Lug 18

Osservare lodio

Osservare l'odio

Un brano di Krishnamurti
Nessuno ti può insegnare ad amare. Se si potesse insegnare l’amore i problemi del mondo sarebbero molto semplici, no?… Non è facile imbattersi nell’amore. È invece facile odiare e l’odio può accomunare le persone… Ma l’amore è molto più difficile. Non si può imparare ad amare: quello che si può fare è osservare l’odio e metterlo gentilmente da parte. Non metterti a fare la guerra all’odio, non star lì a dire che cosa orribile è odiare gli altri. Piuttosto, invece, vedi l’odio per quello che è e lascialo cadere… La cosa importante è non lasciare che l’odio metta radici nella tua mente. Capisci? La tua mente è come un terreno fertile e qualsiasi problema, solo che gli si dia tempo a sufficienza, vi metterà radici come un’erbaccia e dopo farai fatica a tirarla via. Invece, se tu non lasci al problema il tempo di metter radici, allora non sarà possibile che esso cresca e finirà, piuttosto, con l’appassire. Ma se tu incoraggi l’odio e dai all’odio il tempo di mettere radici, di crescere e di maturare, allora l’odio diventerà un enorme problema. Al contrario, se ogni volta che l’odio sorge tu lo lasci passare, troverai che la mente si fa sensibile senza diventare sentimentale. E perciò conoscerà l’amore“.

In un passo evangelico Gesù dice:
Non resistete al male” (Mt 5, 39).

Tutto questo è in piena consonanza con la nostra pratica meditativa. Si medita anche per eliminare la nostra vergognosa abitudine a fare della nostra mente un terreno fertile all’odio, nel quale esso attecchisce, si moltiplica e ci domina.

È un esercizio che il buon meditante porta sempre con , anche fuori dalla nostra sala di meditazione. Una buona pratica qui conduce ad una buona pratica là fuori, e viceversa: ricordiamoci sempre questa regola evidente a tutti coloro i quali meditano già da un po’ di tempo.

Facciamo un esempio.
Sono in autobus, seduto in un posto non riservato ad anziani o a persone con difficoltà motorie. Dentro l’autobus c’è molta gente, tutti i posti a sedere sono occupati e anche le persone in piedi sono di un certo numero. Entra una signora anziana, con evidenti difficoltà nel destreggiarsi; si guarda in giro in cerca di un posto libero, io la noto e le lascio la mia sedia. La signora si siede senza ringraziarmi. Bene: cosa succede a questo punto? Nella stragrande maggioranza dei casi, nasce in me un moto di stizza, di antipatia per quella donna. Diciamolo pure: odio. Siamo abituati ad associare questa parola a grandi eventi, alla guerra, a relazioni veramente conflittuali. Ma è da queste piccole situazioni che l’odio si genera in noi; è qui che comincia a sedimentare in noi questo automatismo.

Dunque mi accorgo che spesso e volentieri anche le azioni apparentemente più morali, più giuste, tante volte sono dei piccoli ricatti camuffati, dei do ut des: io faccio questa buona azione, ma dall’altra parte ci deve essere un tornaconto. Ti faccio un piacere? Bene, ma te lo devo fare pagare in un modo o nell’altro: attendo un tuo ringraziamento o un tuo gesto di piena riconoscenza. Faccio qualcosa che viene considerato moralmente elevato? Allora mi aspetterò un riconoscimento da parte di qualcuno, la famiglia, gli amici, la società, le persone che mi circondano.

Invece se vogliamo sviluppare la qualità della benevolenza e della equanimità, due aspetti molto importanti nella pratica della meditazione, bisogna cercare di svincolarci da tutto ciò. È essenziale partire da queste piccole situazioni – che piccole poi non sono! – per poi procedere verso questioni più pesanti: è come sollevare i pesi, si inizia dal poco e poi, quando si è dovutamente allenati, si aggiungono altri chili al nostro bilanciere. Dunque, quando il seme dell’ira, dell’odio sta subdolamente facendo ingresso nella nostra mente, noi ci fermiamo, lo osserviamo, creiamo uno spazio vuoto attorno a lui, ed esso in brevissimo tempo scomparirà. Anche qui, come nella pratica meditativa, molto importante è non giudicare il male che fa capolino, ma solo osservarlo in modo distaccato, senza valutarlo in alcun modo.

