Il mondo che ho visto finora non è la realtà, ma è quello che la mia mente mi ha fatto vedere. La mente è condizionata da quello che ha appreso e seleziona fra tutti i segnali esterni quelli che meglio si adattano alla sua concezione del mondo. In effetti la mente mente…
Pace, preghiera e amore: queste tre parole sono strettamente legate tra loro. Senza una vita di preghiera non possiamo sperimentare una vera pace, e in assenza di quest’ultima l’amore non può fluire spontaneamente.
Quasi tutte le scuole mistiche concordano che l’amore non ha un perché. Dopo circa sessanta secoli di storia umana, “amare il prossimo come se stessi” rimane la sola condizione empirica per la sopravvivenza dell’umanità, una condizione che però non è stata ancora messa in pratica pur essendo l’unica alternativa possibile. Filo conduttore dei nove saggi raccolti in questo libro sono la concordia e l’armonia come presupposti per la pace.
Un sogno, una sfida che al giorno d’oggi coinvolge ogni aspetto dell’uomo, spirituale, sociale e culturale
Nato e cresciuto in un clima di interculturalità, Raimon Panikkar è oggi un personaggio praticamente unico nel panorama mondiale, amatissimo e seguitissimo anche in Italia, dotato di un carisma magnetico che emerge soprattutto nelle sue conferenze.
Questo testo che invita alla pace riporta appunto il testo di uno dei suoi discorsi, restituendo tutta l’energia dell’oratore, la profondità del pensatore, l’amore dell’uomo.
Molte persone dicono che non possono godere del presente a causa di qualcosa che è avvenuto nel passato. Poiché una volta sono stati da feriti, non riescono ad aprirsi di nuovo all’amore. Poiché hanno subito una perdita, non riescono a vivere pienamente nel presente. Poiché tempo addietro hanno vissuto un’esperienza spiacevole, non riescono a non credere che questa possa ripetersi ancora.
Poiché hanno sbagliato nel passato, continueranno a sbagliare. Poiché sono stati maltrattati, non perdoneranno né dimenticheranno mai.
Il perdono ci rende liberi di vivere una nuova vita lasciando andare il passato e il carico emotivo che esso rappresenta.
Vi siete mai ritrovati a dirvi frasi come queste?
Dato che il primo esame che ho fatto nella mia vita non è andato molto bene, adesso ho sempre paura degli esami.
Dato che lui/lei mi ha fatto soffrire, adesso non gli/le credo più.
Dato che la mia relazione più importante è finita male, non posso più aprirmi all’amore.
Dato che sono nato da una famiglia di umili origini non potrò mai diventare ricco.
Spesso non ci rendiamo conto -- dice Louise Hay -- che rimanere aggrappati al passato, non importa quando spaventoso esso sia stato, ci causa solo dolore. Spesso chi ci ha ferito non ne è nemmeno consapevole e, così, gli unici che ancora soffrono e che si lasciano condizionare da ciò che è stato, siamo solo noi stessi. Questo ci impedisce di vivere totalmente nel presente al massimo delle nostre potenzialità e di lavorare per creare quel futuro nel quale poter essere finalmente felici.
Dobbiamo partire dal presupposto che il passato è morto e sepolto, non abbiamo nessun potere di cambiarlo e, anche se continueremo a lamentarci per ciò che è stato, per come ci hanno trattato, per quello che abbiamo subito, questo certo non ci aiuterà a vivere meglio, anzi, ci condanneremo a vivere una vita all’insegna dell’infelicità, del vittimismo e della delusione.
Il solo momento sul quale abbiamo davvero potere è il presente: è solo nel presente che possiamo lavorare per lasciar andare il carico emotivo che il passato (le esperienze che abbiamo vissuto, le persone che ci hanno ferito, …) ancora rappresenta.
Louise Hay suggerisce di ripensare a che cosa indossavate il primo giorno di scuola: sicuramente è stato un giorno per voi importante ma lo vedete sicuramente con distacco sentimentale, per voi ormai rappresenta solo un ricordo. Cosa succede invece quando ripensate alla vostra ultima relazione, al partner, al vostro capo, ai colleghi, ai vostri genitori? Prendetevi un po’ di tempo da soli in tranquillità e cominciate a fare un elenco di tutto quello che vi suscita risentimento, paura, delusione, insomma tutto quello che sentite “non risolto”, tutto quello che non riuscite a vedere, sentire o percepire come un semplice ricordo.
Poi chiedetevi:
Qual è l’intento positivo che mi ha portato a rimanere attaccato a questo avvenimento, persona o sentimento del passato?
Mi piace? Mi fa stare bene?
Se la risposta è no allora chiedetevi:
Come sarebbe se continuassi a vivere facendomi condizionare dal passato?
