Apr 03

Il grande oncologo (Umberto Veronesi) spiega perché mangiare carne è una follia

Roberto Saviano ha 31 anni, Jonathan Safran Foer ne ha 32. L’autore italiano di “Gomorra” e l’autore americano di cui sta ora per uscire anche in Italia l’appassionato “‘Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?” che ha già suscitato in America violente polemiche, a mio giudizio hanno in comune la rara capacità di fare gli scrittori entrando nel vivo di realtà scomode. Forse bisogna pensare ad Emile Zola, per trovare un precedente. Apparentemente si occupano di cose molto diverse, perché Saviano fa un reportage sulla società egemonizzata dalla camorra, mentre Safran Foer fa un’inchiesta sul mondo semisconosciuto degli allevamenti di animali da carne, ma entrambi ci comunicano l’esistenza di nuclei di “non-mondo“, dove la violenza di un modello di profitto (illegale il primo, formalmente legale il secondo) cancella in qualche modo l’idea di umanità.

Perché? Perché tutto diventa una macchina per far soldi, e se alla camorra non importa svuotare la democrazia, all’industria della carne non importa svuotare le prospettive di sopravvivenza del nostro pianeta. I dati a nostra disposizione sono sinistramente chiari, e non è inutile ricordarli. Nel 1800 la popolazione mondiale era di 900 milioni di individui, poi c’è stata una crescita accelerata.

Nel 1900 la popolazione era già quasi raddoppiata, con 1 miliardo e 600 milioni di persone. Ora siamo arrivati a quasi 7 miliardi, e si presume che nel 2025, cioè tra appena quindici anni, sulla Terra ci saranno 10 miliardi di uomini. Che fare?

I Paesi del Terzo Mondo sospettano le nazioni del benessere di voler imporre la denatalità, e io, per conto mio, sono convinto che bisogna ben guardarsi da tentazioni demografiche odiose. Sono però altrettanto convinto che siamo ormai arrivati a un punto di rottura, e che – oggi, e non domani – bisogna fare una scelta tra il nutrire gli uomini e nutrire gli animali per consumarne la carne. Altrimenti sarà la fame, e insieme con la fame, la guerra. Non dimentichiamo poi un’altra sciagura che sovrasta il nostro pianeta, cioè il progressivo riscaldamento dell’atmosfera, che può arrivare a sconvolgere gli equilibri, con conseguenze inimmaginabili. L’allevamento industriale di animali da macello è il primo responsabile del riscaldamento terrestre, ed è tra le prime due o tre cause di tutti i problemi ambientali più gravi, come l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e la distruzione delle foreste. E allora?

Allora bisogna prendere la decisione, motivata e razionale, di cambiare modello. Non è impossibile. Gli scienziati sono d’accordo che la fame nel mondo non è una questione di produzione, ma di distribuzione delle risorse. Tecnicamente sarebbe possibile nutrire tutta l’umanità se si fa la scelta vegetariana. Volete un dato convincente? Un chilo di carne sulla nostra tavola ha richiesto 20 mila litri di acqua, proprio quel cosiddetto “oro azzurro” che oggi noi impieghiamo (e sprechiamo) con la massima tranquillità e indifferenza, e che domani potrebbe addirittura venir razionato su scala mondiale, come sanno già a loro spese quelle aree del pianeta dove l’acqua è rara e preziosa.

Io, cresciuto in una cascina dove vedevo pulcini e vitellini e non mi sapevo adattare all’idea che poi venissero uccisi, sono vegetariano per scelta etica, e non posso impedirmi di vedere dietro una bistecca o una salsiccia le sofferenze e la morte di creature viventi. E c’è dell’altro, puntualmente presente nella non-fiction di Safran Foer, in realtà una superba inchiesta sul campo che mostra tutti gli orrori degli allevamenti e delle macellazioni: gli americani consumano ogni anno quattro milioni di chili di antibiotici, mentre per trattare gli animali da macello ne vengono impiegati trentotto milioni di chili, il che significa in pratica, per la legge della catena alimentare, che si consuma carne inzeppata di antibiotici, con quali risultati per la salute umana è facile immaginarlo, a partire dalla selezione di ceppi di germi resistenti agli antibiotici stessi.

Chiudo con un’annotazione. Il loro nome è animali, ma noi non gli riconosciamo l’anima, qualunque cosa essa sia. Riconosciamogli almeno la capacità di esseri “senzienti“. Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l’angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle “cose“. Sottomesse all’inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e ritorna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza rimorso e anzi placidamente, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento.

Di Umberto Veronesi.
Fonte: http://espresso.repubblica.it

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Mag 05

La ricerca e la fede

La ricerca e la fede

A che punto è la discussione sulla soggettività o oggettività del ricercatore. Sulla ‘buona scienza’ e la ‘cattiva scienza’

Tra i tanti dibattiti in corso che riguardano la storia delle idee ce n’è uno di importanza particolare: ha come protagonista il pensiero scientifico, i suoi rapporti con la religione, con la politica, con la tecnica, con la filosofia e con ciascuno di noi, uomini e donne che viviamo in quest’epoca agitata, incerta, dinamica quant’altre mai.

