Ott 17

Guardarsi dentro

Guardarsi dentro

Mezz’ora al giorno per riflettere: sono sempre più le persone molto impegnate, che tengono uno spazio vuoto in agenda per guardarsi dentro.

Una buonissima abitudine che ha contagiato politici, manager, ma anche studenti o casalinghe. Prendersi una pausa di riflessione a metà giornata fa bene a tutti.

E non è affatto una perdita di tempo, ma bisogna saperla vivere al meglio.

Come? Intanto spegnendo tv, computer e telefonino per dedicarsi esclusivamente a pensare. Solo nei momenti di assoluto silenzio riusciamo infatti a entrare in relazione con la parte più profonda di noi stessi, allontanare le pressioni esterne e ritrovare l’energia. Ritagliarsi spazi per pensare e riflettere, fa anche bene da un punto di vista neurologico perchè aiuta la mente a non fare corto circuito.

Durante la pausa bisogna concentrarsi sul qui e ora, senza lasciarsi distrarre dai propri problemi. Non è un esercizio facile, né automatico. Servono disciplina e impegno, ma dopo qualche settimana, non si può più rinunciare all’appuntamento con sé stessi.

Ecco cosa fare e cosa evitare per permettersi ogni giorno una pausa di riflessione: il rapporto con il lavoro è la prima cosa su cui intervenire e il pranzo è il momento clou dei comportamenti autolesionisti. Non è importante mangiare fuori, al ristorante, si può anche consumare un pranzo veloce, ciò che conta è appunto prendersi una pausa.

Va bene anche fare una passeggiata al parco, sedersi al tavolo di un bar, scrivere una pagina del proprio diario, l’importante è essere soli.

Fonte: http://www.ilverobenessere.com

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Shaolin, culla della arti marziali

Shaolin - arti marziali

Qual è il valore aggiunto dello Shaolin rispetto alle altre arti marziali?
Risponderò con una metafora. Siamo come un laghetto costantemente agitato da venti e affluenti esterni: i sedimenti sono ovunque, in un moto costante, e l’acqua non è mai limpida. Praticamente Shaolin è quietare il vento, fermare gli affluenti esterni: il laghetto diventa calmo, i sedimenti a poco a poco spariscono, e l’acqua diventa limpida. Solo allora vedremo la nostra immagine. Shaolin ti fa scoprire chi sei e ti migliora, fisicamente e spiritualmente, spesso più di quanto potevi immaginare.

Walter Gjergja

Shaolin Si, il Monastero della Giovane Foresta, fu fondato nel 477 dopo Cristo come centro per i monaci indiani venuti ad aiutare gli studiosi cinesi a tradurre dal sanscrito i testi sacri del buddismo appena propagatosi nell’Impero di Mezzo. Tra di loro c’era un principe indiano di nome Bodhidarma, meglio noto in Cina e in Giappone come Da Mo o Daruma, fondatore della setta Zen.

Da Mo arrivò a Shaolin nell’anno 520 dopo aver attraversato il Fiume Giallo – cosi vuole la leggenda – su una frasca di bambù. Per guadagnarsi dei meriti, Da Mo andò ad abitare in una caverna isolata sulla vetta della montagna alle spalle di Shaolin e li trascorse nove anni, seduto, immobile, in meditazione dinanzi a una grande pietra, al punto che su di essa rimase impressa la sua figura. Fu per compensare l’immobilità della meditazione che Da Mo e dopo di lui i suoi discepoli, tra cui il suo prediletto che una volta si mozzò un braccio pur di attirare l’attenzione del Maestro, svilupparono una serie di esercizi intesi a rilassare i muscoli. A quel tempo Shaolin era circondato da una grande foresta, e fu studiando i movimenti degli animali selvatici che i monaci diedero vita alla loro specialissima forma di ginnastica.

I monaci osservarono come i vari animali combattono, come attaccano, come si difendono e di ciascuno di essi cercarono di individuare il punto forte: lo strisciare dei serpente, il saltare della scimmia, il balzare della tigre, il danzare della mantide. Siccome i monaci vivevano isolati ed erano spesso vittime di ladri e banditi, i loro esercizi si svilupparono presto in autodifesa, e Shaolin divenne uno specialissimo monastero dove le lunghe ore di immobile e silenziosa meditazione venivano intercalate da altrettanto lunghe ore di violenti e rumorosi esercizi in cui vecchi e giovani monaci si cimentavano, imitando i gesti degli animali. “il buddismo Zen e il Kung fu sono nati assieme, come due facce di una stessa medaglia, come due modi per raggiungere lo stesso scopo: la pace interiore“, dice De Chan, il settantasettenne abate di Shaolin ora confinato nel suo letto. “Noi combiniamo la concentrazione spirituale con la forza fisica in un’armonia di corpo e di mente. L’uno non può esistere senza l’altra.” Disciplina rigida fu la prima regola dei monastero, e presto i monaci, per le loro abilità, divennero famosi in tutto il paese.

Contadini chiesero il loro aiuto per combattere banditi e despoti; imperatori si rivolsero a loro per restare sul trono. Il monastero ricevette onorificenze, doni, privilegi, e Shaolin crebbe in dimensioni, ricchezze e fama. All’apice della sua storia, Shaolin ebbe duemila monaci, cinquecento dei quali lottatori.

