Mag 08

L’inconscio, conoscerlo per vincere

L’inconscio, conoscerlo

Cerchiamo di fare chiarezza su che cos’è l’inconscio?
Come funziona?
Qual è la sua sede?

Credo che ce ne sia bisogno se si vuole veramente utilizzare al meglio le grandi potenzialità di questa parte importante di ciascuno di noi.
E’ come avere una Ferrari e non sapere come funziona, rimarrà sempre li, con delle potenzialità inespresse.

Oltretutto ho notato che tantissimi hanno le idee errate o, comunque, confuse, in merito alla sede ed al funzionamento dell’inconscio.

Prima di tutto va superato il concetto Freudiano di inconscio.

Per Freud si doveva intendere per inconscio il complesso dei contenuti e dei processi che non affiorano alla coscienza (su questo si può essere d’accordo) e che non sono quindi controllabili razionalmente (questa parte va rivista alla luce delle nuove conoscenze scientifiche).

Non solo perché l’inconscio ha una sua perfetta logica e razionalità, ma anche perché è più corretto dire non controllabili volontariamente; in verità anche questo non è perfettamente vero perché c’è un dialogo continuo tra la nostra parte conscia ed inconscia, con reciproca influenza e che , con varie tecniche, si può controllare volontariamente. Ma non voglio addentrarmi troppo nel tecnico in questa fase.

Andiamo sulle cose ora più pratiche.

L’inconscio è una funzione del nostro cervello.

Molte volte per capire come funziona il nostro cervello bisogna vedere cosa succede in determinate malattie.

Esistono dei pazienti affetti da cecità corticale (è una forma di cecità dovuta a lesioni da trauma cranico, da tumori o da ictus che danneggiano la corteccia occipitale, esattamente nel luogo deputato alla percezione visiva consapevole) che sono affetti da “blind-sight” o “visione cieca”.

Questi pazienti sono ciechi, sanno di esserlo e si comportano di conseguenza, in quanto, per il danno cerebrale a livello della corteccia visiva, non sono consapevoli della percezione visiva.

Sottoposti a determinati stimoli od a tutta una serie di esperimenti si comportano come dei sensitivi, nel senso che dimostrano di avere la capacità di vedere ciò che non vedono.

Questi pazienti dimostrano di avere una elaborazione, anche se inconscia, delle informazioni visive a cui vengono sottoposti e questo si evidenzia nei loro comportamenti, pur non essendone loro consapevoli.

Per esempio, chiedendo di afferrare degli oggetti, i pazienti riescono ad orientare e ad adattare la presa delle loro mani alla posizione, alla forma ed alla dimensione dell’oggetto presentato.

Con tutta una serie di altri esperimenti si è verificato che questi pazienti non vedono con la parte consapevole del loro cervello ma vedono con la parte cosidetta inconscia.

Questo succede perché le informazioni visive al sistema nervoso centrale, non sono dirette solo alla corteccia, ma anche a tutta una serie di strutture sottocorticali, che elaborano queste informazioni in modo inconscio, al fine di tenere conto anche di queste informazioni quando si devono fare delle scelte o si devono dare delle risposte.

Quanto riferito ci fa capire che si realizza costantemente una elaborazione inconsapevole delle informazioni che arrivano al nostro sistema nervoso e che una parte importante del nostro comportamento è frutto di una elaborazione ed integrazione a diversi livelli sottocorticali.

La coscienza regna ma non governa… pensate a chi comanda veramente in Inghilterra.

Ponete attenzione, in questo momento, a tutte le informazioni che arrivano al vostro sistema nervoso centrale attraverso i vostri vari organi di senso (rumori, suoni, odori, immagini fuori dal vostro campo di lettura, posizione delle vostre gambe ecc.) e di cui non siete consapevoli o, almeno, non eravate consapevoli fino a quando la vostra attenzione era rivolta a quello che stavate leggendo.

Delle informazioni di cui sopra non eravate consapevoli perché si fermavano nelle strutture cerebrali sottocorticali.

Si crea, quindi, in ogni momento della nostra vita, anche un’elaborazione delle informazioni che si svolge a livello sottocorticale, conseguenzialmente inconsapevole e che realizza ricordi inconsapevoli.

Il nostro inconscio non dimentica nulla delle esperienze che facciamo, siamo noi che crediamo di dimenticare, e questo solo perchè non ce ne ricordiamo più consapevolmente.