Lo stato subito seguente a questa operazione sarà qualcosa simile ad una quieta soddisfazione, un pacificato piacere: non ci siamo fatti ingabbiare dalla nostra reazione automatica che genera in noi odio al presentarsi di una certa situazione nella quale ci veniamo a trovare; siamo riusciti a svincolarci da un funzionamento puramente meccanico della nostra persona, abbiamo consapevolmente osservato e mutato il nostro stato. Si fa in noi quindi chiara la sensazione che su questa via, se perseguita, non si può che giungere ad estirpare un’abitudine malefica e sostituirla con un’abitudine benefica.

Ogni giorno si presentano innumerevoli occasioni per esercitarsi in questo modo. Davanti ad ognuna di esse abbiamo due possibilità: o continuare ad essere succubi delle circostanze, comportandoci come delle macchine che a certi input danno sempre certi output; oppure svegliarci dal nostro sonno, scegliendo un percorso di liberazione dalla nostra angusta situazione.
Cosa scegliamo?

Fonte: http://www.lameditazionecomevia.it

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Lug 14

Musicoterapia e Didgeridoo

Musicoterapia - Didjeridoo

La Musicoterapia “ufficiale” ancora non riconosce al didgeridoo le virtù terapeutiche che in molti gli attribuiscono. Questo dipende principalmente dal fatto che non sono ancora stati fatti esperimenti scientifici mirati per approfondire quello che la vibrazione e il suono dello strumento provocano al corpo umano.

E’ comunque provato che i suoni bassi favoriscono il rilassamento e che la sottrazione che avviene fra la nota base del didgeridoo e una nota eseguita con la voce mentre si suona, si avvicina come frequenza alle onde cerebrali del sonno profondo e della meditazione.

In questa sezione sono quindi riportate esperienze di chi, praticando il “massaggio sonoro“, ha dato un piccolo contributo per l’approfondimento di questo aspetto del didgeridoo.

Un’esperienza

Dal mese di Gennaio 2001 eseguo delle sedute di “massaggio sonoro” presso la Cooperativa Sociale “Il Sorriso“, centro diurno per portatori di handicap fisico e psichico medio-lieve. Avendo svolto il servizio civile in questo centro ho avuto la possibilità di proporre il massaggio sonoro direttamente ai giovani, coi quali avevo già instaurato un rapporto positivo, chiedendo di volta in volta chi volesse provare questa nuova esperienza, mostrando loro lo strumento che avrei usato: il didgeridoo.

In ogni seduta sono affiancato da un’educatrice e musicoterapista del centro, pur sapendo che non sono mai state rilevate controindicazioni per chi ascolta o suona il didgeridoo. Lo scopo di tali sedute è di fare un massaggio utilizzando le vibrazioni emesse dal didgeridoo. Questo tipo di massaggio è indicato in quanto esclude il contatto diretto. Il tatto infatti, in situazioni “intime” come questa, può scatenare emozioni difficilmente controllabili.

La prima parte del massaggio consiste nell’ascolto del didgeridoo, tenuto ad una certa distanza dal corpo per far prendere al giovane confidenza con il suono. Subito dopo procedo spostandomi lungo tutto il corpo (disteso comodamente a terra), evitando di avvicinarmi alle orecchie ed alla testa, per non dare una sollecitazione uditiva eccessiva che può indurre ad irrigidirsi.

Solitamente il massaggio comincia dagli arti inferiori, passando poi su quelli superiori per concentrarsi infine sul tronco, la parte più recettiva in quanto agisce come amplificatore delle onde sonore e delle vibrazioni che si propagano per tutto il corpo. Il trattamento dura dai 10 ai 20 minuti, in base alla risposta del giovane ed alla sua capacità di attenzione / rilassamento.

L’approccio con questa nuova esperienza non è uguale per tutti i giovani. Nei casi più particolari si è notato il bisogno di un ascolto diretto (appoggiando lo strumento ad un orecchio), dovuto in parte al suono affascinante e primordiale del didgeridoo che interagisce direttamente con l’inconscio ed in parte al bisogno di un riscontro sonoro più massiccio.

Alcuni sono attratti a tal punto da voler provocare loro stessi la vibrazione del didgeridoo suonandolo. Mentre nei soggetti più recettivi il rilassamento può portare al sonno.

I giovani hanno apprezzato il massaggio sonoro, descrivendo le proprie sensazioni durante il trattamento; oltre al rilassamento mi hanno raccontato di suoni, di ricordi, di visioni e di pace.

