Ago 15
Guida allo Zen
Raggiungere l’armonia con la meditazione. Nuova edizione
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Oltre a fornire le coordinate storiche di nascita dello zen e il collegamento tra questa disciplina e le arti, la guida contiene suggerimenti per una pratica corretta, analizzando il luogo in cui praticare, la postura, l’abbigliamento, esercizi e pratiche di meditazione.

Più di 100 foto illustrano i vari momenti della pratica.

Lo Zen, tramandato da 2500 anni, è arrivato fino a noi unicamente grazie alla sua pratica: pratica di zazen (meditazione) e pratica di vita quotidiana.

Questo libro introduce il principiante alla pratica dello Zazen Soto e allo zen quotidiano. Con esercizi commentati.



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Ago 04
Coltivare talenti

Coltivare talenti

Siamo come un giardino: le potenzialità che valorizziamo si svilupperanno e cresceranno. Abbiamo la libertà di condurre la nostra vita verso la pienezza e alcuni piccoli esercizi possono indirizzarci in questa direzione.

Ognuno di noi è come un giardino. In un giardino ci sono molti semi e ogni seme ha un grandissimo potenziale, ogni seme racchiude un fiore meraviglioso al suo interno, ma se non c’è la luce del sole come è che quei fiori usciranno? Lo stesso succede con gli esseri umani: ognuno racchiude in sé qualcosa di intrinsecamente buono e unico ma c’è bisogno di quella luce da quella sorgente benevola che arrivi fino al seme e allora quell’unicità può emergere“. Sono parole di Anthony Strano, insegnante della Brahma Kumaris World Spiritual University in una recente conferenza a Milano.

La luce di cui parla è l’Amore, quell’energia dell’anima che è già dentro di noi e va soltanto riconosciuta, espressa, trasformata in azione. L’amore per noi stessi è la palestra principale in cui esercitarci nel conoscere l’Amore. E’ proprio atteggiandoci con attenzione, aspettativa, affetto e fiducia a ciò che siamo e, soprattutto, a ciò che possiamo diventare, che possiamo imparare a “tirare fuori” il meglio di noi e predisporci a riconoscere anche negli altri il meglio di ciò che sono e che possono diventare. Così sintetizza Roberto Assagioli, il padre della Psicosintesi, questo invito: “Ognuno può e deve fare dal materiale vivente della sua personalità, non importa se marmo, argilla o oro, un oggetto di bellezza in cui possa manifestarsi adeguatamente il suo Sé spirituale“.

Fuori i sogni dal cassetto
Hobby, passioni, ricerche personali e divertimenti spesso vengono considerati con leggerezza, come perdite di tempo. Possono essere invece indicatori di competenze preziose, al servizio della vita quotidiana.

Fate una lista delle attività che più amate svolgere. Elencate per ognuna le qualità e le competenze che richiede e che sviluppa e i vantaggi che ne derivano. Chiedetevi se siete soddisfatti della quantità di tempo che dedicate a queste attività o se vorreste incrementarle. Provate a pensare come. Elencate i vantaggi, materiali e non materiali, che deriverebbero dal lasciare più spazio a ciò che amate di più. Notate in quali altri campi della vita potreste applicare le stesse qualità sviluppate facendo ciò che più vi piace.

Attivare le parole evocative
Scegliete una qualità che volete rafforzare. Riflettete sui vantaggi che apporta, pensate a episodi in cui l’avete già espressa, immaginate situazioni future in cui affermerete nella pratica la qualità prescelta, scrivete bigliettini da sistemare in casa, nel portafogli, sugli specchi, in modo da ricordarvi spesso del proponimento (tecnica elaborata da Roberto Assagioli):

Attenzione, bellezza, calma, comprensione, collaborazione, coraggio, creatività, decisione, distacco, determinazione, disciplina, energia, entusiasmo, fede, libertà, amicizia, generosità, bontà, gratitudine, armonia, umorismo, gioia, luce, amore, ordine, pazienza, pace, costanza, forza, rinnovamento, risolutezza, serenità, servizio, silenzio, semplicità, verità, comprensione, universalità, vitalità, volontà, saggezza, stupore.

Affermare le intenzioni
La parola vincola, quindi è già di per sé qualcosa che facilità la realizzazione di un obiettivo. Non abbiate timore di mettere nero su bianco i vostri intenti, vi aiuterà a ricordarli e a investire energia su di essi.

