Nov 23
Universo: lintera città delluomo

Universo: l'intera città dell'uomo

Il fatto è che noi siamo proprietà comune, non proprietà privata. Noi esplichiamo una funzione collettiva, non solo individuale. In definitiva noi siamo simultaneamente l’una e l’altra cosa. Onda e Oceano. Atomo e nello stesso tempo Universo. Il che vuol dire che noi siamo un Ologramma, un “Tutto-parte”, cioè una versione ridotta dell’Intero Corpo Universale

Contrariamente a quanto crede la massa degli studiosi e dei ricercatori, oltre naturalmente a differenza di quello che pensa la gente, l’Universo è una struttura naturale, interamente intelligente.

In pratica lo afferma lo stesso secondo principio della fisica quantistica il quale, nel suo enunciato fondamentale, suona pressappoco così:

Dalla cosmologia alla Geologia, dalla Paleontologia all’Antropologia, risalendo dall’osservazione astronomica (ex astrologica) e/o astrofisica a quella ontologica, confortata dai dati in possesso della ricerca microbiologica, ci sono serie conferme sulla attendibilità di un processo che ha portato allo sviluppo di un fenomeno apparentemente unico: a partire dalla apparente comparsa della vita biologica sulla superficie della Terra, c’è stata una lunghissima evoluzione, durata miliardi e miliardi di anni, che ha portato l’Universo Organico, l’OSSERVATO, un sistema interamente vivente ed intelligente, ad assumere lo stesso corpo del suo stesso OSSERVATORE.

Purtroppo, con una persistenza che sfiora l’alienazione, un programma intelligente inserito dalla cultura dominante, scientifica e biologica, nel cervello umano da millenni, come fosse un microchip, in modo che il pensiero degli individui ne risultasse polarizzato per via genetica e culturale, ha prodotto il dualismo: l’OSSERVATORE e l’OSSERVATO, il baco che infetta l’umanità.

Di conseguenza la visione dell’ALTROVE ha avuto sempre nel corso dei tempi un ruolo centrale, ponendosi al posto dell’OVUNQUE, e la stessa cosa ha fatto il relativismo (la relatività) collocandosi al posto dell’assoluto, l’ALTRO al posto dell’UNO, il SEPARATO in sostituzione del “Tu sei ME ed Io sono TE”.

Così ancora oggi e chissà per quanto tempo ancora tra l’Uomo e Dio si inseriscono le religioni, tra conoscenza e vera realtà ci sono scuole ed accademie, tra l’ essere umano ed il suo corpo si interpongono medicine e farmaci, tra individui e collettività si frappongono politici e media, ed infine tra spirito e materia, il vuoto.

Ecco, tanto per soffermarci su quest’ultima illusione, su quest’ultima inesistente realtà separativa, dove sta il vuoto?

Se la fisica quantistica ha già dimostrato che le particelle che costituiscono la materia oltre ad essere sé stesse, sono anche lo spazio che intercorre tra loro, dov’è quel nulla che chiamiamo vuoto?

Se il TUTTO esistente (che noi chiamiamo “spazio”) è già occupato totalmente e “fisicamente” da sé stesso, come possono esistere interstizi interspaziali e separativi, dove possono annidarsi angoli di vuoto?

Che senso ha pensare che l’ uomo debba conquistare lo spazio, usando una scienza, che è solo una conoscenza contraffatta, un modo semicosciente di sapere che siamo coscienti?

Dal momento infatti che lo spazio è già l’Ovunque, e noi siamo quello, come potremmo noi conquistare noi stessi?

Solo essendo in preda di una piacevole ubriacatura, ma molto meno piacevole della “coscienza”.

Quale coscienza?

Quella che genera l’esperienza, e non il contrario. Perché noi non viviamo in un mar morto di inesistenza, di stasi, di inerzia e di morte. In questo aveva ragione Gandhi quando diceva che “nel mezzo della morte la vita persiste”.

