Mar 07

Le moderne tecniche di respiro

Le moderne tecniche di respiro

Il Respiro è una chiave importante di accesso agli stati di “coscienza espansa“, come testimoniato da tutte le tradizioni mistiche e religiose del mondo. Relativamente alle tecniche di respiro, l’autore ci parla dell’approccio dei Sufi (i mistici dell’Islam) e più in generale dei percorsi moderni, fino a presentarci la sua personale elaborazione in merito.

Sono Andrea Zunino, ed il mio nome Sufi è Luqmân âlJerrahi-âlHalveti. Sono membro della confraternita Sufi Jerrahi Halveti da alcuni anni e ne condivido con entusiasmo e gioia la profonda spiritualità ed il potente impulso alla conoscenza. In quanto Sufi, sono sollecitato a conoscere ed onorare non solo il Profeta ed il Libro Sacro della mia religione, bensì tutti i Profeti e tutti i Libri Sacri, in una parola tutte le religioni e le culture.

Un detto Sufi dice “vai per il mondo e cogli i segni di Dio”; mi riconosco in modo profondo ed autentico in questo semplice detto; da esso traggo ispirazione per “conoscere”, che considero cosa assai differente dal semplice “sapere delle cose”.

L’essere Sufi, che continuo a vivere con piacere e gratitudine, mi ha consentito di sperimentare in modo continuativo i riti mistici specifici della confraternita; attraverso questi, mi è stato possibile vivere stati di consapevolezza espansa che mi hanno condotto ad una visione differente di me stesso e del mondo in cui vivo. Queste esperienze, coniugate con l’impulso a conoscere di cui dicevo prima, mi hanno spinto ad un’approfondita ricerca. Il pensiero che l’animava, e continua a sostenerla, è semplice ma potente: quelli che inizialmente pensavo ed intendevo come stati speciali, particolari e del tutto singolari, “dovevano” essere ben altro.

Se l’uomo ha la capacità di vivere una determinata esperienza di se stesso, ciò significa necessariamente che tale potenzialità è in lui, in semplice attesa di manifestazione. Perché, allora, pensare che si tratta solo di cose sporadiche ed eccezionali? Il pensiero con cui mi sono voluto provocare e stimolare è stato: “e se, invece, si trattasse della vera ed autentica natura dell’uomo? Se fosse questo (come mi sperimento in occasione dei riti mistici) ciò che Dio ha pensato quando ha detto UOMO?” . In altre parole, anziché pensare a quelle come condizioni eccezionali, pensarle come la più autentica, naturale e “normale” condizione dell’uomo. Apparentemente un gioco di parole; in verità un importante cambiamento del mio punto di vista.

E’ così iniziato un nuovo percorso: ogni occasione in cui potevo vivere il Dhikr (il rito di “rammemorazione”, precipuo della confraternita), oltre ad abbandonarmi all’ineffabile contenuto dell’esperienza, continuavo a chiedermi in quale modo mi conducesse a quelle esperienze; perché e come funzionava. Ho certamente letto dei libri, cercandovi spunti ed informazioni in merito all’oggetto della mia ricerca ma, sostenuto dai precetti della confraternita che invitano a conoscere oltre i confini di casa, ho anche intrapreso un viaggio di conoscenza d’altre tradizioni e pratiche.

Sono stato a lungo amabilmente ospitato in un monastero di buddismo esoterico giapponese, ho avuto contatti ripetuti con il buddismo tibetano, sono andato in Spagna per conoscere alcune tradizioni sciamaniche d’origine asiatica ed americana; in altre occasioni, ho incontrato e fatto esperienza dello sciamanesimo d’origine nord americana e sud americana. Con la stessa confraternita ho avuto modo d’incontrare differenti correnti del Sufismo, tutte inscritte nel seno della religione islamica, ma con caratteristiche e riti differenti. La mia storia pregressa mi consegna, inoltre, una discreta conoscenza della religione cristiana e delle sue correnti mistiche.

Questo viaggio mi ha consentito di vedere oltre ogni ragionevole dubbio come in ciascuna tradizione, religione o cultura, oltre le apparenti differenze, esistono uomini di buona volontà, animati della medesima buona fede e dalla stessa sincera ricerca.

Questo, di per , costituisce già un risultato più che valido; “vedere” e “sperimentare” un tale aspetto della realtà, oltre le idee preconcette ed i meschini campanilismi, consegna una visione del mondo assai più aperta, tollerante ed, infine, di pace prima interiore, e poi anche esteriore.

Questo “viaggio” mi ha però anche offerto l’opportunità di mettere a confronto i rituali apparentemente molto diversi di tradizioni sicuramente differenti, originate in luoghi distanti e separati del pianeta. Ho potuto sperimentarne personalmente l’efficacia per scoprire infine che, sebbene per vie distinte e con modalità diverse, tutte conducono allo stesso meraviglioso risultato: l’esperienza di una più autentica e profonda percezione di sé!