Durante la dinastia Ming il tempio invitò da ogni parte della Cina i migliori maestri delle varie arti marziali e da allora i monaci aggiunsero ai loro tradizionali esercizi l’uso di diciotto armi diverse: dalla semplice spada, alla lancia, al “tridente che vola”, al “martello meteorico”. Ciononostante, l’arma più micidiale di tutte rimase il corpo umano, che i monaci avevano imparato a rafforzare con anni e anni di durissimi esercizi che non sono mutati col passare dei secoli. “Le mani sono le porte che tengono lontano il nemico. I piedi sono il maglio per ucciderlo”, afferma un ex monaco di Shaolin che ora lavora come istruttore presso l’associazione di Deng Feng. Per rafforzare le mani, ai discepoli veniva dato un sacco di fagioli in cui per ore e ore i giovani dovevano con forza conficcare le mani. Dopo due o tre anni i fagioli erano sostituiti con sabbia e l’esercizio veniva ripetuto almeno due volte al giorno finché le punte delle dita non diventavano come “aghi d’acciaio capaci di tirar via in un sol colpo il cuore dal petto di un nemico” (cosi almeno mi dice uno dei vecchi monaci).

Per rafforzare il palmo della mano, i novizi dovevano batterlo ripetutamente contro una superficie coperta prima di sassolini e poi di limatura di ferro. Per rafforzare i pugni, i novizi colpivano una risma di mille fogli di carta incollati sul muro. Col passare degli anni la carta veniva distrutta dai colpi e alla fine il giovane monaco si trovava a dare, con tutta la sua forza, pugni contro la pietra. Per rafforzare le gambe, i giovani apprendisti venivano fatti correre attorno al recinto del tempio con sacchi di sabbia di dieci chili legati sotto le ginocchia. Per indurire le teste, dovevano batterle ogni giorno con un bastone di legno e, dopo alcuni anni, con un mattone. Per migliorare la loro capacità di resistenza, i novizi facevano esercizi di Qi-gong un sistema di respirazione profonda e controllata inteso a esercitare la forza di volontà e a far giungere a certe parti dimenticate dei corpo le “energie vitali“. Per aguzzare la vista, i giovani monaci dovevano gettarsi acqua fredda negli occhi cercando di mantenerli spalancati; la notte, dovevano guardare fissi a luna, in seguito il sole che sorge, per almeno quindici minuti. Per affinare l’udito, dovevano, a occhi chiusi, ascoltare il rumore dei vento e cercare di individuarne la direzione, imitando anche in questo Da Mo che, dopo nove anni nella caverna, si dice fosse capace di sentire le formiche camminare e di indovinarne le direzioni di marcia. Normalmente i novizi venivano ammessi al tempio all’età di undici anni, ma ce n’erano anche di molto più giovani. La prima prova cui venivano sottoposti era il “letto “. Cinque pali venivano conficcati in una parete a due metri da terra. Su quelli il discepolo doveva dormire. Se nel sonno cadeva, i maestri lo battevano. Dopo quindici o venti anni di duri esercizi arrivava il gran giorno della prova finale: il discepolo veniva messo nell’angolo più lontano del tempio e il Sommo Abate gli ordinava di uscire dalla porta principale. Trentasei maestri di Kung fu gli sbarravano la strada, ognuno con la possibilità di un solo colpo, di una sola manovra per bloccarlo. Se il discepolo riusciva a superarli tutti e a uscire dal tempio, veniva promosso monaco di Shaolin, altrimenti restava apprendista. A chi aveva successo veniva dato un lungo bastone di legno che restò per secoli il simbolo delle arti marziali di Shaolin. Ai monaci di un tempo era proibito, sotto giuramento, di toccare carne, vino, donne e soprattutto di insegnare i segreti dei Kung fu ad altri che non fossero i novizi dei tempio. I monaci, inoltre, non dovevano uccidere, ma questa proibizione diventò coi tempo molto elastica. Un vecchio modo di dire di Shaolin suona: “Se un tiranno è vivo, diecimila innocenti non dormono in pace“, e con ciò divenne un gran merito sbarazzare il mondo dai tiranni o altra gente definita tale. La giornata del novizio al tempio cominciava alle quattro dei mattino e finiva la sera alle dieci. Cinque ore al giorno erano dedicate all’addestramento fisico, il resto della giornata alla meditazione, allo studio e al canto dei sutra. “All’inizio era molto dura e ho pianto tante volte, ma ho imparato presto a vincere il dolore con la concentrazione“, racconta l’abate De Chan, che i genitori accompagnarono fino ai gradini dei tempio all’età di sette anni per non rivederlo mai più. “Essere uno dei monaci di Shaolin e non praticare il Kung fu sarebbe stata una vergogna.”

La combinazione degli esercizi fisici con quelli spirituali avrebbe permesso ai monaci di. Shaolin di compiere le incredibili gesta che la leggenda attribuisce loro: volare sopra le mura di una città col solo aiuto di un’asta, balzare da terra sul tetto delle case, mandare in mille pezzi una spessa porta di legno con un solo calcio. Le avventure dei monaci di Shaolin hanno, per secoli, fatto parte del folklore della Cina, dove tutti i bambini sapevano del monaco che lottò contro mille nemici con un semplice bastone, facendo finta di essere ubriaco (il “bastone ubriaco” è oggi fra i normali esercizi del Kung fu), o del monaco-cuoco che, durante una rivolta di contadini, tenne a bada una folla irata con un attizzatoio, mentre gli altri monaci continuavano indisturbati le loro meditazioni.

Fonte: “La porta proibita” di Tiziano Terzani.

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