E tanto meno noi viviamo in un universo spezzato nei suoi componenti più minuti, come crediamo che siano atomi, nuclei, elettroni, quark o neutrini, che sembrano costituirlo. Ma anzi noi ci troviamo in un “sistema” che se proprio non possiamo far a meno di considerarlo frammentato (ma non lo è) esiste ed è reale in uno stato di “sincronicità” che lega “simultaneamente” tutte le particelle in una indissolubile condizione di interconnessione. E quindi anche noi a lui attraverso le nostre “molecole delle emozioni” come le chiama Candace Pert.

Sembra incredibile, ma se ci si chiede quale sia quel “quid” che tiene insieme sincronicamente e creativamente l’universo, la risposta è l’“amore”. L’ amore naturalmente inteso come “campo” (informativo), e non certo il sentimento che è alla base delle pulsioni affettive degli uomini (pur essendo quelle una forma di amore che unisce).

L’amore è la cosiddetta “anima mundi”, una vera e propria forza fisica unitiva (forza debole), come rivela il suo stesso etimo: a-more, da “a-mors” che significa “non-morte” e quindi “Vita”, ovvero quella Cosa che anima e tiene in vita tutto. O meglio che è ciò che è tutto, come diceva Giordano Bruno, che la chiamava “anfitrite”. E che noi chiamiamo coscienza eterna.

Persino le particelle (ragionanti) ne fanno parte, come hanno confermato gli esperimenti condotti dai fisici John Bell (nel 1964) e Alain Aspect (nel 1982) su coppie di elettroni e/o di fotoni, che ne hanno studiato il comportamento dopo averne prodotto una “presunta separazione” nel tempo e nello spazio a distanze indifferenti. E noi siamo fatti di quelle, no?

Quindi: niente divisione, disunione o estraniazione.

Infatti, pur apparentemente “separate” e scagliate in direzioni opposte a distanze incommensurabili, le coppie di particelle hanno dato prova di un profondo legame (d’“amore”) indissolubile, rimanendo sempre informatissime, coerenti e correlate tra loro mediante un campo di connessione “non-locale” in una situazione di sincronicità risonante in grado di trascendere le nozioni di separazione nello spazio e nel tempo.

E’ strabiliante osservare come il “ricordo di essere state insieme” (in fisica si dice: di essersi trovate nello stesso stato quantico) è un qualcosa che non le abbandona mai, ed è ancora più sorprendente constatare come, pur (apparentemente) separate, esse continuino a mantenere lo stesso stato di sintonia, ove non c’ è spazio e tempo che tengano e che siano in grado di separarle.

Se questa non è sincronicità, unione, telepatia e…”amore”, nel contempo, che cos’ è?

Sappiamo che le infinite coppie di particelle con spin (verso di rotazione) opposti (“maschio e femmina”, in chimica si dice antiparallele) mostrano di essere simmetriche rispetto ad un immaginario ASSE androginico, che le tiene indissolubilmente unite in una condizione di eternità.

C’ è “ragionamento” o “spirito”, che dir si voglia, in tutto questo.

Se questa non è …fedeltà, un…matrimonio, legge o principio unico, legittimato e celebrato da Madre Natura, che cos’ è?

Wolfgang Pauli (premio Nobel per la fisica nel 1945) e Carl Jung, psicologo analitico, anche questi una “strana coppia”, lavorando di concerto, non ne ebbero nessun dubbio.

Possiamo allora noi continuare a tenere separati Spirito e Materia in una componente che chiamiamo “coscienza” ed in una componente che chiamiamo “materia”? Insistere sulla coppia degli opposti?

Alla luce del PENSIERO congiunto insistere sulla dualità di due apparenti manifestazioni della stessa matrice universale, il PENSIERO, significa continuare ad essere “ i cittadini dei sensi”, i costruttori dei “cancelli della mente”, e continuare a rimanere fuori dalla cinta della città dell’UOMO, fuori dalle porte della sua vera, infinita umanità.