Ho potuto, inoltre, confermare l’intuizione iniziale sviluppata con l’esperienza Sufi; nei riti specifici d’ogni tradizione esistono alcuni elementi costituenti essenziali, che risultano essere comuni. In particolare, ho osservato che molti (se non tutti) i riti mistici o misterici, in verità fondano la loro efficacia su tre elementi: ritmo, vibrazione e respiro.

Il ritmo è quasi sempre assicurato da un tamburo, spesso accompagnato da altri strumenti; è curioso osservare come i tamburi sciamanici abbiano forma molto simile in ogni parte del mondo, così come i flauti sciamanici risultano tutti accordati sulla stessa nota, pur non essendo dato alcun legame culturale tra le differenti tradizioni. Il tamburo evoca il suono primario, il battito del cuore, il pulsare della vita.

La vibrazione è assicurata dalla voce. I mantra tibetani ne sono un meraviglioso esempio, ma anche quelli Indù e lo stesso rito dei Sufi (Dhikr) è, in effetti, una forma di mantra. La vibrazione della voce ha lo scopo di stimolare e predisporre il sistema energetico del corpo del praticante, attivando, purificando ed accelerando i chakra, che sebbene prendano nomi differenti, sono veramente un modello comune.

Infine, il respiro.Tra tutti, risulta essere l’elemento più potente; è possibile, infatti, raggiungere stati mistici con il solo respiro, mentre risulta assai arduo raggiungerli con le sole altre compenti in assenza del respiro. Io amo definire il respiro “il movimento dello Spirito nel corpo”.

Ho poi scoperto che tali elementi si possono proporre in una veste diversa, alleggerita dei contenuti religiosi, filosofici e misterici, a tutto vantaggio di un’esperienza più accessibile a molteplici persone. Beninteso, non trovo nulla di disdicevole in tali contenuti, che anzi amo e continuo a vivere e studiare; osservo che un percorso all’interno di un contesto riservato e mistico comporta un tempo lungo e particolari inclinazioni. Sento, invece, che l’umanità intera domanda oggi una maggiore verità su se stessa e che sia giunto il tempo di una via di conoscenza e trasformazione di sé veramente aperta ed accessibile a tutti, affatto in contrasto con i contenuti delle tradizioni o delle religioni, ma non necessariamente in esse inscritta.

Per questa ragione, mi sono dedicato con attenzione allo studio di differenti tecniche moderne di respiro, indagandone i diversi aspetti e studiando l’effetto di variazioni e modulazioni delle stesse, con entusiasmanti risultati. Questi, inizialmente riferiscono alla mia esperienza, al lavoro di trasformazione e crescita personale, ma i più grandi sono emersi quando ho iniziato a sostenere ed assistere altre anime nelle loro sessioni di respiro.

Ho potuto essere testimone di profonde trasformazioni, di potenti rivelazioni e non ho dubbio alcuno che in queste esperienze chi pratica il respiro sperimenta il contatto con la propria essenza e con lo Spirito, ed io ho il privilegio di esserne estasiato testimone.

Continuando questo mio viaggio, sono divenuto Facilitatore e Trainer di una moderna tecnica di respiro, sperimentandone contemporaneamente altre. Sono presto giunto ad accorgermi che, proprio per un’eccessiva separazione dalla radice, dal profondo significato attribuito al respiro dalle tradizioni da cui è attinto, e per un’eccessiva faciloneria new age, in esse esistevano dei limiti che sentivo necessario superare.

La ricca esperienza che l’Universo mi ha concesso all’interno della tradizione Sufi ed il contatto con le altre che ho conosciute, mi ha permesso di comprendere, forse in un modo più ampio e profondo, il significato potente del respiro; ho così deciso di fondare una nuova tecnica, e con essa un’associazione ed una scuola di formazione.

Respiro Consapevole è una tecnica di respirazione diaframmatica consapevole, che si propone di ricollegare l’individuo all’essenza di se stesso ed alla fonte della sua vita. Essa, sebbene non specificamente inscritta in una particolare tradizione, è ben lungi dal negarne l’importanza, riconoscendo in esse la propria origine e la propria autenticità.

Tecniche di respirazione sono note all’uomo da millenni, appunto nelle tradizioni di cui si è parlato e, certamente, in molte altre che non ho il piacere di conoscere.

La forma più antica di disciplina del respiro conosciuta è senza dubbio il Pranayama, uno degli aspetti dello yoga. Pranayama è un termine composto di due parole in sanscrito: Prana, che indica la forza o energia vitale, l’essenza della vita stessa. È lo stesso concetto che i cinesi designano col termine Chi e i giapponesi ki. Yama, dal termine “Ayama“, che ha il significato di “estensione“. Il significato è dunque “estensione dell’energia vitale“.

Per una migliore comprensione del concetto di “energia vitale”, esaminiamo le due radici sanscrite di cui è composto il termine Prana: pra significa esistere indipendentemente, esistere precedentemente; ana è la forma abbreviata di “anna“, che significa cellula. Un atomo, o molecola, è detto anu. Ogni forma di vita è composta di particelle elementari organizzate in un insieme definito, cioè ana. Prana sembra dunque indicare “ciò che esisteva prima d’ogni vita atomica o cellulare”. Nel complesso Pranayama significa dunque: “estensione di ciò che esisteva prima d’ogni vita atomica o cellulare”, un concetto affatto differente da quello che un Sufi riassume con Dio!

