Nov 27

L'olio di Lorenzo - Atto d'amore

L'olio di Lorenzo

Una vicenda che insegna come si affrontano il dolore e la malattia. Una canzone. Un film.

Isole Comore, un minuscolo stato nell’oceano Indiano, tra il Mozambico e il Madagascar. In questo paradiso della natura nel 1978 nasce Lorenzo Odone. All’età di sette anni al piccolo Lorenzo viene diagnosticata una rarissima malattia, l’adrenoleucoditrofia (ALD). In poche parole la malattia, che si manifesta di solito tra i 4 e gli 8 anni, consiste in una degenerazione della mielina, un grasso complesso del tessuto neuronale che ricopre molti nervi del sistema nervoso centrale e periferico. Senza la mielina, i nervi non riescono a condurre regolarmente gli impulsi, portando ad una crescente disabilità.

Alle disgrazie, agli incidenti, alle malattie si può reagire in molti modi. Uno è quello di disperarsi, piangere e cadere in uno stato di apatia che logora. Un altro è quello di disperarsi, piangere, urlare anche, ma poi reagire. Augusto e Michaela Odone hanno scelto il secondo…

Economista il primo, glottologa la seconda hanno deciso di lasciare il lavoro e di dedicarsi a tempo pieno allo studio della malattia del figlio. Nel giro di pochi anni sono diventati tra i massimi esperti al mondo dell’ALD e ne hanno ricercato possibili rimedi.

Dopo diversi tentativi e ricerche hanno elaborato un unguento a cui hanno dato il nome del figlio. Si tratta di una miscela di olio di colza e di olio di oliva. Tale rimedio, pur non fermando la malattia, ne rallenta l’avanzamento in modo significativo, tanto che i due anni di vita che i medici avevano dato a Lorenzo dopo la diagnosi si sono moltiplicati per undici: Lorenzo è morto il 30 maggio 2008 all’età di trent’anni.

Nel 1989 Augusto Odone ha fondato il Progetto Mielina, una fondazione che si occupa della ricerca sull’ALD. Il 26 settembre 2002 la rivista scientifica New Scientist pubblica i risultati di una ricerca condotta dal dottor Hugo Moser su un centinaio di bambini americani ed europei affetti da ALD: il trattamento con l’olio di Lorenzo nel 70 per cento dei casi ha bloccato la malattia fino al compimento del sedicesimo anno di età. Cosa succederà in età adulta è ancora presto per dirlo.

Per assecondare un desiderio del figlio e per sostenere il progetto di ricerca che stava portando avanti insieme al marito, nel 1996 Michaela ha inviato a Phil Collins una poesia da lei composta sulla storia del figlio. Ne è nata la canzone Lorenzo, arrangiamento “africano” e, come sempre, grandi percussioni.

Accettando la sfida di una malattia rara, i loro sforzi vengono premiati con un successo per il figlio Lorenzo che vivrà molto più a lungo di quanto la medicina prevedeva; inoltre, altri malati ed i loro parenti sanno che insieme la malatia è meno pesante.

Ognuno di noi si può sentire come una piccola “clip” che però unita alle altre può formare una catena di solidarietà e di speranza.

Tutta la vicenda, una storia drammatica ma intrisa di speranza e grande forza d’animo, è stata immortalata nello splendido film L’olio di Lorenzo (1992), con una magistrale interpretazione di Nick Nolte e Susan Sarandon nei panni di Augusto e Michaela e Peter Ustinov in quelli del dottor Moser. Non il solito melodramma strappalacrime, ma un’avvincente storia di ricerca e di lotta per la vita.

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Lug 08

Amarsi reciprocamente

Amarsi reciprocamente

A un uomo fu dato il permesso di visitare il paradiso e l’inferno mentre era ancora in vita.

Andò prima all’inferno, e lì vide una grande raccolta di persone sedute a lunghe tavolate, imbandite di cibo ricco e abbondante.

Eppure queste persone piangevano e stavano morendo di fame. Il visitatore ben presto ne vide la ragione: i cucchiai e le forchette che usavano erano più lunghe delle loro braccia, cosicché costoro erano incapaci di portare il cibo alla bocca.

Poi l’uomo andò in paradiso e lì trovò la stessa situazione: lunghe tavolate imbandite con cibo di ogni genere; anche qui la gente aveva le posate più lunghe delle braccia e anche qui non poteva portare il cibo alla bocca; eppure avevano tutti l’aria di essere soddisfatti e ben nutriti.

La spiegazione era semplice: anziché cercare di nutrire se stessi, si imboccavano reciprocamente.

Di R. Ferrucci.