E’ dunque questo quello che vogliamo? Rimanere chiusi nella prigione della propria coscienza individuale. Rimanere sulla soglia della nostra coscienza universale?

Possiamo farlo. Nulla osta.

Il fatto è però che noi non siamo una proprietà privata, ma una proprietà comune. Noi non esplichiamo solo una funzione individuale, ma collettiva.

In definitiva noi siamo simultaneamente l’una e l’altra cosa. Onda e Oceano. Atomo e nello stesso tempo Universo. Il che vuol dire che noi siamo un Ologramma, un “Tutto-parte”, cioè una versione ridotta dell’Intero Corpo Universale, una mini-copia del cosiddetto “Intatto”. Uno “zero” ed un “Tutto”, contemporaneamente.

NOI, in ultima analisi, siamo UNO.

La Chiave dell’Universo nascosto. Dalle esperienze di pre-morte ad una nuova visione della vita

Insomma, come abbiamo visto al primo punto, non c’ è spazio e tempo che separi le particelle.

E se questo non è “telepatia” , e se questo non è “amore”, e se questo non è la più chiara dimostrazione che materia e coscienza sono la stessa cosa, e che tutto quindi si riassume nel cosiddetto “Spirito Santo” (“Sant” in sanscritto significa “Tutto”, e “Spiritus” significa “Vivente”), non sappiamo proprio quale altra prova fornire per connotare una Vibrazione che noi chiamiamo “Campo Univivente”, la quale le tiene indissolubilmente (in)fuse in “” in una condizione di eternità., esattamente come tutte le altre, loro omologhe.

Questo apparentemente strano meccanismo di unione istantanea tra due entità sembra ricordare quei fenomeni superficialmente definiti “paranormali” come la telepatie e la “remote view” (vista remota), dove l’ informazione viene trasmessa in modo (psichicamente) istantaneo.

Il fatto è che questa informazione non nasce dai tradizionali campi elettromagnetici della fisica classica, ma nasce da un campo “informativo” che “in-forma” la materia in coincidenza con il suo contenuto psichico in maniera istantanea.

Le esperienze di confine (NDE) confermano tutto questo. I racconti dei redivivi o dei rianimati ribadiscono infatti che tutto questo è possibile quando il pensatore si fonde con il pensiero stesso.

Dunque l’aspetto più sconcertante del pensiero è che tutto sia pensiero, come ha riferito lo stesso David Bohm a quei pochi ascoltatori che erano presenti ai suoi colloqui privati. Senza inizio e senza fine.

Evidentemente allora questa totale massa di comunicazione quantistica doveva già esistere prima che nascessero la materia, l’energia, lo spazio ed il tempo.

Il che significa che la Vita è da sempre e per sempre. E che andare a cercarne l’origine laddove non esiste, è come inseguire la linea dell’orizzonte cercando di afferrarla. Questo lo possono fare solo i “cittadini dei sensi”, non gli abitanti dell’“Info-regno”.

Di Vittorio Marchi.

Fonte: http://www.scienzaeconoscenza.com

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Nov 15
Nuovo paradigma scientifico

Paradigma scientifico

«Ciò che vedete dipende dalle teorie che usate per interpretare le vostre osservazioni
Albert Einstein

Giorgio de Santillana nell’introdurre il suo capolavoro “Il mulino di Amleto” coglie l’inadeguatezza del pensiero umano di fronte alle attuali scoperte astrofisiche, l’uomo contemporaneo non riesce a collocarsi all’interno di così vasto e profondo universo se non a costo di una perdita delle proprie facoltà mentali, l’uomo arcaico, invece, ordinava il cosmo a sua misura in modo da non scomparire di fronte alla pur terribile vastità della antica cosmologia.