Prendete un grande foglio (incollate due A4) e create una griglia con 36 caselle, sei per ogni lato, dal titolo: “I miei obiettivi“. L’asse orizzontale sarà dedicata ai “destinatari” (per me, per la mia famiglia, per i miei amici, per l’umanità, per tutti gli esseri viventi, per il pianeta) e quella verticale ai tempi di realizzazione (settimana prossima, mese prossimo, nell’arco dell’anno, entro cinque anni, entro vent’anni, per sempre). Compilate ogni casella, inserendo un obiettivo relativo soggetti e tempi diversi, in tutte le possibili combinazioni.

Dare fiducia all’entusiasmo
Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, falla. L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso“. L’esortazione è di Goethe, poeta, drammaturgo, romanziere e scienziato romantico, che conosce da vicino il potere dirompente dell’entusiasmo, capace di superare ogni difficoltà e di affermare un’idea nella realtà.

Quando si incontrano “ciò che vogliamo dalla vita” e “ciò che la vita vuole da noi“, quando mettiamo le nostre capacità al servizio di valori, quando con tutti noi stessi ci impegniamo in un progetto in cui crediamo, l’intero universo cospira per la sua realizzazione. Quando il momento è quello giusto tutto contribuisce alla successo di una iniziativa. E’ un momento magico, è quello che gli antichi greci chiamavano il kairòs.

A noi coglierlo e osare.

Di Marcella Danon
Fonte: http://www.lifegate.it

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Lug 18
Tiziano Terzani

Tiziano Terzani

Tiziano Terzani - Audio Intervista - MP3 (638)
Download Tiziano Terzani - Audio Intervista - MP3

Disponibile il video podcast
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La grande avventura della vita e della morte. In questa intervista-testamento di un uomo che sapeva sorridere.

Quella che segue è una sintesi dell’ultima intervista rilasciata da Tìziano Terzani.

Signor Terzani, lei ha un tumore. Così le ha detto quel medico di Bologna?
Un tumore? Ne ho vari, un po’ di qua, un po’ di là. Ma la cosa divertente è che ci convivo da sette anni. E poi, io e quelli siamo una cosa sola e sarebbe stupido pensare: loro ammazzano me, io ammazzo loro. Ce ne andiamo insieme perché siamo cresciuti insieme: e con questo trovo che per me il cancro è stato una benedizione, perché ero ricaduto nella routine delle vita e questo cancro mi ha salvato. Perché all’invito di un ambasciatore a cena, a una conferenza stampa, a un viaggio a cui non ero più interessato, io posso sottrarmi. Il cancro è diventato una sorta di scudo, di divisione tra me e il mondo da cui volevo staccarmi. È curioso: io ero vissuto in Asia quasi trent’anni, ma quando si è trattato di scegliere che cosa fare non è che mi sono affidato a uno col pendolo, o all’altro con delle pozioni di erbe magiche raccolte nella foresta. Sono andato nel più grande centro di cancro del mondo e mi sono affidato alla ragione e alla scienza, della quale conoscevo bene i limiti e durante la terapia questi limiti sono saltati agli occhi.


Ha sperimentato tutte le cure. Chirurgia, radioterapia, chemioterapia. In “Un altro giro di giostra” descrive i loro effetti.

Ho tenuto un diario di tutte le mutazioni che subivo a causa della chemioterapia. Una cosa incredibile: io che ho sempre adorato i film dell’orrore, sai quelli con le porte che scricchiolano, quelli col pugnale… mi facevano paura! Entravo nel bagno, guardavo lo specchio e c’era uno che mi sorrideva, ma non ero io. Glabro, senza capelli, gonfio di chemioterapia. Ma chi è, questo qua? Dopo è cominciata la grande avventura perché mi sono messo a cercare una cosa che potesse aiutarmi: lavaggio del colon, dieci giorni in un’isoletta della Thailandia con digiuni completi e clisteri di 18 litri al giorno due volte. Poi sono stato dai guaritori filippini, quelli che tolgono sangue, budellina di pollo dalle tue interiora. Poi, tante altre esperienze: la pranoterapia, il reiki, ma mi sono reso conto che in verità io non volevo una medicina per il mio cancro, volevo una medicina per quella malattia che è di tutti e che non è il cancro: la mortalità. Ma questa malattia con la quale nasciamo, la mortalità, è incurabile! Che è il suo bello, anche, della vita. Ci sono dei miti sulla mortalità. Una tribù della Nuova Guinea, per esempio, che viveva nelle palafitte, aveva scoperto che la mortalità era dovuta al tatto che tutti cacavano, e siccome tutti cacavano da queste palafitte, se non moriva mai nessuno la merda sarebbe arrivata su e sarebbero morti tutti. Per cui giustificavano la morte come quell’avvenimento che almeno ci salva dal far salire la merda. Allora, non c’è cura ma tutto può servire.