Così, il mistico del passato e del presente può considerare il Prana come una manifestazione del divino, mentre il razionale moderno vi vedrà l’analogia con il concetto dei “campi d’energia” che, secondo la fisica subatomica, costituiscono il substrato intangibile della creazione della materia. In verità, due punti di vista della stessa cosa, affatto in contraddizione; possiamo semplicemente scegliere di viverli entrambi come espressione di un’unica verità. Io propendo per quest’ultima opportunità.

Le tecniche di respiro approdano in occidente intorno agli anni 70, sull’onda dell’improvviso interesse per l’India e le sue conoscenze, nato principalmente negli Stati Uniti, ma non solo. Molti personaggi famosi dell’epoca (Beatles compresi) si recarono in India per studiare le conoscenze di alcuni Guru, forse anche per effetto della moda di allora. Altri, meno famosi, si unirono a questa ricerca, forse in modo più profondo; alcuni tornarono in occidente portando conoscenze specifiche di tecniche di respiro che, liberate dai particolarismi religiosi o misterici, originarono differenti scuole esperienziali.

In particolare Leonard Orr, Sondra Ray e Jim Leonard, prima insieme e poi separatamente, hanno enormemente contribuito a sviluppare l’interesse occidentale per il respiro. Leonard Orr ha fondato la tecnica nota come Rebirthing (ingl.: rinascita) intorno alla metà degli anni settanta. Sondra Ray ha continuato le sue ricerche sui traumi legati alla nascita, uno dei temi centrali del Rebirthing, mentre Jim Leonard, inizialmente legato al Rebirthing, ha successivamente fondato il metodo Vivation.

La Respirazione Olotropica del Dr. Stanislav Grof, uno dei fondatori della psicologia transpersonale, ha, invece, un’origine differente. Intorno alla metà degli anni ’70 una branca della psicologia s’interessò intensamente agli stati non ordinari di coscienza indotti da LSD ed altre sostanze psichedeliche. Presto Grof realizzò che il solo respiro poteva sviluppare i medesimi stati di coscienza non ordinaria o “espansa”, abbandonò quindi le sostanze allucinogene per formulare la sua tecnica di respiro.

Respiro Consapevole ha elementi in comune con parecchie delle tecniche menzionate; sviluppatasi successivamente, ne costituisce l’evoluzione e l’integrazione, pur superandone alcuni aspetti limitati.

In particolare (ma non solo) RC si prefigge di superare la credenza limitante, comune a molte delle tecniche citate, che nell’uomo possano esistere energie negative di cui liberarsi; ciò alimenta una visione dualistica (positivo-negativo) e induce chi respira a pensieri di separazione, a negare parti di sé.

La preziosa esperienza di Sufi mi dice con potente chiarezza che alimentare questo modello dualistico e di separazione ha ripercussioni importanti sulla comprensione di se stessi ed, infine, sulla comprensione del tutto.

Secondo me, quindi anche secondo Respiro Consapevole, tutto ciò che abbiamo “dentro” è parte di noi e conseguentemente utile e necessario per costruire la nostra consapevolezza; il Respiro è inteso come un potente ed efficace strumento di trasformazione ed integrazione personale, vissuto in un percorso di consapevolezza, di scoperta della verità su se stessi. Considero il respiro uno strumento efficace per comprendere, svelare e manifestare la “divina umanità” dell’uomo.

Respiro Consapevole libera il respiro da schemi ristretti, trasforma pensieri ed emozioni e consente la connessione con il proprio essere!

Di Andrea Zunino.

Fonte: http://www.nonsoloanima.tv

Altri riferimenti: http://www.respiroconsapevole.net

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Gen 11

G. I. Gurdjieff

G. I. Gurdjieff

Come in ogni disciplina tradizionale, anche nell’insegnamento di Gurdjieff, l’idea di base è quella dell’identità fra il microcosmo ed il macrocosmo: l’uomo è l’immagine dell’universo e segue le stesse leggi. Alla complessa psicologia, la sola aperta alle nostre possibilità esplorative, che abbiamo appena tratteggiato, si connette una ancor più complessa cosmologia. Uno storico delle religioni, in termini tecnici, la etichetterebbe probabilmente come “emanazionista” e “gnostica”.

A fondamento della manifestazione vi sono due leggi cosmiche universali: la Legge del Tre (Triade) e la Legge del Sette (Ottava).

La prima legge postula come ogni fenomeno risulti dall’incontro di tre differenti forze: il pensiero scientifico osserva invece solo la presenza di due forze (positivo e negativo magnetici; cellula maschio e femmina, ecc.), ma è ignaro della terza.

Gurdjieff chiama queste forze:

Santa-Affermazione, Santa-Negazione, Santa-Riconciliazione, oppure forza attiva o positiva, forza passiva o negativa, forza neutralizzante.