Oggi, fra gli scopi più alti della scienza vi è quello di conoscere e descrivere l’universo per dare un senso all’esistenza umana; scienza, filosofia e religione si sono poste sempre in rapporto dialettico e hanno ricercato, e a volte hanno creduto di aver trovato, il senso dell’esistenza. Con Galileo la scienza ha cambiato radicalmente i presupposti di conoscenza basandosi sul metodo sperimentale, mentre con Cartesio si ha la scissione dicotomica fra anima e materia. Cartesio scinde i due aspetti della realtà relegando la mente al dominio della religione e della speculazione filosofica e la materia al metodo scientifico.

La dicotomia cartesiana anima-materia, in occidente, ha aumentato le distanze fra lo sperimentalismo scientifico e il dogma religioso. Per la scienza, agire solo su entità materiali osservabili rappresenta una semplificazione concettuale di grande portata mentre la religione rafforza il dogmatismo perché ormai totalmente svincolata dalle leggi matematiche e fisiche che regolano e descrivono il cosmo. La scienza dal canto suo si è sempre limitata a descrivere i fenomeni fisici mentre alla religione è stato dato il privilegio di spiegare la causa ultima del funzionamento del meccanismo universo.

La rivoluzione scientifica del secolo scorso ha minato dalle fondamenta il nostro senso comune e le nostre convinzioni al riguardo della natura dell’universo.

Lo scorrere del tempo e la stessa suddivisione fra passato, presente e futuro sembrano non avere più molto senso, lo spazio indissolubilmente legato al tempo forma un unità quadridimensionale inimmaginabile dalla mente abituata ad agire nella realtà osservabile; la meccanica quantistica ha enormi implicazioni sul nostro modo di vedere la realtà e sulla posizione che ha la coscienza all’interno dell’universo.

Teorie assolutamente rivoluzionarie sembrano oggi avere poco impatto sulla nostra visione del mondo e sulla nostra produzione di realtà. Se la teoria della relatività e le sue implicazioni spazio temporali hanno influenzato il campo dell’arte con il cubismo e parte del razionalismo architettonico, la fisica quantistica non ha avuto nessun influenza sul cambiamento dei modi di percezione e fruizione dello spazio.

L’ipotesi di un mondo regolato dalle leggi meccaniche è stata avvalorata per secoli, con Cartesio ha inizio il dualismo anima-materia considerate come entità distinte e separate cosicché l’anima non aveva alcun influenza sulla materia, sul corpo. La meccanica newoniana non fece altro che avvalorare tale dualismo proponendo un universo regolato da un meccanismo perfetto. Nei primi anni dello scorso secolo la teoria della relatività inserì nelle dimensioni spaziali anche la quarta dimensione del tempo, che divenne indissolubilmente legato allo spazio a formare un’unica realtà spazio-temporale mettendo a dura prova le capacità immaginifiche della mente umana; ma se la teoria della relatività si dimostrò di efficacia eccezionale nel descrivere il macrocosmo, d’altro canto non poteva spiegare i fenomeni su scala atomica, il comportamento delle particelle subatomiche. Nello stesso periodo, agli inizi del secolo fu sviluppata da W. Heisemberg la teoria dell’indeterminazione dei quanti di luce, una teoria che spiega gli strani comportamenti delle cellule subatomiche e del loro essere contemporaneamente entità fisiche ed entità probabilistiche, formulando il famoso dualismo onda particella.

La fisica quantistica suggerisce che la realtà dipende dall’osservatore, e nel caso delle particelle subatomiche l’osservazione si esplicita con una misurazione (una misura è un confronto fra oggetti per determinarne il rapporto).