…E poi ho sentito come il mare…
(Stefania)

Di Ilario Vannucchi

Il didjeridoo è uno strumento utile in musicoterapia?

Questa è una domanda che spesso mi hanno rivolto durante i laboratori di formazione o durante le esposizioni dello strumentario. E’ difficile rispondere, ma in genere per farlo racconto le mie esperienze di lavoro in veste di musicoterapista ed educatore. Sono consapevole che quello che racconterò non è una risposta generalizzabile, ma è stata una risposta per qualcuno.

E’ stato un incontro molto particolare quello che mi ha fatto scoprire il didjeridoo e che ha dato una direzione decisa alla mia professione.

Ero all’inizio del percorso formativo di musicoterapia ma lavoravo già come educatore da parecchi anni. Non utilizzavo ancora la musica come mediatore privilegiato e proponevo attività di tipo espressivo legate all’esperienza del movimento e del gioco con l’uso di diversi materiali (colore, carta, colla, ecc.). La musica stava entrando pian piano ma sempre più decisamente nel lavoro che svolgevo con i gruppi di adolescenti che vedevo tutti i pomeriggi.

Uno degli utenti, Luca, (un ragazzo autistico che aveva da poco iniziato ad usare la comunicazione facilitata e che manifestava il suo disagio in modo molto forte e poco gestibile) lo incontravo invece al mattino perché non seguiva nessun corso scolastico ed era inserito in un programma riabilitativo intensivo con lo scopo di portarlo in breve tempo all’inserimento in un gruppo socio-educativo. Si era impostato quindi un lavoro in equipe che perseguisse tale obiettivo. Il compito che mi fu assegnato riguardava (stranamente per me) il recupero scolastico in ambito storico e geografico con l’uso della comunicazione facilitata, da prima con un pannello che riportava la tastiera di un computer fino a passare poi al computer direttamente. Una indicazione importante che proveniva dal lavoro della mia collega esperta in comunicazione facilitata, (per Luca era l’unica persona con la quale “parlare”), e vista la mia propensione musicale, fu quella di non utilizzare assolutamente la musica perché risultava insopportabile a Luca.

Nonostante mi sentissi un po’ a disagio, visto questo divieto e visto anche la novità per me di operare nell’ambito del recupero scolastico, iniziammo a lavorare. Luca fin da subito manifestò difficoltà nel raggiungere il laboratorio e quando vi arrivava esprimeva disagio con tutta la forza che aveva e si sfogava con movimenti ritmici e faticosi per molto tempo dell’incontro. Il resto dell’ora si riusciva invece con calma ad adattare le sue conoscenze di comunicazione facilitata alla mia incompetenza assoluta in materia.

Con grande sorpresa già durante la prima seduta Luca “scrisse” delle frasi e cominciammo così a comunicare anche attraverso la parola. Le sedute successive ebbero un andamento simile alla prima ma gradualmete i comportamenti, espressione di disagio, calavano per lasciare posto a cose che allora avevo trovato curiose; Luca mi faceva girare per guardarmi dietro e annusava le mie mani prima di iniziare a comunicare attraverso il computer. Per il resto tutto bene, si “parlava” così di storia e geografia.

Dopo un decina di incontri qualcosa cambiò. Luca si mostrava sempre meno interessato alle cose che facevamo e interruppe la comunicazione verbale con me indicandomi una serie infinita di y, z, q, k, j, ma iniziò a comunicare con un linguaggio che forse era più comprensibile a tutte e due. Girava per la stanza come se stesse cercando qualcosa; mi annusava le mani molto spesso; mi teneva le mani strette nelle sue; rideva. A casa poi, il pomeriggio, incontrava la mia collega “comunicatrice” (che chiamo qui per convenzione Anna) alla quale raccontava come era andata la mattina e parlava di me definendomi “persona paziente” ed “erborista”. Il primo termine era relativo al fatto che mi stava mettendo alla prova e che non reagivo malamente ai suoi “scherzi”; il secondo termine era associato all’odore chi mi portavo inconsapevolmente addosso e che proveniva dal laboratorio artigianale dove con altri utenti preparavo delle candele profumate con olii essenziali di erbe.
[...]

La seduta successiva determinò la svolta da parte mia. Andando contro a tutte le indicazioni gli presentai Davide armato di tamburi, claves, e didjeridoo. Seduti uno di fronte all’altro iniziammo un dialogo sonoro che durò fino alla fine dei nostri incontri. Luca suonava il tamburo e le claves con molta delicatezza ma era molto incuriosito dal suono del didjeridoo; lo ascoltava come se stesse tentando di scoprirne tutti gli armonici.