Le tre forze sono osservabili all’esterno ed all’interno di noi, ma non è affatto facile riconoscerle, specialmente la terza forza. In termini più ordinari si potrebbe parlare anche di impulso, resistenza e conciliazione. Le triadi si succedono in ‘catene’ in cui

«il maggiore si fonde con il minore per realizzare il medio e così diviene o maggiore per il precedente minore o minore per il successivo maggiore”.

Inutile dilungarsi sulle analogie con altre tradizioni: la Trinità cristiana di Padre, Figlio e Spirito Santo in cui, non a caso, quest’ultimo è il “Paracleto”, l’intercessore; la Trimurti indù di Brahma, Shiva e Vishnu; i tre Gunas del Sankhya, Rajas il principio dinamico, Tamas il principio statico e Sattva l’equilibrio; il Sale, Zolfo e Mercurio dell’Alchimia; lo Yin e lo Yang unificati nel Tao; i Tre Triangoli della Quabbalah; ecc..

La legge del Sette, invece, fornisce la sistematizzazione del corso dei movimenti di una forza nello svolgere il processo di completamento di un qualsiasi fenomeno: lo sviluppo della frequenza delle vibrazioni, ascendente o discendente, della forza passa attraverso sette gradi, fasi o “note” disposte lungo una scala armonica, con due prevedibili punti di stallo (proprio dove mancano i semitoni tra mi-fa si-do nella scala maggiore mi, re, do, si, la, sol, fa, mi).

Questa legge si può chiamare «legge della discontinuità delle vibrazioni». Nell’universo tutto è vibrazione, ma in ogni scala di trasmissione di queste, ci sono sempre due punti dove le vibrazioni rallentano e richiedono uno shock esterno per poter continuare nella stessa direzione. Senza shock esterno il percorso deraglia e cambia traiettoria: questo accade all’inizio (mi-fa) ed alla fine (si-do) dell’ottava. In tal modo si spiegano, per esempio, il rilassamento dello sforzo e le deviazioni dallo scopo originale in ogni impresa umana: una stessa perversa transizione porta dal Sermone della Montagna all’Inquisizione o dalla ‘libertà, fratellanza ed uguaglianza‘ rivoluzionarie a Napoleone e a Stalin.

Se “ciò che è in alto è come ciò che è in basso”, anche questa legge si applica sia all’esterno che all’interno di noi: sul piano cosmico l’ottava discendente del cosiddetto “Raggio di Creazione“, che dall’Assoluto porta allo sviluppo progressivo dei mondi, colma il primo intervallo do-si con il ‘Fiat’ divino ed il secondo fa-mi con la funzione della vita organica sulla Terra, vero e proprio organo di percezione del pianeta; analogamente sul piano della realizzazione umana, l’ottava ascendente che porta l’uomo dal sonno meccanico all’essere reale, colma i due intervalli con lo sforzo consapevole e la sofferenza volontaria proposti dal Lavoro.

Nello spazio compreso fra queste due ottave è racchiuso il destino dell’uomo: essere una pedina nell’ottava discendente, svolgere passivamente il proprio ruolo di trasformatore di energia, con tutte le creature viventi, e venire riassorbito a suo tempo nel substrato indifferenziato come parte dell’ecologia cosmica; oppure entrare di forza nell’ottava ascendente, partecipare di un compito più alto, essere attivo.

«Nell’universo tutto è materiale e per questo motivo la Grande Conoscenza è più materialista del materialismo….».

In questo modo il cerchio si chiude, niente è casuale in questo sistema in cui ognuno può scegliere se seguire la corrente generale, manifestando un’esistenza semiconscia e generando un grado di energie rudimentali che vengono usate dal cosmo ad un solo livello; o invece cercare di “essere”, di evolversi consapevolmente, e, applicando il principio “alchemico” della separazione dello ‘spesso dal sottile’, muoversi verso la capacità di ricevere e generare energie più raffinate, svolgendo un servizio più alto per le forze della creazione. In entrambi i casi niente viene sprecato: tutto in natura è “cibo” per qualcosa; tutto viene utilizzato.

L’azione universale e coordinata delle due leggi è esemplificata dal simbolo dell’Enneagramma: un cerchio che include un triangolo equilatero intrecciato con un’altra figura a sei lati. Dei nove lati che lo compongono, sei sono ottenuti da 1 diviso per 7 (che produce un numero infinito in cui non compare mai il 3, il 6 e il 9), gli altri da 1 diviso per 3 (che produce una serie infinita di 3, di 6 e di 9). I punti in cui i lati toccano il cerchio sono numerati da uno a nove. Il cerchio simbolizza lo zero, il serpente ermetico che si morde la coda: in realtà non si tratta di un cerchio ma di una spirale, perché il simbolo non è statico ma dinamico. L’Enneagramma rappresenta ogni processo che si mantiene da solo per autorinnovamento: per esempio la vita. Per questo, secondo Gurdjieff, è «il moto perpetuo ed anche la pietra filosofale degli alchimisti».