Un onda probabilistica collassa in una particella allorché essa viene osservata, in altri termini la posizione di una particella subatomica in un certo punto dipende dall’osservazione in quel dato punto. Inoltre due particelle subatomiche che sono state in relazione, se vengono separate e a distanza una di esse viene modificata, anche l’altra simultaneamente si modifica e questo succede senza possibilità di comunicazione fra le due particelle, questo è detto comportamento non locale delle particelle subatomiche

La realtà profonda che la moderna fisica teorica ci suggerisce è una realtà interconnessa dove l’indeterminismo quantistico è controllato dalla coscienza che assume ruolo fondamentale per la costituzione della realtà fisica; le implicazioni di siffatte teorie hanno enorme portata filosofica e ci pongono nella condizione di ridefinire il nostro posto nell’universo, l’architettura in quanto costruzione, e materializzazione di una volontà cosciente diventa essa stessa metafora e oggetto della creazione della realtà, la mente cosciente è l’origine della realtà fisica e non un epifenomeno, David Bohm ipotizza un potenziale quantico che pervade il creato e che informa e funge da substrato a tutta la realtà fisica che altro non sarebbe che gesto creativo dell’universo entro se stesso in una sorta di speculare riflessione.

La realtà sarebbe puramente illusoria , essa è forma della mente che pervade l’universo.

Nonostante la sua apparente realtà fisica, l’Universo si comporterebbe come un ologramma dove la parte corrisponde dettagliatamente al tutto.

Ma in che modo la metafora dell’ologramma può spiegare alcuni paradossi sperimentali quali ad esempio la non località? È lo stesso Bohm a suggerirci un esempio esemplificativo: immaginate un acquario contenente un pesce. Immaginate anche che l’acquario non sia visibile direttamente ma che noi lo si veda solo attraverso due telecamere, una posizionata frontalmente e l’altra lateralmente rispetto all’acquario. Mentre guardiamo i due monitor televisivi possiamo pensare che i pesci visibili sui monitor siano due entità separate, la differente posizione delle telecamere ci darà infatti due immagini lievemente diverse. Ma, continuando ad osservare i due pesci, alla fine ci accorgeremo che vi è un certo legame tra di loro: quando uno si gira, anche l’altro si girerà; quando uno guarda di fronte a sé, l’altro guarderà lateralmente. Se restiamo completamente all’oscuro dello scopo reale dell’esperimento, potremmo arrivare a credere che i due pesci stiano comunicando tra di loro, istantaneamente e misteriosamente.

Probabilmente sia l’ipotesi di un a realtà assimilabile ad un ologramma e sia l’ipotesi di una soggiacente rete di informazioni sul modello di Internet non sono sufficienti a descrivere il nuovo concetto di realtà che la fisica quantistica ci fa intravedere, essi potrebbero essere solo modelli di riferimento del nostro stato attuale di progresso tecnologico e percettivo, probabilmente anche il solo linguaggio matematico non è più sufficiente a descrivere una realtà complessa, forse avremmo bisogno dell’aiuto di un nuovo linguaggio, di nuove forme espressive appannaggio dell’intuizione e dell’espressione artistica, un arte che si esprima mediante metafore e connessioni nuove e che vada al di là del simbolo ma che agisca in sostituzione di esso non per essere misura della realtà ma per essere medium fra la percezione e l’intuizione.

Fonte: http://spaziotempoarchitettura.blogspot.com

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Ott 31
La realtà è unillusione

La realtà è un'illusione

Negli anni quaranta, Dennis Gabor, premio Nobel per la fisica, sviluppò una teoria matematica che solo venti anni dopo, grazie allo sviluppo tecnologico, poté essere meglio esposta e compresa. Essa infatti richiedeva l’invenzione del laser, per apparire in tutta la sua strabiliante originalità. Stiamo parlando di quella che potrebbe rivelarsi la scoperta più sconvolgente nella storia del pensiero scientifico contemporaneo, la quale aprirebbe scenari e possibilità mai ipotizzate prima d’ora.