L’informazione proveniente dai recettori per essere cosciente deve arrivare a livello della corteccia cerebrale, ma non sempre arriva qui e, comunque, non arriva solo qui.

Esiste, quindi, una sensibilità inconsciente che informa le parti inferiori del nostro cervello.

Questa sensibilità inconsciente viene anche memorizzata in modo inconsapevole ed è anche per questo che il nostro cervello apprende molto di più di quello che crediamo di apprendere in ogni esperienza e sa sempre molto di più di quello che crediamo di sapere.

Si può essere inconsapevoli di una parte del mondo e senza saperlo e senza volerlo, si può apprendere qualcosa da esso e su di esso.

In continuazione ci sono cose che percepiamo e di cui non siamo consapevoli e che, comunque, producono effetti in noi ed intorno a noi, al di fuori del nostro controllo e della nostra volontà.

Il nostro sistema nervoso centrale viene ad accumulare conoscenze che sono ignorate dalla parte consapevole.

Per questo il nostro cervello sa anche quello che ignoriamo.

Si crea in questo modo una conoscenza inconsapevole che condiziona e determina le nostre scelte e la nostra vita al di fuori del nostro controllo.

Quanto riferito aiuta senz’altro a fare un pò di più luce sull’inconscio e ci apre la strada per capire che :

  • La coscienza è una grande macchina per cancellare e selezionare
  • L’inconscio è una grande macchina per non dimenticare
  • l’invisibile è sempre più importante del visibile
  • la verità libera, è rivoluzionaria e crea coerenza
  • la coerenza crea potere
  • quando la natura (l’inconscio) e la cultura (la consapevolezza) si incontrano anche le montagne si spostano.

Buona riflessione e buona consapevolezza.

Di Claudio Pagliara.
Fonte: http://www.piuchepuoi.it

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Mag 05

Meditazione dello spogliarsi e del rivestirsi

Spogliarsi e rivestirsi

Se c’è una cosa che facciamo tutti i giorni è spogliarci e rivestirci. Perché non cercare allora di cogliere appieno la bellezza e la profondità di questo gesto, che di solito compiamo mentre pensiamo a tutt’altro?

Ti propongo un semplicissimo esercizio, caro lettore del blog, che puoi sperimentare la sera o la mattina, se hai l’abitudine di dormire col pigiama.

Poniamo il caso che sia inverno, o una di quelle mezze stagioni in cui fa un po’ fresco. Prima di iniziare a spogliarmi, lascio passare qualche respiro senza fare niente, così prendo contatto con le mie attuali sensazioni.

Mi tolgo un indumento, ad esempio la camicia. Lo faccio con gratitudine. Quella camicia mi ha protetto dal freddo, durante il giorno e mi ha consentito di presentarmi agli altri secondo le consuetudini del mio tempo (non andare in giro a torso nudo, per dirne una) .

Grazie, camicia, per il servizio che mi hai reso oggi”.

Stare senza camicia mi dà una sensazione diversa. Sento un po’ di freddo. Magari non è piacevole, ma è sopportabilissimo. Sto un po’ con quel freddo e lo ascolto. È una sensazione come un’altra.

Una delle tante possibili. Potrei andare avanti con gli altri indumenti, oppure subito coprirmi con la casacca del pigiama.

Ecco, ora la sensazione è ancora diversa. Più piacevole. Ma la accolgo come la precedente: è semplicemente qualcosa che c’è qui e ora.

Poi passo all’indumento successivo. La sequenza interesserà almeno 5 pezzi diversi, ciascuno con le sue sensazioni peculiari, legate alla parte del corpo che hanno servito durante la giornata, magari anche con qualcosa di più.

Per ogni indumento, mi ricordo – se non proprio di ringraziarlo – quanto meno di considerare il servizio che ha svolto per me.

Osservo con attenzione quali sensazioni particolari esso porta nel momento in cui c’è e quando non c’è.

È un esercizio molto bello, il quale rende più interessanti questi pochi minuti, che fanno pur sempre parte del poco tempo di vita che abbiamo a disposizione.

Ed è un modo, a tutti gli effetti, per meditare, per lo meno da un punto di vista zen. Molto utile, soprattutto, a chi pensa di non riuscire a trovare il tempo per meditare, nell’arco della giornata.