Nel frattempo la mia collega Anna non capiva bene cosa Luca gli raccontava durante gli incontri pomeridiani, finchè si decise a venire da me per vedere cosa era il “tubo” di cui le aveva “parlato” Luca. Quando Anna venne da me, le raccontai le ultime vicende e del cambio di direzione che avevano preso le sedute mie con Luca (nelle riunioni di equipe non era stata presa bene la notizia dell’uso degli strumenti musicali). Lei mi mise al corrente di quanto Luca le comunicava ultimamente. Luca le raccontò che aveva sempre avuto paura dei suoni che si sentivano nel mio laboratorio ma che il suono del “tubo” (il didjeridoo) gli aveva permesso di mettere in ordine nella sua mente i rumori del mondo.

Da allora Luca è occupato in un centro socio occupazionale e lavora ascoltando la musica.
Grazie Luca.

Di Davide Fattori.

Fonte: http://www.didgeridoo.it

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Lug 02

Consapevolezza

Consapevolezza

La mente, nella sua natura originaria, è un mare quieto ed esprime il meglio di se stessa quando è pura energia. Al contrario, quando si manifesta come mente individuale è sottoposta ad una serie di limitazioni, a causa del principio egoico, che la rendono estremamente inaffidabile e fonte di incertezze e preoccupazioni. L’individuo si trova a star male, proprio perché, in qualche modo, autolimita la sua mente proponendola come mente individuale. Se avessimo una montagna d’oro, essa avrebbe un enorme valore. Se da questa montagna, ne traessimo fuori un solo grammo, sarebbe solamente un misero grammo d’oro. Perciò, l’individuo limita se stesso proprio nella sua concezione di credersi individuo.

Quando la mente riprende possesso della sua vastità, della sua totalità, appunto attraverso l’autoconoscenza; quando l’istruzione spirituale guida la mente a riappropriarsi del suo sterminato potere, essa cessa di pensare a se stessa in termini di individualità. Ed allora la mente funziona meglio, è consapevole di e contiene le risposte giuste per ogni eventualità, ottimizzando la produzione di sana energia per il miglior utilizzo da parte dell’uomo. In altre parole, l’uomo che incarna una simile mente è un Realizzato, un Liberato vivente, un Illuminato fuso con la Totalità. Il miracolo di un simile raggiungimento, di questa verticale risultanza, è dovuto esclusivamente alla Consapevolezza di .

Come ho detto mille altre volte, la consapevolezza è la funzione ottimale della mente. E la mente ha in sé un unico modo per conoscersi, per riflettersi nel suo stesso specchio, ed è soltanto la consapevolezza. Quando noi siamo consapevoli “di essere consapevoli”, stiamo utilizzando la migliore funzione mentale e siamo tutt’uno con quella natura originaria della mente. Invece, quando non siamo consapevoli di noi stessi, la mente funziona lo stesso, ma è intasata, ostruita e ostacolata nel suo funzionamento ottimale; quindi, l’uomo non trae nessun vantaggio dal fatto che la mente, di per sé, è pura autoconsapevolezza.

Qualche anno fa, mi sono permesso di tradurre dall’Inglese un testo del maestro laico Tibetano Tarthang Tulku, presumo tuttora inedito in Italia. Questo testo, intitolato “MASTERING SUCCESSFUL WORK” (più o meno, AVERE PIENO SUCCESSO NEL LAVORO) è un preziosissimo manuale che permette agli Occidentali, notoriamente molto scarsi nella scienza della consapevolezza mentale, di riuscire a padroneggiare i poteri della mente per ottenere il pieno successo nella vita. Chiaramente è un libro che, probabilmente, è andato a ruba, per i manager e gli uomini d’affari Americani, ma che in definitiva può essere molto utile anche per gli umili ricercatori della Verità della mente.