“Nel 1982” – spiega il Prof. Richard Boylan, “un équipe di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, ha condotto quello che potrebbe rivelarsi il più importante esperimento del ventesimo secolo. Aspect ed il suo team hanno infatti scoperto che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche, come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente l’una con l’altra, indipendentemente dalla distanza che le separa, sia che si tratti di dieci metri o di dieci miliardi di chilometri. E’ come se ogni singola particella sapesse cosa stiano facendo tutte le altre.

Questo fenomeno può essere spiegato solo in due modi: o la teoria di Einstein che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce è da considerarsi errata, oppure le particelle subatomiche sono connesse non-localmente. Poiché la maggior parte dei fisici nega la possibilità di fenomeni che oltrepassino la velocità della luce, l’ipotesi più accreditata è che l’esperimento di Aspect sia la prova che il legame tra le particelle subatomiche sia effettivamente di tipo non locale”.

Nel suo libro “La realtà quantistica”, Nick Herbert afferma che la non-localizzazione delle particelle spiegherebbe questa loro incredibile comunicazione non mediata né da campi né da nessun altro fenomeno (proprio perché le loro influenze e i loro contatti avverrebbero all’istante). Nessun filosofo e nessuno scienziato avrebbe mai pensato che le categorie di spazio e tempo, si sarebbero potute annullare così facilmente! Nonostante ciò, le quattro forze fondamentali della natura (forza gravitazionale, forza elettromagnetica, interazione nucleare forte e interazione nucleare debole), possono tranquillamente essere descritte senza ricorrere ai concetti della non-localizzazione.

Ma allora perché proporre questa teoria? Semplicemente perché le spiega ancora meglio!

Parlando della non-località applicata alla forza gravitazionale: come fa la terra a sapere che io ci sono, per tirarmi verso il basso?! Oppure riguardo all’interazione nucleare forte: perché un elettrone rimane intorno al nucleo piuttosto che andarsene altrove? Cioè, come fanno a comunicare? Non solo…

Il modello non-locale della realtà può addirittura condurre la fisica teorica verso quello che è stato il principale obbiettivo di Einstein: la definizione di una quinta forza, una superforza che racchiuda e spieghi in sé tutte le altre interazioni della natura.

Nel 1964 il fisico irlandese John Stewart Bell, dimostrò l’effettiva esistenza di un mondo non localizzato. In una prova matematica confermata da diversi esperimenti, chiamata “Teorema di Bell”, egli dimostrò che l’ipotesi secondo cui il mondo è intrinsecamente localizzato, è assolutamente errata. Se da tempi antichi, se non antichissimi, questa teoria si dà per scontata (considerandola nemmeno come tale ma come dato di fatto), per lo meno in ambito esoterico, ai giorni nostri sono veramente tanti, e aumentano a vista d’occhio, gli studiosi coraggiosi e i ricercatori all’avanguardia che cominciano ad appoggiarla: pensiamo a Capra, Bateson, Prigogine, Laszlo, Jantsch, Talbot ecc.. D’altronde anche eminenti fisici quali Einstein, Pauli, Bohr, Schrödinger, Heisenberg e Hoppenheimer non erano del tutto contrari ad una visione del mondo arricchita anche da una valenza prettamente spirituale. Arrivare però a dire che la realtà è un’illusione confermando quanto vanno dicendo da millenni le tradizioni esoteriche, sia Occidentali che Orientali, è veramente rivoluzionario. E’ addirittura esageratamente oltraggioso, quasi ridicolo agli occhi di qualche scienziato legato a modelli di comprensione tradizionali – o forse verrebbe da dire “superati” – se non fosse per la levatura scientifica di colui il quale illustrò ancora più approfonditamente questa incredibile scoperta.

Sto parlando ovviamente di David Bohm, già collaboratore di Einstein e Professore di fisica teorica al Birbeck College di Londra.