Tutto questo una volta detto lo si può anche dimenticare: si tratta adesso di riscoprirlo, non perché ci viene spiegato o lo leggiamo da qualche parte, ma perché lo verifichiamo con la nostra esperienza. L’insegnamento in realtà è soltanto pratico e viene trasmesso esclusivamente per via orale o tramite esempi diretti che evitano anche la parola. Tutto ciò che Gurdjieff ha scritto è terribilmente preciso, ma così analogico che solo la personale comprensione, nata dall’esperienza, può condurre il cercatore al cuore dell’insegnamento. Chi si limita ai libri otterrà ben poco. «Se non sei dotato di uno spirito critico, la tua presenza qui è inutile», in altre parole dobbiamo trovare il modo di esercitare il nostro buon senso nell’attrito effettivo con la vita e non riferendoci a schemi e concetti astratti.

Per quanto abbia spesso interpretato con divertimento e con innegabile immedesimazione, specialmente nel suo iniziale periodo russo, il ruolo del ‘mago’ e dello ‘sciamano‘, Gurdjieff ha sempre manifestato una certa annoiata diffidenza verso gli occultisti e «gli iniziati di nuova emissione», come li apostrofava beffardamente; la ‘magia’ non gli interessava: il vero problema è svegliarsi, non rendere più confortevole il sonno. La sua posizione ricorda piuttosto lo spoglio rigore e la ruvida purezza di certi insegnamenti zen. A questo proposito Fritz Peters ricorda:

«Molti anni fa, Aleister Crowley, che si era fatto un nome in Inghilterra come “mago” e che si vantava, tra le altre cose, di aver appeso per i pollici la moglie gravida nel tentativo di generare un essere mostruoso, si presentò a Fontainebleau senza essere invitato. Crowley era visibilmente convinto che Gurdjieff fosse un “mago nero” e lo scopo manifesto della sua visita era di sfidarlo in una specie di duello di magia. L’incontro si rivelò una delusione poiché Gurdjieff, sebbene non negasse di conoscere certi poteri che potevano essere definiti “magici”, si rifiutò di fare qualsiasi dimostrazione. A sua volta, anche il signor Crowley si rifiutò di “rivelare” i suoi poteri; perciò, con grande disappunto dei presenti, non si poté assistere a nessuna impresa soprannaturale. Per giunta, il signor Crowley se ne andò con l’impressione che Gurdjieff fosse un ciarlatano o uno stregone di mezza tacca».

Non si cerca quindi niente di arcano, ma piuttosto una diversa attenzione per ciò che, ad uno sguardo superficiale, può apparire banale: «Io insegno che quando piove i marciapiedi si bagnano», ripeteva sempre il maestro e, con la stessa tipica ironia, «Ho dell’ottimo cuoio da vendere a quelli che vogliono farsi delle scarpe».

Per di più, secondo Gurdjieff, la ricerca individuale non era fruttuosa. Il marchio distintivo del suo metodo fu ‘il gruppo’:

«Un uomo da solo non può fare nulla. [...] Siete in prigione. tutto quello che desiderate, se siete intelligenti, è fuggire. Ma come fuggire? È necessario scavare un tunnel sotto il muro, ma un uomo da solo non può fare nulla; supponiamo però che ci siano dieci o venti uomini: se lavorano a turno e si coprono a vicenda, possono completare il tunnel e scappare».

Per questo il Lavoro si è tramandato attraverso gruppi di allievi che, dalla sintonia e dal conflitto delle proprie diverse personalità, hanno saputo trarre la linfa per far crescere il loro singolo ramo di uno stesso albero.

I gruppi, nella tradizioneortodossa“, che deriva immutata direttamente dagli appuntamenti di Rue des Colonels-Renard, si ritrovano con periodicità regolare. Il conduttore del gruppo assegna gli esercizi interiori della settimana, i membri possono fare domande o riferire sulle loro esperienze dei giorni precedenti e vengono letti e commentati brani dei testi più importanti di Gurdjieff o dei suoi allievi diretti. Generalmente l’incontro inizia con un breve momento di silenzio, chiamato “rappel”, cioè richiamo a se stessi, che è la ripetizione collettiva della “meditazione seduta” (svolta con posizione e modalità pressoché analoghe alla classica seduta di Zazen) che ogni membro del gruppo pratica individualmente ogni mattina. Altre attività possono essere costituite dallo studio dei Movimenti o Danze Sacre, dall’ascolto delle composizioni musicali di Gurdjieff e dal lavoro manuale silenzioso, di solito secondo discipline artigianali classiche, come la tessitura, la ceramica, la falegnameria, il giardinaggio, ecc. Alcuni rituali troppo strettamente legati alla figura del maestro, come il “Brindisi agli Idioti”, tenuto durante le riunioni conviviali, con abbondanti libagioni alcoliche, sono stati del tutto abbandonati dopo la morte di Gurdjieff.

Per tradizione “ortodossa” intendiamo quella trasmessa dallo stesso Gurdjieff ai suoi allievi, riunitisi, dopo la sua morte, sotto la direzione organizzativa di Madame Jeanne de Salzmann, nella “Fondazione Gurdjieff“, che ha le sue sedi principali a Parigi, Londra e New York. Solo questa linea assicura la fedeltà all’insegnamento originario.