In questo libro, l’autore dà un certo valore empirico al tempo. Come vedete, non si è interrotto nulla, allo scadere del millenovecentonovantanove e l’entrata del duemila. In ogni caso, egli ritiene che il nostro adattarci ad una condizione temporale, può servirci per scandagliare le nostre esperienze e selezionare quelle che hanno un valore maggiore. Chiaramente, l’esperienza di alzarci la mattina, fare colazione, uscire per andare al lavoro, ecc. è così metodica che, naturalmente, non ha necessità di essere focalizzata ed estrapolata. Ma certe esperienze di vertice, del tipo “peak esperiences“, che abbiamo durante la giornata, possono essere evidenziate proprio in funzione del tempo. Poiché la mente, dopo questo tipo di esperienza, rientra nel normale ciclo quotidiano, ma mantiene una sorta di potere retrogrado circa l’esperienza vissuta. Ecco perché possiamo convivere contemporaneamente nel quotidiano e nella condizione di meditazione. Proprio per questo: perché il quotidiano ci da la causalità delle esperienze e la meditazione ci da la focalizzazione di queste esperienze. Se noi non avessimo la capacità di focalizzare l’esperienza del quotidiano, non potremmo nemmeno focalizzare l’esperienza eccezionale. In definitiva, la consapevolezza instaurata naturalmente nella mente, diciamo che si allena con le esperienze del quotidiano, così da essere mantenuta attiva, come un fuoco sempre acceso, per poter poi cogliere appieno l’esperienza focale.

Si tratta, quindi, di prendere l’impegno ad essere consapevoli sempre e ad applicare il suo potere proprio nel luogo ove siamo e nel momento presente. L’umanità ha una speciale affinità per la consapevolezza e per la conoscenza che ne deriva; possiamo essere consapevoli del passato e del futuro, come pure del presente. Consapevoli dei nostri scopi ed intenti, nonché degli atteggiamenti e delle abitudini altrui; consapevoli contemporaneamente di fattori operanti su molti piani diversi. La conoscenza di cui abbiamo bisogno, per avere successo nel lavoro e nella vita, dipende da come impariamo a coltivare questa consapevolezza.

…La consapevolezza attira le qualità dinamiche dei sensi e della mente. Essa permette alla visione di prendere forma e ci consente di stabilire chiare mète, invitando la conoscenza a compiere i suoi propositi. Sapendo ciò che è importante e di valore, la consapevolezza se ne prende cura. Come un faro risplendente nello spazio, la consapevolezza rivela le interconnessioni, mostra sia i dettagli che le prospettive più ampie. Ci consente di prevedere, pianificare, analizzare, organizzare e focalizzare. Come conduttrice e direttrice dell’esperienza, la consapevolezza può guidare la poderosa energia della mente verso tutte le realizzazioni…

Quando si comincia a predisporre un qualsiasi compito, la consapevolezza si dirige spontaneamente verso quella imminente attività. Ma, in capo a pochi minuti, molta della nostra attenzione viene dirottata nei dialoghi mentali interni, immagini, memorie e concetti sconnessi. Teorie di pensieri partono ed attirano su di essi la consapevolezza. Immagini e ricordi, progetti e desideri, si presentano all’improvviso, fluttuano nell’aria e poi spariscono come bolle di sapone soffiate da un bambino, portando con sé la consapevolezza che avevano attirato. In più, nella nostra mente umana vi è qualcosa simile ad un rumore di fondo, un sottile vento energetico che fa volare la nostra attenzione e, poiché noi non siamo istruiti a focalizzarla, la sposta continuamente portandosela via, come una piuma preda del vento rabbioso. Nella terminologia del Ch’an, e del Buddhismo in generale, questo vento sottile è l’AVIDYA’, la nostra Ignoranza Metafisica che, a causa della insistenza karmica nella nostra mente, nasce con noi al momento della nostra venuta al mondo, quasi fosse un marchio di origine, una sorta di DNA psichico, assai rispondente al concetto di “peccato originale”. Ecco perché troviamo difficoltà a focalizzare e mantenere fissa l’attenzione su qualcosa, se non per un brevissimo periodo di tempo: perché questo rumore di fondo, distante e confuso, questa sorta di vento sottile ci trascina con sé.

L’esercizio di meditare su un oggetto particolare e lo stabilire un tempo di durata, è un buon metodo per chi ci prova, e soprattutto per chi ci riesce, proprio allo scopo di rafforzare l’intenzionalità dell’attenzione. Lo sforzo di rimanere fermi mentalmente, o visivamente, su un oggetto di meditazione o su un punto di riferimento, ci permette di vitaminizzare la nostra consapevolezza. Ci consente, perfino, di poter cogliere questo rumore sordo, questo vento distraente, indefinibile, che ci porta continuamente a rivolgere altrove l’attenzione ed a pensare sempre a qualcosa di subentrante. Allora possiamo veramente cominciare a vedere la consapevolezza in funzione. Essa vede l’attenzione correre verso un altro pensiero che, in quel momento, esprime la sua urgenza di essere considerato. Persino se il nostro precedente interesse ci richiama e ci riporta indietro, la nostra attenzione ordinaria si è un po’ spenta e non ha più quell’acutezza che, invece, ci verrebbe dall’essere pienamente presenti e consapevoli.