Fonte: http://zeninthecity.org

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Apr 27

La forza dell'autoritratto

La forza dell'autoritratto

L’autoritratto è terapeutico. Parola di Cristina Nuñez Salmeron, fotografa specializzata in questa tecnica che lavora da oltre vent’anni nel campo del sociale, con malati e carcerati. Ci ha raccontato la sua storia.

Cosa spinge una fotografa a specializzarsi nella tecnica dell’autoritratto?
È stato per me qualcosa di molto naturale. Quando nel 2002 ho fondato un’agenzia per giovani fotografi, chiedevo loro di scattare autoritratti non solo per fortificarsi interiormente, ma anche per lavorare sulla propria identità creativa. Questa scelta è diventata, col tempo, un progetto e quasi una missione.

Cosa vuol dire essere ‘facilitatore di autoritratto’?
È il mio mestiere, che risponde alla richiesta di molte persone, tra cui psicologi, educatori, ma anche artisti e fotografi che desiderano fare come me e lavorare nell’ambito del sociale. Ad esempio a febbraio ho tenuto, con la dottoressa Saita, un workshop per psicologi all’Università Cattolica di Milano sull’utilizzo clinico dell’autoritratto. La psicologia in questi ultimi anni è molto interessata a tutte le attività creative che possano smuovere ciò che non smuove la parola.

Una delle persone che ho formato al mio metodo è Chiara Digrandi, psicologa di Roma. Appena laureata ha seguito un corso con me e subito dopo è partita per il Perù, dove ha lavorato per un anno in case d’accoglienza per bambini e adolescenti di strada, in carceri minorili e carceri femminili. Con queste persone ha prodotto delle immagini di grande potenza, con un risultato terapeutico notevole, che saranno presto pubblicate in un libro. C’è un gran bisogno di facilitatori: io, ad esempio, in questo periodo ho tantissimo lavoro ed è incredibile, se consideriamo che siamo in tempo di crisi!

Perché sviluppi i tuoi progetti principalmente con i carcerati e coi malati?
Soprattutto perché le persone che si trovano in una situazione limite stanno soffrendo e hanno bisogno. È un grande piacere per me vedere come si fortifichino dopo una sessione di mezz’ora. La sofferenza però non si trova solo nelle situazioni limite, è dappertutto, per cui anche chi conduce una vita “normale” può giovare del metodo. Un’altra delle ragioni della mia scelta è che anch’io ho provato quell’esperienza: dai 15 ai 20 anni sono stata tossicodipendente e anche ladra e prostituta e ho vissuto con queste etichette per molti anni, nonostante la mia vita si sia poi trasformata. Per me è importante tornare verso le persone che non hanno avuto la fortuna che ho avuto io e dimostrare loro con la mia esperienza che si può trasformare la propria vita. Quando uno sente di avere avuto fortuna è importante poterla restituire.

In che modo un autoritratto può migliorare la vita delle persone in difficoltà?
Nell’autoritratto noi esprimiamo la molteplicità che c’è nella nostra interiorità, è una lotta contro tutte le etichette. Una persona in carcere, ad esempio, non solo ha l’etichetta del “delinquente“, ma è quello che ormai pensa di sé. Attraverso la fotografia, che è un documento, la dimostrazione che un determinato momento è esistito, le persone scoprono invece di possedere molte sfaccettature che non pensavano di avere e la potenzialità di essere “qualcos’altro“, al di là dell’etichetta.

“Someone to love”, qualcuno da amare, è il titolo della tua mostra e del tuo libro. Ce ne parli?
L’allestimento racconta 23 anni di autoritratti, oltre a presentare un lavoro sulle mie radici, con alcune foto di famiglia, che mi è servito per accettare cose che in principio rifiutavo. La parte finale è invece un lavoro sulla “fototerapia” che ho svolto

con mia madre negli ultimi mesi della sua vita: attraverso la fotografia l’ho aiutata a fortificarsi e a combattere la demenza senile e inoltre ho migliorato moltissimo il mio rapporto con lei. Il testo è invece un doppio libro: il primo, in parallelo con la mostra, è la mia autobiografia; il secondo contiene invece il metodo completo con teoria ed esercizi per esplorare, attraverso la fotografia, tutti gli aspetti della propria vita. Per ora l’esposizione è prevista a Madrid e Barcellona in Spagna e a Helsinki e Turku in Finlandia. Spero che nel 2013 arrivi anche in Italia!

Di Chiara Boracchi.
Fonte: http://www.lifegate.it

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