Fino a qualche tempo fa tra la scienza e le cosiddette discipline umanistiche c’era una sorta di incomunicabilità: procedevano ciascuna per strade parallele che non si incontravano; perfino il lessico era diverso, due linguaggi estranei e reciprocamente incomprensibili. Ma ciò che le rendeva estranee l’uno all’altra al punto da farle definire ‘due culture‘ era la profonda differenza dei metodi conoscitivi, quasi che due diversi cervelli o due diverse mappe cerebrali presiedessero alla cultura umanistica e a quella scientifica.

Non era stato sempre così. All’alba del pensiero occidentale la filosofia era stata tutt’uno con la scienza, le cosmogonie e il ruolo degli elementi primari, l’aria, l’acqua, il fuoco, nascevano da un pensiero al tempo stesso religioso, artistico, scientifico. L’unità tenne ancora fino a Pitagora, poi le due culture si separarono sviluppandosi ognuna per conto proprio, ma ancora in pieno rinascimento alcune personalità d’eccezione come Leonardo e Giordano Bruno riunificarono i linguaggi delle due culture che l’evoluzione delle idee aveva separato.

Oggi il pensiero scientifico ha avviato un percorso di profonda trasformazione dal quale emerge un aspetto che merita un attento esame: la ricerca sperimentale, che da Galileo in poi ha costituito l’ossatura della scienza moderna, è condizionata da ipotesi teoriche pregiudiziali, esalta il ruolo dello sperimentatore e per conseguenza la soggettività (e la precarietà) dei risultati di volta in volta raggiunti. Quest’aspetto è sempre stato implicito nella ricerca sperimentale ma ora è dichiaratamente esplicito. Senza una visione pregiudiziale del mondo che ci circonda, la sperimentazione sarebbe cieca, ma senza la conferma sperimentale la visione del mondo sarebbe vacua: questa è ormai la convinzione dominante che gli scienziati più avvertiti condividono.

Di qui il bisogno epistemologico di analizzare con cura crescente il ruolo dell’osservatore, cioè del soggetto, dei suoi punti di vista preliminari e dell’influenza che essi possono esercitare sui risultati della ricerca. Attraverso quest’analisi epistemologica si cerca insomma di ‘ponderare’ l’elemento soggettivo e ‘ricaricare’ l’oggettività della sperimentazione per quanto possibile. Se poniamo la questione da un altro punto di vista esaminando i rapporti tra il pensiero scientifico e le culture umanistiche, emergono problemi relativi all’autonomia della scienza e alle finalità della ricerca. Le questioni che si pongono sono le seguenti:

  1. La scienza accetta che la politica e/o la religione pongano limiti alla ricerca? Accetta cioè vincoli di carattere etico oppure si pone al di fuori dell’etica?
  2. La scienza cerca la spiegazione ultima del mistero della vita, la chiave che apra tutte le porte, la formula che racchiuda tutti saperi? Oppure procede a caso nella ricerca essendo consapevole che la spiegazione ultima non esiste se non affidandosi ad una fede che trascende la fenomenologia del mondo?
  3. La scienza accetta i vincoli dell’etica e della trascendenza e si limita ad una ricerca con ‘sovranità limitata’ entro ambiti stabiliti da autorità extra-scientifiche?

Il mondo degli scienziati non è gerarchicamente organizzato, non esiste un papa né un imperatore che possano imporre le loro volontà. Perciò di fronte alle domande sopra formulate ci sono state e ci saranno sempre risposte soggettive. Dal punto di vista religioso esiste infatti una ‘buona scienza’ (quella che accetta di operare nell’ambito determinato dalla visione religiosa) e una ‘cattiva scienza’. Esiste una verità assoluta o molte verità relative e questa divaricazione non deriva soltanto dai rapporti con il pensiero religioso ma anche dalla diversa posizione degli scienziati rispetto alla ‘spiegazione ultima’ del mistero della vita.

Questo grappolo di questioni variamente intrecciate tra loro hanno più d’un secolo di storia alle spalle. L’inizio che mise in discussione la scienza dell’epoca di Newton risale infatti alla teoria della relatività formulata da Albert Einstein agli inizi del Novecento e, qualche tempo dopo, dalla fisica dei ‘quanti‘ e dei ‘fotoni‘. La discussione sulla soggettività o sull’oggettività della ricerca raggiunse il suo culmine alla fine degli anni Venti del secolo scorso, quando Heisenberg formulò il principio dell’indeterminazione, constatando che è impossibile conoscere la posizione e la velocità dell’infinitamente piccolo, cioè dell’elettrone che ruota attorno al nucleo atomico. Posizione e velocità sono percepite dall’osservatore soltanto bombardando la particella infinitesima e sbalzandola dall’orbita. Significa rompere il giocattolo, il che preclude la conoscenza del giocattolo integro.

Poco dopo la tappa fondamentale di Heisenberg, la meccanica quantistica andò ancora più oltre. Con Pauli arrivò addirittura a teorizzare l’ipotesi della trascendenza come possibile elemento di inferenza nel processo fisico. Mise in discussione il principio della non contraddizione, quello della reversibilità del tempo e la legge di gravitazione. Infine prospettò la necessità di interconnessione tra pensiero scientifico e pensiero filosofico da effettuare attraverso un nuovo e comune linguaggio. La discussione, sempre più ricca ma non priva di incertezze e di confusione, è a questo punto. Tralascio, sebbene lo consideri essenziale, il rapporto tra scienza e tecnologia sul quale mi propongo di tornare.

Di Eugenio Scalfari.

Fonte: http://espresso.repubblica.it

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