Le altre, dai seguaci di Ouspensky dopo il suo allontanamento dal maestro, ai fin troppo numerosi gruppuscoli, gurdjieffiani di nome ma non di fatto, hanno distorto le idee in modo sempre più grave, giungendo talvolta a creare dei veri e propri “culti” sul tipo di Scientology, pericolosi per la salute e per il portafoglio dell’incauto cercatore.

Come avvertimento possiamo solo dire che, se si cerca un contatto con un gruppo serio, l’unico modo di entrare è conoscere qualcuno che è già dentro. Nessun gruppo veramente esoterico metterebbe inserzioni sui giornali o segnalibri, stampati in carta molto raffinata, dentro le edizioni gurdjieffiane in commercio. Si pensi sempre a questo dettaglio non secondario, e si ricordi il consiglio degli antichi: caveat emptor!

Per concludere questa breve e necessariamente incompleta introduzione, torniamo alla stessa immagine con cui abbiamo aperto: torniamo alla stanza in cui agonizza Luc Dietrich, in cui due uomini si guardano negli occhi. Se cerchiamo miracoli forse possiamo trovarli a Lourdes, ma non qui. Niente miracoli. Solo una semplice presenza: qualcuno che in silenzio entra nella nostra camera ed in silenzio ci porge un’arancia.

Di Walter Catalano.

Fonte: http://www.estovest.net

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Gen 10

Georgi Ivanovic Gurdjieff

Georgi Ivanovic Gurdjieff

Nell’agosto del 1944 un vecchio signore dall’aspetto vagamente orientale uscì dal suo appartamento al numero 6 di Rue des Colonels-Renard ed attraversò le vie concitate di una Parigi in cui gli occupanti tedeschi si preparavano a fare i bagagli. Era diretto alla camera d’ospedale dove un giovane di poco più di trent’anni stava morendo per le conseguenze dell’infezione ad una ferita procuratagli da un bombardamento americano.

Il giovane si chiamava Luc Dietrich, aveva scritto due romanzi ed era indubbiamente un allievo molto dotato; il vecchio signore si chiamava Georgi Ivanovic Gurdjieff e sotto molti aspetti lo si sarebbe potuto dire un maestro.

Maestro e allievo si guardarono senza parlare: non c’era molto da dire. Poi il maestro depose nelle mani tremanti dell’agonizzante il dono che aveva portato con sé: un’arancia.

Molti uomini intelligenti, come lo scrittore, utopista e filosofo Lanza del Vasto, amico di Dietrich, che si autoinvestì del ruolo di testimone dell’incontro, volendo troppo capire non compresero un gesto semplice e riferirono scandalizzati dell’atteggiamento meschino ed insensibile che quel gesto esprimeva. In realtà un gesto è uno specchio: sugli specchi Gurdjieff aveva costruito il suo apostolato.

«Per via della sua reputazione -ha scritto Fritz Peters- le persone raramente venivano a contatto con un individuo chiamato Gurdjieff; esse incontravano piuttosto, l’immagine che si erano precedentemente create nella loro mente».

E perché questa immagine infrangesse sempre e comunque le aspettative più ovvie, perché l’incauto postulante non si trovasse di fronte un cliché ma un essere autentico, capace di dare o di togliere ma soprattutto di disseminare conoscenza, Gurdjieff fu costretto ad indossare spesso una maschera di apparente fraudolenza per percorrere una via aspra e difficile, quella che i sufi chiamano la “via di malamat“: la via del biasimo.

«Per esempio -testimonia Henri Tracol- non ha mai esitato a far sorgere dubbi su se stesso con il tipo di linguaggio che usava, con le sue contraddizioni calcolate e col suo comportamento, ad un punto tale che la gente intorno a lui, in particolare chi aveva la tendenza ad idolatrarlo ciecamente, fosse finalmente costretta ad aprire gli occhi sul caos delle sue reazioni».

Da qui la necessità di confondere le acque, di camuffarsi, di barare su tutto quello che riguardava la sua identità personale: quasi a ricordare che quel che davvero contava non era la sua persona, ma l’insegnamento di cui era portatore. Dice un motto zen: «se qualcuno vi indica la luna dovete guardare la luna, non il dito puntato ad indicarla».

Chiunque sia stato quindi quest’uomo certamente straordinario, che molti hanno cercato di classificare in qualche categoria, ma che ad ogni categoria è sfuggito: autore di libri senza essere scrittore, di musiche senza essere musicista, ‘maestro di danza’ per vocazione, cuoco raffinato, attore situazionista se mai ve ne fu uno, esseno, tantrista, sufi o «incrocio fra uno gnostico ed un dadaista» -come disse di lui Henry Miller- poco importa. Esiste un insegnamento, preciso e raggiungibile, e questo è un dato di fatto.

«Gli uomini non sono uomini», dice in sostanza Gurdjieff, e quando si riferisce all’uomo “così com’è” mette sempre la parola fra virgolette. Il problema essenziale si riduce a questo: uscire dalle virgolette.

