare».

Per questo il Lavoro si è tramandato attraverso gruppi di allievi che, dalla sintonia e dal conflitto delle proprie diverse personalità, hanno saputo trarre la linfa per far crescere il loro singolo ramo di uno stesso albero.

I gruppi, nella tradizioneortodossa“, che deriva immutata direttamente dagli appuntamenti di Rue des Colonels-Renard, si ritrovano con periodicità regolare. Il conduttore del gruppo assegna gli esercizi interiori della settimana, i membri possono fare domande o riferire sulle loro esperienze dei giorni precedenti e vengono letti e commentati brani dei testi più importanti di Gurdjieff o dei suoi allievi diretti. Generalmente l’incontro inizia con un breve momento di silenzio, chiamato “rappel”, cioè richiamo a se stessi, che è la ripetizione collettiva della “meditazione seduta” (svolta con posizione e modalità pressoché analoghe alla classica seduta di Zazen) che ogni membro del gruppo pratica individualmente ogni mattina. Altre attività possono essere costituite dallo studio dei Movimenti o Danze Sacre, dall’ascolto delle composizioni musicali di Gurdjieff e dal lavoro manuale silenzioso, di solito secondo discipline artigianali classiche, come la tessitura, la ceramica, la falegnameria, il giardinaggio, ecc. Alcuni rituali troppo strettamente legati alla figura del maestro, come il “Brindisi agli Idioti”, tenuto durante le riunioni conviviali, con abbondanti libagioni alcoliche, sono stati del tutto abbandonati dopo la morte di Gurdjieff.

Per tradizione “ortodossa” intendiamo quella trasmessa dallo stesso Gurdjieff ai suoi allievi, riunitisi, dopo la sua morte, sotto la direzione organizzativa di Madame Jeanne de Salzmann, nella “Fondazione Gurdjieff“, che ha le sue sedi principali a Parigi, Londra e New York. Solo questa linea assicura la fedeltà all’insegnamento originario.

Le altre, dai seguaci di Ouspensky dopo il suo allontanamento dal maestro, ai fin troppo numerosi gruppuscoli, gurdjieffiani di nome ma non di fatto, hanno distorto le idee in modo sempre più grave, giungendo talvolta a creare dei veri e propri “culti” sul tipo di Scientology, pericolosi per la salute e per il portafoglio dell’incauto cercatore.

Come avvertimento possiamo solo dire che, se si cerca un contatto con un gruppo serio, l’unico modo di entrare è conoscere qualcuno che è già dentro. Nessun gruppo veramente esoterico metterebbe inserzioni sui giornali o segnalibri, stampati in carta molto raffinata, dentro le edizioni gurdjieffiane in commercio. Si pensi sempre a questo dettaglio non secondario, e si ricordi il consiglio degli antichi: caveat emptor!

Per concludere questa breve e necessariamente incompleta introduzione, torniamo alla stessa immagine con cui abbiamo aperto: torniamo alla stanza in cui agonizza Luc Dietrich, in cui due uomini si guardano negli occhi. Se cerchiamo miracoli forse possiamo trovarli a Lourdes, ma non qui. Niente miracoli. Solo una semplice presenza: qualcuno che in silenzio entra nella nostra camera ed in silenzio ci porge un’arancia.

Di Walter Catalano.

Fonte: http://www.estovest.net

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Nulla di ciò che è reale può essere minacciato.
Nulla di irreale esiste.
In questo si trova la pace di Dio.

Così inizia Un corso in miracoli. Esso fa una distinzione fondamentale tra ciò che è reale e ciò che non lo è: tra la conoscenza e la percezione. La conoscenza è la verità, sotto una unica legge: la legge dell’amore o di Dio. La verità è inalterabile, eterna e per niente ambigua. Può non essere riconosciuta, ma non può essere modificata. Si applica ad ogni cosa creata da Dio, e solo ciò che Lui ha creato è reale. Va al di là di ogni apprendimento perché è al di là del tempo e dell’andamento delle cose. Essa non ha opposti, non ha inizio né fine. Semplicemente è.

Il mondo della percezione, d’altro canto, è il mondo del tempo, del cambiamento, dell’inizio e della fine. È basato sull’interpretazione, non sui fatti. È il mondo della nascita e della morte, basato sul credere nella scarsità, nella perdita, nella separazione e nella morte. La percezione viene imparata, non donata, è selettiva nella sua enfasi sulla percezione, instabile nel suo funzionamento ed inesatta nelle sue interpretazioni.