In questo caso, siamo totalmente inconsapevoli della nostra consapevolezza e, di conseguenza, la nostra mente perde la sua centralità ed il suo potere autonomo, comincia ad andare a zig-zag, barcollando su e giù come un ubriaco. All’esterno possiamo anche sembrare fermi e ben intenzionati, ma nel nostro intimo e, purtroppo senza averne coscienza, siamo spauriti e indifesi come bambini. Non siamo nemmeno consapevoli di essere distratti e siamo inconsapevoli, quindi, delle conseguenze dei nostri pensieri, della mancanza di veri propositi e del nefasto effetto di alcune nostre azioni. Dunque, tutto il processo di come siamo impediti ad ottenere una concreta consapevolezza e tutto il danno che ne consegue, neanche questi vengono visti. Ecco perché è veramente pericoloso, per le menti umane, non conoscere la loro Ignoranza fondamentale. Questa, è la spiegazione più evidente del perché gli umani, ciechi e impossibilitati a vedere, non possono sfuggire i loro problemi esistenziali. Essi, anche quando pensano di rivolgersi ai metodi ed alle strutture mondane, che non hanno il potere di stravolgere e distruggere la loro visione innaturale e individuale, non possono sperare di salvarsi. Al di là del fatto che, uno raggiungendo l’Illuminazione non avrebbe più problemi, anche senza perseguire questo vano inseguimento dell’Illuminazione, è la nostra esistenza stessa che dovrebbe essere dedicata alla consapevolezza. Il vero Illuminato è colui che ha reso pratica la vita, non quelli che camminano per aria o passano attraverso i muri. È colui che utilizza, qui, ora e sempre, la consapevolezza di se stesso. In questo modo, egli non avrà più problemi esistenziali.

Sapete cos’è che impedisce l’illuminazione? È il fatto che qualcosa, nella mente, dica: “C’è un problema…!” Ma, se quello che, prima, appariva come un problema, viene risolto dalla luce continua della consapevolezza, che devìa e sposta l’ottica del problema stesso, allora, dov’è più, il problema? Questo è il vero senso della comprensione. Non posso più nascondermi dietro all’ignoranza che vuole farla da padrone. Non posso non sapere che sto prendendo una certa decisione, non posso non sapere che sto pensando una certa cosa e non posso non sapere che, le conseguenze di questi eventi ricadranno inesorabilmente sul mio benessere mentale. Più che rispondere a quello che la mente vuole sapere, io devo sapere ciò che la mente sta pensando, qui e ora! Questa è consapevolezza. Quindi, i problemi della nostra esistenza, che sono soltanto pensieri fortificati, verranno indeboliti, dal laser della consapevolezza, e non saranno più problemi. Perché, rafforzando la consapevolezza, rinforziamo la mente naturale e non ci sarà più la mente personale che vede le cose come problemi. Qualsiasi cosa dovesse accadere, sarà semplicemente CIO’ che doveva essere, perciò E’ ciò che E’!

Chi è che dice: – è un problema-? E chi è che lo vede? E chi è che lo porta alla nostra consapevolezza? E’ la mente disturbata, la mente egoica, la mente ottusa e ignorante che definisce ogni cosa o come un problema o come un’attrattiva. Quando, però, la mente avrà acquisito la perfetta consapevolezza onnipresente, aderente a sé per tutto il tempo, stiamo sulla buona strada, stiamo per uscire dall’oscuro tunnel, stiamo per riacquistare la vista luminosa. Inizialmente dovremo sottostare alla difficoltà di incanalare la consapevolezza, quasi come uno strumento guidato ancora dall’Io. E questo fatto renderà incostante e imprecisa la consapevolezza. Ma, se insistiamo, se non molliamo, se rafforziamo l’energia impersonale della mente, la luce della consapevolezza diventerà autonoma e spontanea; prenderà il posto dell’Io e ci farà apparire tutto il mondo, la nostra mente e tutte le cose, come componenti dell’Illuminazione, della Liberazione, del Nirvana. Dobbiamo diventare consapevoli della Consapevolezza che opera in noi. Se non siamo consapevoli della nostra consapevolezza, non abbiamo accesso alla realtà che è al di là dei contenuti di ciò che stiamo pensando. Ecco perché, se c’è un pensiero che ci reca un problema, è la stessa energia del pensiero inconsapevole, che genera e rinforza l’idea di problema. Solo con la consapevolezza della consapevolezza andiamo oltre questo pensiero che ci genera una falsa realtà, una situazione karmica circolare senza fine, opprimente e disperata che i buddisti chiamano “SAMSARA”.

