Mar 20

Segni del Tempo che giunge

Segni del Tempo che giunge

Ora il tempo giunge risuonando nelle radici della terra. Il suono è lieve e travolgente. Il suono solleva le acque in candida schiuma, le acque che distruggono e creano. Oh voi della Terra, risvegliatevi dall’antico sonno che ha pietrificato il vostro cuore!“.

Molti cominciano a chiedersi il senso di ciò che accade. Eventi catastrofici si stanno susseguendo in diverse parti del pianeta, come mossi da un “orologio” invisibile che batte gli istanti cosmici, lasciando evidenti tracce di un disegno che ancora sfugge alla nostra comprensione. L’acqua ribolle e si solleva nel mezzo degli oceani provocando tsunami spaventosi che investono e sommergono le nostre esili esistenze.

E la stessa Acqua agisce anche dentro di noi, sgretolando le rocce interne che provocano inondazioni immani. Ne abbiamo l’esempio nell’improvvisa rivolta di milioni di persone che si sono unite e “sollevate” contro i tiranni.

Qualcosa accade. Qualcosa che risuona in noi come un campanello di allarme. Le immagini scorrono nei nostri occhi assuefatti: guerre, distruzioni, umanità disperse in luoghi irriconoscibili, dove l’aria non è più respirabile. Il nostro pianeta appare devastato dalla crudeltà e dall’inconsapevolezza di una logica chiusa in se stessa, da un sordo opportunismo che mira a salvaguardare, prima di tutto, il proprio angolo di terra. Il gioco dei poteri che governano il pianeta nasconde un falso equilibrio che, ora più che mai, svela l’incapacità e la debolezza del nostro sitsema, delle nostre deboli democrazie, titubanti e conniventi, fortemente assoggettate agli interessi economici, a scapito di un reale benessere comune. Parole vuote vagano nel vento, producendo un brusio scomposto, dissonante ed assordante.

Eppure la Terra è meno di un punto nell’Universo, e di questo ne abbiamo tutti piena coscienza. Ma perché siamo così divisi? Perché siamo incapaci di mantenere l’armonia originaria? Perché stiamo portando il nostro pianeta verso la distruzione anziché vivere con pienezza la gioia di ciò che ci è stato donato, condividendo le nostre esistenze? Davanti ai luminosi “messaggi” dei “Fratelli dello Spazio” mi chiedo perché, nel nostro piccolo mondo, non siamo in grado di sentirci veramente tali. Forse abbiamo dimenticato la “scintilla divina” che ci ha creato. Forse abbiamo sotterrato il diamante della Conoscenza e vaghiamo come esuli in uno spazio sconosciuto.

Sembra una via senza ritorno la nostra, che ha di fronte solo il baratro. Così il pensiero di molti corre al 2012, che si avvicina vertiginosamente con la sua sfera di fascino e di mistero. Dove arriveremo? Quali altre catastrofi ci aspettano? Vi sarà un reale cambiamento? La “fine del mondo” è alle porte? Certamente per coloro che sono stati spazzati via dallo tsunami in Giappone, come dal terremoto di Haiti o dell’Aquila, dall’artiglieria di Gheddafi o di Ahmadinejad, oppure sono stati inghiottiti dalle acque del Mediterraneo mentre cercavano una via di salvezza, e per un elenco interminabile di altri casi, tutto questo è già arrivato.

Qual è il senso allora? Spesso mi capita di osservare il cielo in profondità, con un senso di pace e di abbandono, sentendomi attratto da un respiro vitale. È una sensazione sottile, una vibrazione cosmica, che penso colpisca un po’ tutti in egual modo. Fermiamoci ad ascoltare. Apriamo il cuore, il nostro diamante, alla frequenza che giunge, all’Alito divino che attraversa le galassie. Se il nostro essere sarà pervaso dal raggio Celeste potremo spostare le montagne, potremo trovare la giusta Via che sarà quella di una reale Fratellanza Universale. Allora non vi saranno più barriere alla Conoscenza e la soluzione di tutti i nostri problemi sarà a portata di mano.

Di Gabriele Frigerio.
Fonte: http://www.diventiamopensieri.it

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Fiabe Buddiste

« C’era una volta… »
Una frase magica… vecchia come il mondo, ma ancora capace di scatenare intense emozioni

Appena si pronuncia, d’improvviso regna il silenzio e viene catturata l’attenzione anche dei più distratti.

I racconti sono come una calamita che attrae irresistibilmente l’attenzione degli ascoltatori.

Questo è vero anche nel Buddismo.

Il Budda usava infatti le parabole come espedienti per illustrare princìpi molto profondi e difficili in modo semplice e diretto. Si trattava di storie che avevano il potere di coinvolgere non solo l’intelletto ma anche le emozioni, i sentimenti.

Perché per cogliere l’essenza dell’insegnamento buddista non basta la ragione ma è importante il cuore.

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Dic 20

La malattia

La malattia

Quando arriva la malattia, chi è saggio non ci trova niente di strano. Nascere in questo mondo implica l’esperienza di ammalarsi. Tuttavia, perfino il Buddha e i Nobili, quando si ammalavano, ricorrevano alle medicine. Per loro si trattava semplicemente di riportare in equilibrio gli elementi. (…)
Curavano la malattia con la retta visione, non certo con l’illusione. “Se guarisce, guarisce, se non guarisce, non guarisce” (…)

(Ajahn Chah)