Il primo ostacolo, quello fondamentale, è la nostra stessa illusione: illusione di essere, di avere un io unico, di poter fare.

«Tutto accade. Tutto ciò che sopravviene nella vita di un uomo, tutto ciò che si fa attraverso di lui, tutto ciò che viene da lui, tutto questo accade. [...] L’uomo è una macchina. Tutto quello che fa, tutte le sue azioni, le sue parole, pensieri, sentimenti, convinzioni, opinioni, abitudini, sono i risultati di influenze esteriori [...] movimenti popolari, guerre, rivoluzioni, cambiamenti di governi, tutto accade. [...] L’uomo non ama, non desidera, non odia – tutto accade».

Per poter fare bisogna prima essere, e per poter essere bisogna prima aver preso coscienza della propria fondamentale inesistenza. La dichiarazione può suonare sostanzialmente scandalosa ad un orecchio occidentale, ed ecco sollevarsi comode accuse, da parte di molti, a denunciare una dottrina inumana e crudele, laddove si dovrebbe parlare piuttosto di “obbiettiva imparzialità“.

In Gurdjieff il concetto di benevolenza e di misericordia non si associa con quello di dolcezza: qualcuno giustamente lo disse «uomo di spietata compassione». Un altro uomo venuto a portare non la pace, ma una spada. D’altronde l’unica cosa simile ad una definizione che Gurdjieff abbia mai dato di , oltre a “maestro di danza”, è stata quella di “esoterista cristiano”; ma prontamente aggiungeva:

«Il Cristianesimo dice esattamente questo, amare tutti gli uomini. Impossibile. Allo stesso tempo è assolutamente vero che è necessario amare. Ma prima bisogna essere, solo dopo si può amare. Sfortunatamente, col passare del tempo, i moderni Cristiani hanno adottato la seconda metà, amare, ed hanno perso di vista la prima, la religione che avrebbe dovuto precederla. Sarebbe stupido da parte di Dio chiedere all’uomo ciò che questi non può dare».

La nostra vita, così com’è, è solo reazione meccanica a stimoli esterni: quello che chiamiamo io è un groviglio confuso di piccoli io in perenne conflitto fra loro. Non c’è unità in noi: «l’uomo è plurale. Il nome dell’uomo è legione». Da qui la necessità di costruirsi un Centro di Gravità, o Centro Magnetico, costituito dall’Insegnamento, intorno al quale agglutinare un certo numero di io e procedere dalla molteplicità verso l’unità. La via è data dallo sforzo cosciente e dalla sofferenza volontaria. Lo sforzo cosciente è attenzione, presenza, ricordo di sé; la sofferenza volontaria è invece l’abbandono delle proprie certezze, delle proprie opinioni, della propria affermazione meccanica di se stessi, del desiderio di rassicurazione, del conforto intellettuale del proprio senso di sé con le sue pretese di importanza e di onniscienza.

Lo sforzo consiste anche nello smascheramento delle emozioni negative – ansia, rabbia, autocommiserazione, vanità, amor proprio, ecc. – dell’”immaginazione“, cioè il credersi ciò che non si è, e dell’”identificazione“, concetto non dissimile da quello che i Buddhisti chiamano ‘attaccamento‘. I fini di questo sforzo non sono morali o moralistici: si può parlare con freddezza ed efficacia di controllo della dispersione energetica nel contesto generale della “macchina” umana.

Viene dichiarata interiormente quella che René Daumal chiama la Guerra Santa: la nostra “essenza” – ciò che è innato e ‘naturale’ in noi – cresce nutrendosi della “personalità” – ciò che è indotto, acquisito dall’esterno – che normalmente la soffoca. In questa guerra – e non si può non pensare a Krishna ritto sul cocchio accanto ad Arjuna – sono abbattute spietatamente tutte le illusioni: prima fra queste, l’assai poco utile convinzione di avere “in dono” un’anima. Niente è in dono, tutto si paga: se una tale possibilità esiste, anche questa va pagata ed il prezzo è alto.

«Se in un uomo vi è qualcosa capace di resistere alle influenze esteriori, allora proprio questo qualcosa potrà resistere anche alla morte del corpo fisico. [...] Se in un uomo vi è qualche cosa, questo qualcosa può sopravvivere; ma se non vi è niente, allora niente può sopravvivere.»

La condizione umana reale e consapevole è il riconoscimento di quello che Gurdjieff chiama «l’orrore della situazione», ma la maggioranza degli uomini preferisce essere blandita e proseguire indisturbata il suo sonno. Frasi come «beato chi ha un’anima, beato chi non l’ha, ma sventura e dolore a chi ne ha solo l’embrione» raggelano i facili entusiasmi degli apologeti del New Age, disturbano i dispensatori di balsami consolatori ed i confezionatori di manuali su “come ottenere l’Illuminazione in 20 lezioni”. Così come suona sgradevole al sentimentalismo del tipico uomo religioso, il concetto che

«Per essere capaci di aiutare gli altri, occorre innanzi tutto imparare ad aiutare se stessi. [...] Quando un uomo si vede realmente quale è, non gli viene in mente di aiutare gli altri -si vergognerebbe di questo pensiero. [...] Soltanto un egoista cosciente può aiutare gli altri».