Pensate adesso a come sarebbe la vostra vita se riusciste veramente a lasciar andare il passato e con lui tutte le esperienze che vi hanno fatto soffrire, le persone che vi hanno ferito (del resto ricordatevi che anche in quel momento stavamo facendo del loro meglio in base agli strumenti che avevano!), le emozioni e i sentimenti che avete lasciato vi continuassero a condizionare… Come cambierebbero le cose? In meglio forse? E quindi siete davvero disposti a lasciar andare? A perdonare? Valutate le vostre reazioni. Che cosa potreste fare per lasciarle cadere? In questo senso, quanto vi impegnereste? Qual è il vostro livello di resistenza?
Spesso se non fluiamo con la vita nel momento presente, significa che ci stiamo aggrappando ad un tempo ormai trascorso. Sia che si tratti di tristezza, rabbia, paura, risentimento, delusione, colpa, … significa che stiamo vivendo una situazione di mancanza di perdono, un rifiuto a dimenticare il passato e vivere nel presente.
L’amore è sempre la risposta che conduce alla guarigione, e il sentiero verso l’amore è il perdono, l’unico in grado di sciogliere il risentimento.
Cominciate a dire a voi stessi:
“Io sono disposto/a a lasciar andare il bisogno di… (avere rapporti difficili, attirare persone aggressive, criticarmi, criticare gli altri, sabotare la mia relazione e/o il mio partner, sentirmi inadeguato/a, ecc.)”
“Io sono disposto/a a perdonare… ( me stesso, i miei genitori, il mio partner, ecc.)”
Ripetevi queste affermazioni davanti ad uno specchio per parecchie volte e notate come vi sentite. Siate pazienti e gentili con voi stessi mentre vi cimentate in questa nuova avventura: potrebbe volerci un po’ di tempo ma i risultati che otterrete vi ricompenseranno degli sforzi compiuti!
Alla vostra libertà e al vostro meraviglioso futuro!
Giovanni Ruysbroek, il grande mistico del XIV secolo, rimarca a tutto tondo come il dono di sé diventi davvero compassione autentica e attenzione del cuore ai concreti vissuti dell’altro.
«Il suo slancio di misericordia si volge anche alle necessità temporali del suo prossimo ed alle numerose sofferenze che sopporta. Lo vede, infatti, sopportare la fame, la sete, il freddo, la nudità, la malattia, la povertà, il disprezzo, i mille pesi imposti ai poveri, la tristezza causata dalla perdita dei parenti, degli amici, dei beni terreni, dell’onore, della tranquillità, tutto il peso, infine, che schiaccia la natura umana, oltre misura [...].
C’é di che muovere a compassione un cuore buono e spingerlo a benevolenza verso tutti [...]. Questa compassione ed amore, esteso a tutti, vince e scaccia il terzo peccato capitale che è l’odio e l’invidia; poiché la compassione é una ferita del cuore che fa amare indistintamente tutti gli uomini e che non può guarire fintanto che vedrà qualche sofferenza…» Giovanni Ruysbroek -- L’ornamento delle nozze spirituali
In sintesi, dalla lettura di questo stralcio de L’ornamento delle nozze spirituali, possiamo ricavare quanto segue:
La persona è tale solo nella prospettiva del dono, dell’impegno verso il volto che ha di fronte, insomma in un contesto io-tu, ovvero nella dimensione della relazione e della mutua comprensione, che nasce sempre dall’individuazione, dal riconoscimento dell’altro, la cui intimità costituisce le colonne d’Ercole di quel mistero originario di cui è portatore;
La comprensione del tu genera responsabilità, cioè il portarsi sulle spalle i vissuti, le esperienze dell’altro, integrandoli con i nostri, relazionandoli dialetticamente con la nostra biografia e difendendoli da ogni minaccia esterna che voglia aggredirne la sacralità. Da questo consegue che se io mi rendo responsabile nei confronti dell’altro, anche l’altro sarà automaticamente investito dalla responsabilità di comprendermi.
Il riconoscimento dell’altro è possibile solo se le grammatiche esistenziali della passività si impongono su quelle dell’attività esasperata.
In altri termini, siamo autenticamente accoglienti solo quando facciamo dono di noi stessi, ci facciamo spazio per gli altri, diventiamo anticipatori di fiducia.
Infatti, solo sostituendo al nostro io onnipotente, ipertrofico, tutto attività, produttività, egoismo efficientistico, un io docile, passivo, accogliente, capace di abbandonarsi al tu dialogante riconoscendogli in anticipo fiducia, sacralità, consistenza etica, dignità esistenziale, è possibile instaurare il regno della mutua comprensione e del radicato riconoscimento.