Vivere nel Samsara è come quando abbiamo un prurito che non ci passa, ci grattiamo ma non serve a nulla, anzi peggioriamo le cose. Questo prurito ci prende dappertutto, nel corpo e nella mente, e diventa un chiodo fisso. E più ci pensiamo, più ci tormenta. Invece di condannarci a questi cicli negativi, possiamo imparare ad esercitare la consapevolezza. Possiamo chiaramente vedere i nostri pensieri, come modelli negativi, e usare questa conoscenza per risvegliare il nostro potenziale positivo. Possiamo usare la consapevolezza come una medicina che cura la nostra malattia mentale. Potremo avere, più avanti, ancora delle ricadute, ma saranno sempre più leggere e sopportabili, perché la riattivazione immediata della consapevolezza metterà tutto a posto. Essa, restituisce pace e serenità nella mente, allontana i pericoli dell’illusione con tutto il suo mondo di immagini fantasmagoriche. La consapevolezza lenisce le nostre sofferenze mentali, in maniera eccezionale. Il poter vedere, dall’interno, noi stessi preoccupati di qualcosa, diminuisce la valutazione della cosa preoccupante, e fa ristabilire un senso di padronanza. Avere fede nella consapevolezza, mantenere questa capacità di aprirsi alla consapevolezza, esercitandola continuamente, questa E’ L’ILLUMINAZIONE!

Gesù Cristo affermò che, Lui ed il Padre, erano una cosa sola. Cosa vuol dire questo, se non che Gesù ammetteva di essere costantemente nello Stato Divino, in cui la singola persona, l’Io ordinario, si apre, si offre e si identifica al Potere Supremo, cioè alla Consapevolezza? Il Padre, secondo la terminologia Cristiana, è quella condizione, quello stato sublime in cui regna incontrastata la Consapevolezza. La consapevolezza è quell’unica cosa che, come il diamante, è capace di distruggere e tagliare tutte le altre cose. Quindi, non può essere una cosa, secondo i nostri valori concettuali. E’ uno stato di grazia particolare, uno stato di coscienza profondamente vibrante, uno stato di presenza impersonale e senza opinioni. Con la consapevolezza in atto, cessano tutte le identificazioni. Non può più essere fatta una distinzione tra chi è il Figlio e chi è il Padre, tra chi sono Io e chi è la Coscienza. Non c’è più il pensiero: “Io sono io e tu sei tu!”; non c’è più nulla di tutto questo, nella mente autoconsapevole. Perciò, quello stato senza nome, anche chiamarlo “Padre” è soltanto simbolico. Però, nei Vangeli cristiani, visto che siamo obbligati ai termini ed alle parole, è stato definito Padre. Tutto qui.

Ora, in questo preciso momento, cerchiamo di vedere, consapevolmente, se tutti questi discorsi, hanno fatto scaturire dei pensieri nella nostra mente. Se noi siamo presenti e consapevoli, di questo eventuale scaturimento di pensieri, e se rimaniamo tranquilli e inattivi davanti al loro sorgere, allora siamo compenetrati di consapevolezza. In questo modo, potremo successivamente constatare che tutti i pensieri, poi, cadono e svaniscono. Se volevamo aderire a questi pensieri, e invece li facciamo cadere e svanire, immediatamente siamo nella mente imperturbabile, siamo nella condizione privilegiata del Ch’an. Se siamo capaci di mantenere la consapevolezza che annulla i pensieri e vedere tutto questo come un gioco della mente, allora possiamo pure giocare con i pensieri, con i termini, con le parole, con le identificazioni, con lo stesso Io. Se siamo capaci di esserne liberi, allora possiamo giocare ed usare tutti i prodotti della mente, perché non sono più essi che dominano me, ma è la consapevolezza che domina tutto quanto. Quando cessiamo di identificarci con la persona, ma siamo un tutt’uno con la consapevolezza, che ormai si genera da se stessa, chi sono io, alla fine, se non il contenitore occasionale della consapevolezza? La coscienza che è libera dai bisogni di sentirsi etichettata, esprime se stessa per mezzo della consapevolezza e produce la vera conoscenza. La conoscenza che, invece, ha bisogno di appiccicare sempre l’etichetta su ciò che ha esperito, è solo mera erudizione. Il Ch’an non è la Via dell’erudizione; questa non è una scuola di erudizione. Se qualcuno di voi viene qui per cercare erudizione, sbaglia, perde tempo, perde la vita, perde tutto…