Rispettivamente dalla conoscenza e dalla percezione emergono due distinti sistemi di pensiero, che sono opposti in ogni aspetto. Nel regno della conoscenza non esiste alcun pensiero separato da Dio, poiché Dio e la Sua Creazione condividono una sola Volontà. Il mondo della percezione, tuttavia, nasce dalla credenza negli opposti ed in volontà separate, perennemente in conflitto gli uni con gli altri e con Dio. Ciò che la percezione vede e sente sembra essere reale perché permette di portare alla consapevolezza solo ciò che è conforme ai desideri di chi percepisce. Ciò porta ad un mondo di illusioni, un mondo che ha bisogno di costanti difese proprio perché non è reale.

Quando sei stato catturato nel mondo della percezione, sei intrappolato in un sogno. Non puoi sfuggirvi senza aiuto, poiché ogni cosa che i tuoi sensi ti mostrano testimonia semplicemente la realtà del sogno. Dio ha fornito la Risposta, la sola Via d’uscita, il vero Aiutante. La funzione della Sua Voce, il Suo Spirito Santo, è di mediare tra i due mondi. Egli può fare ciò perché, mentre da un lato conosce la verità, dall’altro riconosce anche le nostre illusioni, pur senza credere in esse. L’obiettivo dello Spirito Santo è quello di aiutarci ad uscire dal mondo dei sogni insegnandoci come capovolgere il nostro sistema di pensiero e disimparare i nostri errori. Il perdono è la lezione più grande offertaci dallo Spirito Santo per compiere questo capovolgimento del nostro sistema di pensiero. Tuttavia il Corso ha la sua specifica definizione di cos’è in realtà il perdono, proprio come ha una propria definizione del mondo.

Il mondo che noi vediamo riflette la nostra propria struttura di riferimento interna – le idee dominanti, i desideri e le emozioni che si trovano nella nostra mente. “La proiezione fa la percezione” (Testo pag. [445]). Prima guardiamo dentro, decidiamo il tipo di mondo che vogliamo vedere e poi proiettiamo questo mondo all’esterno, facendolo diventare la verità come noi la vediamo. Lo rendiamo vero attraverso la nostra interpretazione di ciò che stiamo vedendo. Se stiamo usando la nostra percezione per giustificare i nostri errori – la nostra rabbia, i nostri impulsi di attacco, la nostra mancanza di amore, qualunque sia la forma che assume – vedremo un mondo malvagio, di distruzione, cattiveria, invidia e disperazione. Dobbiamo imparare a perdonare tutto ciò, non perché siamo “bravi” o “caritatevoli”, ma perché ciò che vediamo non è vero. Abbiamo distorto il mondo con le nostre difese distorte e pertanto vediamo ciò che non c’è. Quando impariamo a riconoscere i nostri errori di percezione, impariamo anche a guardare al di là di essi o a “perdonare”. Allo stesso tempo perdoneremo noi stessi, superando i nostri distorti concetti del per giungere al Sé che Dio ha creato in noi e che noi siamo.

Il peccato viene definito come “mancanza di amore” (Testo pag. [11]). Poiché l’amore è tutto ciò che c’è, nella visione dello Spirito Santo il peccato è un errore da correggere, piuttosto che una cattiveria da punire. I nostri sensi di inadeguatezza, debolezza ed incompletezza vengono dal nostro forte investimento nel “principio di scarsità” che governa l’intero mondo dell’illusione. Da questo punto di vista, cerchiamo negli altri ciò che sentiamo mancante in noi stessi. Noi “amiamo” un altro in modo da ottenere qualcosa noi stessi. Questo, di fatto, è ciò che passa per amore nel mondo del sogno. Non ci può essere errore più grande di questo, poiché l’amore è incapace di chiedere qualsiasi cosa. Solo le menti si possono veramente unire, e nessun uomo può separare ciò che Dio ha unito (Testo pag. [365]). E’ comunque solo al livello della Mente Cristica che la vera unione è possibile, e di fatto non l’abbiamo mai perduta. Il “piccolo io” cerca di accrescersi con l’approvazione dall’esterno, il possesso esterno e “l’amore” esterno. Il Sé che Dio ha creato non ha bisogno di niente. È per sempre completo, al sicuro, amato ed amorevole. Cerca di condividere piuttosto che ottenere, di estendere piuttosto che proiettare. Non ha bisogni e desidera unirsi agli altri solo per la loro reciproca consapevolezza di abbondanza.