Tredici anni fa sono stata colpita da una grave malattia chiamata “linfoma non Hodgkin“. Un tumore maligno dei tessuti linfatici. Dopo un intervento chirurgico di una certa serietà, mi sono affidata alle cure dell’équipe medica dell’Istituto di Ematologia del Policlinico di Roma. Una volta alla settimana, per tre mesi, mi sono recata in day hospital nella sala terapia dell’Istituto per cercare la guarigione attraverso la chemioterapia che mi era stata assegnata. E, con grande mia gioia, la remissione completa della malattia è avvenuta. Quello che ora vorrei ricordare a me stessa e riuscire a condividere con voi è quanto questa grande sofferenza sia stata motivo di utile trasformazione spirituale. Allora io non ero una praticante di Dharma e non frequentavo nessuna chiesa. Per mia fortuna possedevo una spontanea fiducia nella vita e il dono di credere in una realtà trascendente, nell’esistenza di uno Spazio Sacro a cui era possibile accedere. Questa fede credo abbia giovato al processo di guarigione perché in effetti, senza che io ne fossi consapevole, mi ha permesso di accettare la malattia e quindi riuscire a indirizzare l’energia verso la salute. Naturalmente il destino ha fatto la sua parte… e le cure mediche pure!

Mi sono svegliata dall’intervento in una condizione di estremo dolore, mi sembrava di essere avvolta in un involucro sconosciuto capace solo di trasmettere sofferenza. E quando mi chiedevano: “Come stai?“, rispondevo: “Male“. Capivo finalmente l’esatto significato di questa parola. Non potevo nascondere nulla e, a quelli capaci di essere presenti assieme a me nell’esperienza, accoglienti, ho voluto veramente tanto tanto bene. Avevo bisogno di essere aiutata a stare in quello che succedeva, non ad essere distratta, portata fuori. Quello è stato per me, allora, il vero conforto.

La chemioterapia mi ha presto tolto vigore, lucidità mentale e bellezza mettendomi in una condizione di prematura vecchiaia. Certo, si è trattato di una vecchiaia provvisoria, a termine, sapevo che quelle qualità sarebbero tornate se non fossi morta. Ugualmente quella breve conoscenza è stata utile perché mi ha resa più paziente e attenta verso gli anziani e in genere verso l’handicap. Mi ha ricordato quanto possa essere motivo di gioia il semplice camminare, autonoma, per le strade del mondo. Mi ha fatto considerare questa vita un dono da trattare con cura e amore. E, soprattutto, credo, mi ha preparata ad accettare con maggiore umiltà il naturale decadimento di questo corpo.

Quando tornavo a casa, dopo l’induzione chimica in vena, e soprattutto il giorno dopo, sembrava di essere in guerra, il dopo bombardamento sulla città. Dovevo presto riparare i danni. Bere tanta acqua per proteggere i reni, curare la mucosa della bocca piena di afte e piaghette, prendere minerali essenziali, sopportare dolori vaganti che comparivano qua e là. Anche sciacquare una tazza era molto faticoso e leggere, mio conforto da sempre, difficile. Eppure lo spazio non era tutto riempito dalla sofferenza. Le giornate non erano un continuo sempre uguale. Le sensazioni e i sentimenti che mi attraversavano erano come sempre mutevoli. Pace, calma e fiducia facevano capolino permettendomi pause di vero riposo.

E la morte era presente come non era mai avvenuto. Ma la tenevo lontana: “Ho il 70% di possibilità di morire in questa occasione, ma io sono sicuramente nel 30%! Adesso non posso occuparmi della morte, posso solo prendermi cura della guarigione!“. Questo era il pensiero.

La grande paura della morte (buio, freddo, salto nell’ignoto,solitudine, perdita, fine del viaggio) l’ho sentita tutta quando mi hanno detto che la malattia era in remissione completa. Allora però non avevo né il desiderio, né gli strumenti per guardare quella paura. Ho iniziato solo da poco a esplorarla.

Un altro sentimento molto forte di quel periodo è stata la gratitudine. Ho provato gratitudine verso i miei cari, verso i medici e gli infermieri, verso quelle sostanze chimiche velenose ma efficaci, verso gli amici e, soprattutto, verso il mio “potentissimoangelo custode che mi aveva così bene aiutata!

Era però una gratitudine muta. Solo negli ultimi tempi, attraverso certi atti devozionali di corpo, mente e cuore – prendere rifugio, l’inchino, i canti, le offerte all’altare casalingo – riesco a esprimere la gratitudine con tutta la sua forza viva. E quanto questa possibilità di espressione mi dia conforto e rinnovi in me la fiducia, sempre mi fa stupire!

Quando ci si trova in situazioni di grande smarrimento e dolore quello che conta sono le cosiddette piccole cose, che poi sono quelle veramente grandi. Un cugino venne a trovarmi portandomi un cactus microscopico, turgido di acqua e di calore. Quella pianta possiede ancora oggi la facoltà di ricordarmi l’importanza del dono (saper dare ma anche saper ricevere), della compassione, della presenza, della necessità di non fuggire davanti alla paura di malattia (nostra e degli altri), vecchiaia, morte.

Una volta convalescente ho avuto modo di riflettere sull’accaduto.Questa riflessione (che in realtà non si è più interrotta) mi ha portata, tra le prime cose, a decidere di praticare hatha yoga con una brava insegnante, divenuta in seguito un’amica e, soprattutto, la prima persona che mi ha fatto conoscere il Sentiero attraverso la pratica meditativa samatha-vipassana. Di questo le sono sempre riconoscente. Riuscire a vedere la natura di dukkha di questa vita, capire che la malattia è espressione propria di questo corpo quanto la salute, è stato per me motivo di grande sollievo e motivo a perseverare lungo il cammino che il Buddha, con tanta compassione e saggezza, ci ha indicato.

Mentre raccontavo questa esperienza ad Ajahn Chandapalo, abate del monastero Santacittarama, lui ha detto: “Sei stata fortunata ad aver conosciuto malattia, vecchiaia e morte in giovane età…“.

Di Daniela Stanco.
Fonte:  http://www.pomodorozen.com

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