Ciò che è importante è capire questi discorsi, per nulla chiari per chi non comprende lo Zen. Se il significato della consapevolezza, e la comprensione di essa, non è immediatamente fruibile da tutte le menti umane, a che serve parlarne? A che serve venire qui ad ascoltare? Se scendo in piazza a predicare che la vita eterna si ottiene pregando e facendo sacrifici e digiuni, questo è un linguaggio fruibile e comprensibile da tutti. Ma il linguaggio dello Zen non può essere predicato e declamato in piazza, ché non potrebbe essere capito. Quindi, quando veniamo qui ad ascoltare il Ch’an, dobbiamo noi adeguarci allo Zen, e non viceversa. Non possiamo pretendere di comprendere lo Zen col nostro consueto modo di incamerare concetti, di far collezione di cultura. Dobbiamo mettere in atto l’intuizione. L’intuizione, sorella della consapevolezza, è silenziosa, non lascia tracce di sé, non apre e chiude cassetti, non tira fuori volumi dalla biblioteca, non mette la firma sotto i documenti. L’intuizione è la miglior qualità mentale per far sorgere, mantenere e utilizzare la consapevolezza. Se non utilizziamo il potere della consapevolezza con il potenziale dell’intuizione, stiamo sprecando la risorsa più preziosa della mente. Al pari di chi, pur avendo un grande pianoforte nel soggiorno, lo usa soltanto per far bella figura. Le persone ordinarie sprecano, purtroppo inconsciamente, il gran dono della consapevolezza, utilizzandola soltanto per essere attratti dalle proprie emozioni e dal desiderio di possesso degli oggetti concupiti dalla mente ignorante. L’Essere consapevole, il Padrone della propria mente, rimane immobile e non aderisce a questi richiami sensoriali del mondo fenomenico. Ne ha consapevolezza, l’attenzione lo rende informato di questi pensieri vaganti, ma egli ne resta liberamente esente, non attaccabile. Vede se stesso come una Fabbrica di pensieri, ma rimane interessato alla fabbrica, non segue i pensieri che ne escono.

Qualunque sentiero spirituale vi accingeste a percorrere, per affrancarvi dall’infelicità samsarica, sappiate che, prima o dopo, dovrete arrivare allo sviluppo della consapevolezza. È come un muro, un ostacolo inderogabile cui dovrete giungere per forza e, in qualsiasi modo, dovrete superarlo. Per cui, è inutile pensare (appunto…) che questa strada del Ch’an non fa al caso vostro. La differenza sta soltanto nei tempi di esecuzione, tra questa e altre pratiche spirituali. Nel Ch’an dovrete esprimere una motivazione supersonica, sarete immediatamente messi faccia a faccia con voi stessi, e dovrete riuscire a non fuggire. Perché, se fuggirete per cercare strade più comode e meno veloci, correrete il rischio di trovare delle pratiche accomodanti, gradite al vostro Io, ma che si riveleranno essere, poi, soltanto palliativi momentanei. E se vi direte: “Ah, oggi ho fatto veramente una bella meditazione, mi sono rilassato e sono stato benissimo!”… troverete, immancabilmente, dopo ad aspettarvi, i problemi drammatici della vostra mente, che avevate momentaneamente lasciato fuori della porta. Qualsiasi altro sentiero, che permetta solo quelle due orette, tranquille e serene, non serve a nulla, non risolve assolutamente i guai della mente malata e ignorante di sé.

Ricordiamoci che la consapevolezza, una volta sbocciata ed instaurata, è un bene prezioso che non verrà più disperso; perché possiede una qualità autosostenente innata che le permette di ritornare automaticamente su di sé anche se si trovasse ad essere momentaneamente dirottata. Tarthang Tulku dice che, come un’ape che è attirata dal polline di un meraviglioso fiore, la consapevolezza può volar via, ma si attiene sempre a tornare indietro.

Di Aliberth.
Fonte: http://www.centronirvana.it

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