Le relazioni speciali del mondo sono distruttive, egoistiche e puerilmente egocentriche. Eppure, se offerte allo Spirito Santo, queste relazioni possono diventare la cosa più santa sulla terra – i miracoli che indicano il cammino verso il ritorno al Cielo. Il mondo usa le sue relazioni speciali come arma definitiva per escludere e come dimostrazione della separazione. Lo Spirito Santo le trasforma in lezioni perfette di perdono e risveglio dal sogno. Ciascuna di esse è un’opportunità per guarire le percezioni e correggere gli errori. Ciascuna di esse è un’altra opportunità di perdonare se stessi perdonando l’altro. E ciascuna di esse diventa ancora un’altro invito per lo Spirito Santo e per ricordare Dio.

La percezione è una funzione del corpo e pertanto rappresenta un limite alla consapevolezza. La percezione vede attraverso gli occhi del corpo e sente con le orecchie del corpo. Evoca le risposte limitate che il corpo produce. Il corpo appare essere ampiamente auto motivato ed indipendente, eppure in realtà risponde solo alle intenzioni della mente. Se la mente vuole usarlo per una qualsiasi forma di attacco, esso diventa preda di malattia, invecchiamento e decadimento. Se invece la mente accetta lo scopo che lo Spirito Santo assegna al corpo, esso diventa un’utile via di comunicazione con gli altri, invulnerabile fintanto che ce n’è bisogno, per essere lasciato dolcemente da parte quando il suo scopo è finito. Di per sé, esso è neutrale, come lo è ogni cosa nel mondo della percezione. Che venga usato per gli obiettivi dell’ego o dello Spirito Santo dipende interamente da ciò che la mente vuole. L’opposto del vedere attraverso gli occhi del corpo è rappresentato dalla visione del Cristo, che riflette forza invece che debolezza, unità invece che separazione ed amore invece che paura. L’opposto del sentire con le orecchie del corpo è la comunicazione attraverso la Voce che parla per Dio, lo Spirito Santo, che dimora in ciascuno di noi. La Sua Voce sembra distante e difficile da ascoltare in quanto quella dell’ego, che parla per il piccolo sé separato, sembra essere più forte. In realtà è il contrario. Lo Spirito Santo parla con inconfondibile chiarezza e richiamo irresistibile. Nessuno di coloro che scelgono di non identificarsi con il corpo può rimanere sordo al Suo messaggio di liberazione e di speranza, né può mai mancare di accettare gioiosamente la visione di Cristo al posto della miserevole visione che ha di sé stesso.

La visione del Cristo è il dono dello Spirito Santo, l’alternativa di Dio all’illusione della separazione ed al credere nella realtà del peccato, della colpa e della morte. E’ la sola correzione a tutti gli errori di percezione, la riconciliazione degli apparenti opposti sui quali si basa questo mondo. La sua dolce luce mostra ogni cosa da un altro punto di vista, riflettendo il sistema di pensiero che emerge dalla conoscenza e rendendo il ritorno a Dio non solo possibile ma inevitabile. Ciò che veniva visto come un’ingiustizia fatta da uno a qualcun altro ora diventa una richiesta di aiuto ed un richiamo all’unione. Peccato, malattia ed attacco vengono visti come errate percezioni che chiedono di essere guarite con dolcezza ed amore. Le difese vengono messe da parte perché dove non c’è attacco non c’è bisogno di difese. I bisogni dei nostri fratelli diventano i nostri, poiché essi stanno facendo con noi il viaggio che procede verso Dio. Senza di noi essi perderebbero la strada. Senza di essi noi non potremo mai trovare la nostra.

Il perdono è sconosciuto in Cielo, dove l’averne bisogno sarebbe inconcepibile. Comunque in questo mondo il perdono è una correzione necessaria per tutti gli errori che abbiamo fatto. Offrire il nostro perdono è il solo modo che abbiamo per ottenerlo, poiché riflette la legge del Cielo secondo la quale dare e ricevere sono la stessa cosa. Il Cielo è lo stato naturale di tutti i figli di Dio come Lui li ha creati. Tale è la loro realtà per sempre. Non è cambiata per il solo fatto che è stata dimenticata. Il perdono è il mezzo tramite il quale ricorderemo. Attraverso il perdono il modo di pensare del mondo sarà capovolto. Il mondo perdonato diventerà la porta del Cielo poiché grazie alla sua misericordia potremo finalmente perdonarci. Non mantenendo più nessuno prigioniero nella colpa, saremo liberi.

Riconoscendo Cristo in tutti i nostri fratelli riconosceremo la Sua Presenza in noi stessi.

Dimenticando tutti i nostri errori di percezione, e con niente del nostro passato che ci trattenga ed ostacoli, potremo ricordare Dio. L’insegnamento non può andare oltre questo. Quando saremo pronti, Dio Stesso farà il passo finale per il nostro ritorno a Lui.

Fonte: http://www.ucim.it

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