Da poco scomparso, e già fortemente rimpianto, Bohm, fu uno dei più illustri scienziati dell’era contemporanea. Costui, grazie al concetto di “ologramma” è riuscito a spiegarci in termini scientifici che cos’è il velo di maya di cui la filosofia indiana, ha sempre parlato, illuminando gli occhi di chi ha orecchie attente.

Dalle teorie di Bohm, si evince che le energie elettromagnetiche e l’intera realtà fisica, sono create dalla prodigiosa e “magica” natura delle particelle subatomiche, le quali, incredibilmente, si presentano sotto il duplice aspetto di particelle e di onde. Ciò permette a tali particelle di rimanere in contatto e di venire quindi informate a vicenda, indipendentemente dalla distanza che le separa, la quale dunque, a questo punto, è una pura illusione. Le distanze quindi, servirebbero alla mente, per organizzare meglio i dati sensoriali provenienti dal mondo “esterno”, esse però, tranne che nella costruzione di questo ordine mentale, non esistono in realtà. In sostanza, secondo Bohm, le particelle non sono entità individuali ma estensioni di uno stesso organismo, e il fatto che appaiano separate, deriva dalla nostra incapacità di vedere la realtà nella sua interezza. Noi vediamo solo la parte e non il tutto, non riuscendo dunque a capire che il tutto è la parte e la parte è il tutto.

Immaginiamo un acquario, al cui interno sta nuotando un pesce. Noi non vediamo il pesce a occhio nudo ma solo grazie a due telecamere, una posizionata di fronte all’acquario, l’altra di lato. All’apparenza sembrerebbero due entità separate, due pesci diversi, uno visto da davanti, l’altro di lato ma guardandoli meglio potremmo scoprire un legame interessante: quando uno si gira, si gira anche l’altro. Ignari dell’esperimento, potremmo addirittura pensare che i due pesci comunicano tra loro, istantaneamente e misteriosamente. Il comportamento delle particelle subatomiche è altrettanto misterioso, e non fa che accreditare l’esistenza di un livello di realtà, del quale noi non siamo minimamente consapevoli.

Grazie agli ologrammi prodotti dal laser, Bohm, in sostanza, è arrivato a scoprire che la minima parte dell’ologramma di un oggetto contiene l’oggetto intero. Tutto ciò è assolutamente sconvolgente. Se noi produciamo l’ologramma di una rosa e poi scomponiamo in piccolissime parti quell’ologramma, non perderemmo mai l’oggetto nella sua interezza, pur avendolo più volte diviso! Esso infatti è contenuto in ogni singola frammentazione, in ogni – a questo punto apparente – divisione della rosa stessa.

Karl Pribram, neurofisiologo dell’Università di Stanford, ha avvalorato ancora di più la natura olografica della realtà, grazie a numerosi studi condotti su ratti, a cui veniva asportata una parte di cervello. Nonostante diverse e successive asportazioni infatti, i ratti continuavano a conservare i ricordi, dei quali dunque, in seguito all’esito degli esperimenti, non si può più ammettere un’esistenza localizzata. La stessa capacità umana di attingere all’istante, ad un qualsiasi ricordo, tra miliardi e miliardi di informazioni contenute nel nostro cervello, non fa che avvalorare la non-localizzazione dei ricordi, e quindi la non “catalogabilità” del tempo.

Queste importanti rivelazioni, di parte del mondo scientifico contemporaneo, che per chi ha familiarità con l’energia e le sue incredibili manifestazioni, non sono che l’ennesima conferma di saggezze antiche, possono dunque dirigere il mondo intero verso una convivenza migliore. Se tutto è connesso infatti, è assolutamente controproducente da parte di un essere, provocare il dolore o addirittura la morte di un altro essere. Ad un livello profondo di realtà infatti, Bohm direbbe “implicito”, è come far male a se stessi.

Gli indiani parlavano di karma, ma ne parlavano già 3.500 anni fa.

Dobbiamo aspettare ancora?

Di Lucio Giuliodori.

Fonte: http://www.luciogiuliodori.net

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