A un certo punto del viaggio lei è entrato in un Ashram e diventato Anam, il senzanome…
Per tre mesi sono rimasto isolato dal mondo, a studiare il sanscrito, i testi sacri e a mettermi in contatto con un modo di vedere le cose, che è uno dei più antichi, in cui tutto si relativizzava. Per cui ora sono in una condizione stupenda. Io sto benissimo. Un po’ meno il mio corpo. Ma poi me ne staccherò, lo lascerò lì e andrò via. E diranno: “Ma Tiziano?“. “Boh, è andato via, è rimasto quest’abito vecchio“.


Ha detto che, a una certa età, il miglior modo di godere di un fiume è di stare fuori dalla corrente, guardare l’acqua, sentirla scorrere. Allora, perché si è di nuovo gettato nel fiume, dopo l’11 settembre?

Ero isolato, facevo l’eremita, non volevo più scrivere, ma mi pareva infingardo, codardo, non prendere posizione. Io stavo per ritornare nell’Himalaya, avevo fatto le valigie, ma mi pareva ingiusto, mi pareva di abdicare a tutto il senso della mia vita, che è stato quello di coinvolgermi in tutte le grandi storie, e ho scritto “Lettere contro la guerra“. Proprio perché le guerre le ho viste, ho visto i corpi martoriati, i villaggi distrutti, i cadaveri abbandonati sul bordo della strada mangiati dalle bestie, mi sono rimesso in viaggio e ho scritto queste lettere per mio nipote, perché un giorno dovrà decidere tra la pace e la guerra. La non-violenza è l’unica chance che l’umanità ha di sopravvivere.


È vero che, dopo l’11 di settembre, siamo tutti americani?

Ma che siamo tutti americani, io sono europeo! Dire a uno: “Ma tu sei antiamericano” è come dirgli che la sua mamma fa la prostituta. Io ho un figlio americano, ho un nipote americano. Ma cosa vuol dire questo: che non mi posso permettere di dire che oggi questa puzzona di America fa una politica spaventosa, che riporta la nostra civiltà indietro di centinaia di anni? La tortura. Beccaria è arrivato alla conclusione che non si può torturare. Mai. Passano dei secoli e ora gli americani dicono: “No, certo, non si può torturare, ma nel caso in cui si acchiappi uno che potrebbe sapere una cosa bisognerebbe torturarlo“. E allora, dove va il principio, il tabù? Che cos’è la civiltà, se non il tentativo di gestire la violenza dell’uomo, di mettergli delle regole, di dargli altre direzioni?


E Dio dov’è, da che parte sta?

Dappertutto. Ieri ho incontrato il vecchio parroco del paese e gli ho detto: “Lei mi spieghi questa storia del corpo: voi promettete alla gente che un giorno suonano le trombe -- papapa -- e tutti riprendono il loro corpo. Quale corpo? E se tu eri gobbo, storpio? Ti ridanno quello lì? Ma io ne voglio un altro, scusa!“. Vede, questa di dire che Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza è una balla! È l’uomo che ha fatto Dio a sua immagine e somiglianza, l’ha messo su una nuvola. L’ha messo a giudicare. E gli ha attribuito tutte le più orribili emozioni umane. Questo Dio vendicativo, cattivo, che ti guarda sempre. Ma chi ha questi sentimenti? L’uomo, vendicativo, cattivo, orribile nei confronti dei suoi simili.


L’Occidente tornerà a ridere?

Lo spero. Perché una civiltà che non sorride è infelice. E io trovo che ridere è una cura, è parte della guarigione. Infatti, una delle terapie che ho scoperto in India è la terapia del sorriso. Una mattina, in un parco, c’era un gruppo che, dopo aver fatto un po’ di voga, a un certo ordine alzava le braccia e cominciava a ridere. E quale modo migliore per cominciare la giornata che magari finisce in un ufficio ad aria condizionata? Per cui il consiglio che do a tutti è cominciare con una gran risata e finire con una gran risata.

Tratto da “L’Espresso”.

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