Né il sentimentalismo, né il moralismo appartengono all’insegnamento:

«Ciò che è necessario è la coscienza. Noi non insegniamo la morale. Insegniamo come si può trovare la coscienza. Alla gente non piace sentirselo dire. Dicono che non abbiamo amore, solo perché non incoraggiamo la debolezza e l’ipocrisia ma, al contrario, rimuoviamo tutte le maschere. Chi desidera la verità non parlerà mai di amore o di cristianesimo, perché sa quanto ne è lontano”.

La via di Gurdjieff è una via religiosa nel senso più propriamente etimologico del termine: re-ligare, cioè riconnettersi, ricollegarsi. Negli ambienti gurdjieffiani l’applicazione dell’insegnamento viene chiamata “il Lavoro”. La scelta del nome chiarisce la natura del processo che si vuole mettere in atto.

Ouspensky, il divulgatore più noto delle idee di Gurdjieff, chiama questo percorso “Quarta Via”, contrapposta alla via del “fakiro“, che lavora solo sul corpo; del “monaco“, che lavora solo sulle emozioni; e dello “yogi“, che lavora solo sulla mente. Queste vie sbilanciate possono produrre solo “stupidi santi” (che sono in grado di fare tutto ma non sanno cosa fare) o “deboli yogi” (che sanno cosa fare ma non possono farlo).

La Quarta Via invece è la «Via dell’Uomo Astuto», quella che equilibra il lavoro delle prime tre, sviluppando armonicamente tutti gli aspetti dell’essere e permettendo al praticante di non abbandonare la sua vita ordinaria per rinchiudersi in un monastero, ma, come dicono i sufi, di «essere nel mondo ma non del mondo». Negli scritti di Gurdjieff in realtà non viene mai menzionata una Quarta Via, si parla piuttosto, nei Racconti di Belzebù al suo piccolo nipote, di antiche vie basate su “fede“, “speranza” e “amore“, impulsi di origine divina ma ormai talmente distorti e sviliti dall’uomo attuale, da essere inservibili. L’immaginario profeta Ashiata Shiemash scopre una nuova via basata sulla “coscienza morale obbiettiva“, anch’essa di origine divina ma così rara nel mondo da essersi preservata incorrotta ed essere quindi ancora ‘attiva’: tale coscienza è divenuta inconscia e deve quindi essere risvegliata.

L’uomo è un essere tricentrico o “tricerebrale”; i tre centri o “cervelli” devono funzionare in modo armonico e non sbilanciato come di norma. Stomaco (e tutto quel che si trova al di sotto di questo), cuore e testa o, se si preferisce, corpo, emozioni e intelletto, devono equilibrare le loro funzioni e non interferire fra loro. Non bisogna quindi sacrificare o mortificare nessuna delle parti dell’uomo, ma bilanciarle e restituirle alla sfera appropriata:

«Meriterà il nome di uomo e potrà contare su ciò che è stato preparato per lui dall’Alto, solo colui che avrà saputo acquisire i dati necessari per conservare indenni sia il lupo sia l’agnello che gli sono stati affidati».

Se tipi diversi di uomini, guidati solo da uno dei loro centri – l’intellettuale, l’emozionale, il sensitivo – motore – sono imprigionati in uno schema prestabilito, il quarto tipo di uomo, che ha equilibrato i tre centri, può cominciare ad assaporare i primi barlumi di libertà.

Un’idea fondamentale collegata con questa è la differenza fra conoscenza e comprensione: la prima è fondata su un solo centro, abitualmente il centro intellettuale; la seconda è tricentrica, passa cioè per tutte le facoltà. Ciò che è compreso, cioè contemporaneamente capito, sentito e percepito, ci appartiene davvero; la semplice conoscenza è invece del tutto strumentale e aleatoria. Da qui la scarsa considerazione di Gurdjieff per l’uso puramente intellettuale, teorico delle idee dell’Insegnamento: senza la comprensione e quindi la pratica, non si può che fraintendere.

Per tentare di controllare la macchina però, bisogna prima studiarne il funzionamento. Tutto comincia da un’osservazione “obbiettivamente imparziale” di se stessi. Per usare le parole di Margaret Anderson:

«I primi passi verso la libertà sono l’autosservazione ed il ‘conosci te stesso‘. Il sistema di Gurdjieff inizia con l’osservazione scientifica neutrale di se stessi -con l’esame del proprio corpo in modo scientifico: inizialmente, basandosi sul centro fisico; più tardi, facendo osservazioni sul centro mentale e sul centro emotivo. [...] Il corpo è l’unico strumento col quale lavorare. Fatene un buono strumento. Non tollerate che sia esso a controllarvi. [...] I nostri corpi sono dei ‘fertilizzanti’ per l’anima».

Di Walter Catalano.

Fonte: http://www.estovest.net

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