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Apr 03

Il grande oncologo (Umberto Veronesi) spiega perché mangiare carne è una follia

Roberto Saviano ha 31 anni, Jonathan Safran Foer ne ha 32. L’autore italiano di “Gomorra” e l’autore americano di cui sta ora per uscire anche in Italia l’appassionato “‘Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?” che ha già suscitato in America violente polemiche, a mio giudizio hanno in comune la rara capacità di fare gli scrittori entrando nel vivo di realtà scomode. Forse bisogna pensare ad Emile Zola, per trovare un precedente. Apparentemente si occupano di cose molto diverse, perché Saviano fa un reportage sulla società egemonizzata dalla camorra, mentre Safran Foer fa un’inchiesta sul mondo semisconosciuto degli allevamenti di animali da carne, ma entrambi ci comunicano l’esistenza di nuclei di “non-mondo“, dove la violenza di un modello di profitto (illegale il primo, formalmente legale il secondo) cancella in qualche modo l’idea di umanità.

Perché? Perché tutto diventa una macchina per far soldi, e se alla camorra non importa svuotare la democrazia, all’industria della carne non importa svuotare le prospettive di sopravvivenza del nostro pianeta. I dati a nostra disposizione sono sinistramente chiari, e non è inutile ricordarli. Nel 1800 la popolazione mondiale era di 900 milioni di individui, poi c’è stata una crescita accelerata.

Nel 1900 la popolazione era già quasi raddoppiata, con 1 miliardo e 600 milioni di persone. Ora siamo arrivati a quasi 7 miliardi, e si presume che nel 2025, cioè tra appena quindici anni, sulla Terra ci saranno 10 miliardi di uomini. Che fare?

I Paesi del Terzo Mondo sospettano le nazioni del benessere di voler imporre la denatalità, e io, per conto mio, sono convinto che bisogna ben guardarsi da tentazioni demografiche odiose. Sono però altrettanto convinto che siamo ormai arrivati a un punto di rottura, e che – oggi, e non domani – bisogna fare una scelta tra il nutrire gli uomini e nutrire gli animali per consumarne la carne. Altrimenti sarà la fame, e insieme con la fame, la guerra. Non dimentichiamo poi un’altra sciagura che sovrasta il nostro pianeta, cioè il progressivo riscaldamento dell’atmosfera, che può arrivare a sconvolgere gli equilibri, con conseguenze inimmaginabili. L’allevamento industriale di animali da macello è il primo responsabile del riscaldamento terrestre, ed è tra le prime due o tre cause di tutti i problemi ambientali più gravi, come l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e la distruzione delle foreste. E allora?

Allora bisogna prendere la decisione, motivata e razionale, di cambiare modello. Non è impossibile. Gli scienziati sono d’accordo che la fame nel mondo non è una questione di produzione, ma di distribuzione delle risorse. Tecnicamente sarebbe possibile nutrire tutta l’umanità se si fa la scelta vegetariana. Volete un dato convincente? Un chilo di carne sulla nostra tavola ha richiesto 20 mila litri di acqua, proprio quel cosiddetto “oro azzurro” che oggi noi impieghiamo (e sprechiamo) con la massima tranquillità e indifferenza, e che domani potrebbe addirittura venir razionato su scala mondiale, come sanno già a loro spese quelle aree del pianeta dove l’acqua è rara e preziosa.

Io, cresciuto in una cascina dove vedevo pulcini e vitellini e non mi sapevo adattare all’idea che poi venissero uccisi, sono vegetariano per scelta etica, e non posso impedirmi di vedere dietro una bistecca o una salsiccia le sofferenze e la morte di creature viventi. E c’è dell’altro, puntualmente presente nella non-fiction di Safran Foer, in realtà una superba inchiesta sul campo che mostra tutti gli orrori degli allevamenti e delle macellazioni: gli americani consumano ogni anno quattro milioni di chili di antibiotici, mentre per trattare gli animali da macello ne vengono impiegati trentotto milioni di chili, il che significa in pratica, per la legge della catena alimentare, che si consuma carne inzeppata di antibiotici, con quali risultati per la salute umana è facile immaginarlo, a partire dalla selezione di ceppi di germi resistenti agli antibiotici stessi.

Chiudo con un’annotazione. Il loro nome è animali, ma noi non gli riconosciamo l’anima, qualunque cosa essa sia. Riconosciamogli almeno la capacità di esseri “senzienti“. Esseri vivi e palpitanti, che sentono il disagio, il dolore, la paura, l’angoscia. Non facciamoli nascere per farne delle “cose“. Sottomesse all’inaudita violenza con cui noi trattiamo ciò che secondo noi origina dal nulla e ritorna nel nulla, e che perciò ci sentiamo autorizzati, senza rimorso e anzi placidamente, a manipolare e a distruggere a nostro piacimento.

Di Umberto Veronesi.
Fonte: http://espresso.repubblica.it

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