Feb 02

L’eterno presente

L’eterno presente

Da La promessa dell’immortalità di Swami Kriyananda.

Le esperienze divine sono al di fuori del tempo e dello spazio. La loro verità, apparentemente distante per lo meno nel tempo, è sempre presente sotto la superficiale irrequietezza della vita.

Paramhansa Yogananda soleva dire che il tempo è come un film. Può essere mandato avanti o indietro secondo la volontà di chi lo proietta, il cui senso del tempo è scollegato dagli episodi del film. Si tratta di una similitudine imprecisa, ovviamente, così come lo sono tutte le similitudini.

Se pensiamo a Dio come all’operatore cinematografico, per Lui il tempo non trascorre mentre il film viene proiettato. In Dio non esiste alcun tempo, solo l’eterno ora. Non esiste alcuno spazio, solo il qui.

Queste verità possono sembrare astratte, ma assumono un’utilità pratica quando comprendiamo che, nel cercare Dio, dobbiamo elevarci al di sopra della coscienza del tempo e dello spazio. Non c’è bisogno di viaggiare qua e là, di visitare questo santo o quel luogo sacro per realizzare Dio. Se serve del tempo per conoscerLo, è solo perché viviamo sotto l’ipnosi del tempo. Se pensiamo che sia importante fare visita a qualche santo, è perché non vediamo che egli, se è veramente un maestro, è con noi in coscienza già adesso.

Come disse una santa dell’India moderna in risposta a un invito proveniente dall’America: «Io sono già lì!». L’intenzione non è certo quella di denigrare il reale valore del pellegrinaggio, specialmente ai santi viventi, o la necessità di attendere pazientemente una risposta divina alle nostre preghiere. Abbiamo toccato questo punto solo per aiutare i lettori a sollevarsi mentalmente al di sopra dell’illusione che vi sia qualcosa di nuovo che li aspetta a una qualche distanza, o nel futuro.

Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di soffiare via, con una combinazione di concentrazione e amore, la nebbia dell’illusione che racchiude la nostra percezione della realtà.

Alle nostre menti, il tempo sembra semplicemente un fatto concreto; deve quindi passare del tempo affinché la nostra coscienza possa cambiare.

Tuttavia, nel nostro amore per Dio – e non c’è altro modo per conoscerLo tranne l’amore – dovremmo ripetere costantemente a noi stessi: «Io Lo possiedo già!».

Non potremo mai, neppure minimamente, essere più vicini a Lui di quanto lo siamo già adesso. Egli è il nostro stesso .

Così, quando siamo afflitti dai guai e sentiamo che il nostro spirito viene attratto verso il basso, dovremmo ricordare con fermezza a noi stessi che questa sofferenza non potrà durare per sempre, sebbene in quel momento possa sembrare così.

Un uomo, una volta, stava guidando l’auto per andare a sciare. Arrivato al punto in cui cominciava la neve frenò, senza rendersi conto che i pneumatici erano lisci. La macchina fece testa-coda su una lastra di ghiaccio e si scontrò con la fiancata di un grosso pullman. L’autobus non ebbe neppure un graffio, ma la macchina fu messa fuori uso per sempre. Intenzionato a continuare la sua gita sulla neve, l’uomo salì sul pullman. Mentre stava salendo, un passeggero esclamò con tono di commiserazione: «Che peccato! Ha distrutto la sua auto!». L’uomo, tuttavia, distaccato di natura, stava osservando l’incidente solo come un evento astratto, riguardo al quale avrebbe ovviamente dovuto fare qualcosa, ma non subito. Sorpreso dall’emozione contenuta nell’osservazione di quel passeggero, rispose con un sorriso: «In ogni caso sarei di nuovo felice tra una settimana. Perché sprecare quel tempo commiserandomi? Sono felice già adesso!».

La saggezza aiuta a placare le onde del successo e della delusione, della vittoria e della sconfitta, del piacere e del dolore, che si sollevano e ricadono incessantemente. Con la saggezza, infatti, giunge il riconoscimento che ogni reazione è seguita dal suo intrinseco opposto, proprio come la notte segue il giorno. Quando senti crescere dentro di te il piacere, dì fermamente a te stesso: «Non durerà. Mi rifiuto di lasciare che la mia felicità sia condizionata da qualcosa di esterno».

Perché essere schiavo delle circostanze? Allo stesso modo, quando arrivano i dolori, dì a te stesso: «Questo inconveniente è solo temporaneo. Alla fine lascerà il posto alla sua soddisfazione opposta».

Questo non significa che bisognerebbe vivere senza gioia, o essere indifferenti alla sofferenza e alle apparenti ingiustizie della vita. La gioia, tuttavia, dovrebbe essere rivolta all’interno, verso la sua fonte, nel . In questo modo, il piacere può nutrire la gioia interiore. Se invece ci si abbandona al piacere, quel godimento un po’ alla volta diminuirà, perché l’energia che lo sostiene verrà fatta defluire dalla sua fonte.

La felicità è una proiezione, dal nostro intimo, su ciò che crediamo ci darà piacere. Così come la luce diventa più fioca con la distanza, lo stesso accade con la gioia, quando è diretta al di fuori del Sé.

Sia la felicità che la sofferenza dovrebbero essere indirizzate all’interno, non verso l’ego, ma verso la percezione dell’anima. Lì, esse nutrono la fontana della gioia interiore, ricordandoci quanto siano temporanei tutti gli stati emozionali. [...]

Quando gli stati opposti di dolore e piacere si risolvono nell’eterno qui e ora, nell’anima irrompe una gioia oceanica. Sorge allora la comprensione che la gioia è sempre stata con noi, sottilmente nascosta dietro ogni emozione, pensiero e azione. Ogni cosa che abbiamo mai cercato, ogni appagamento che stiamo cercando di raggiungere, è già con noi, nel cuore della nostra consapevolezza, anche se ai margini di essa non potremo mai trovarlo.

Come possiamo ottenere la perfetta libertà?
Soprattutto, dobbiamo meditare regolarmente, per stabilire un contatto con la supercoscienza. Finché ci identifichiamo con il nostro limitato stato di veglia attuale, non potremo mai ritirarci completamente dalla periferia del nostro essere, ma rimarremo legati ai sensi e al mondo esterno. Il nostro ego deve essere purificato, fino a quando, osservando il mondo, non gli imporremo più la nostra consapevolezza egoica. Vedremo allora ogni cosa come una manifestazione dell’unico, eterno Sé. [...]

Molti sono i sentieri verso Dio, sebbene il loro numero diminuisca via via che la mente viaggia verso l’interno. Tutti quei sentieri, alla fine, ci chiedono di vivere nell’eterno presente. Alcuni ricercatori spirituali raggiungono questo stato con il processo descritto finora in questo capitolo, vale a dire, eliminando gradualmente la coscienza di un “lì” e di un “poi”. In India, questa pratica è conosciuta come neti, neti: né questo né quello. Così come, pelando una cipolla, la si riduce a un niente, con la graduale eliminazione del “lì e poi” si scopre l’eterno presente.

Il tempo e lo spazio vengono completamente eliminati. Ciò che rimane è la coscienza divina.

Esiste un altro modo per raggiungere quello stato senza tempo e senza spazio: non rimpicciolendo la consapevolezza del proprio ego fino a farla scomparire (cosa che si ottiene con la pratica dell’eliminazione, neti, neti), ma espandendola all’infinito. In questo caso, si applica la descrizione che Paramhansa Yogananda fece della visione divina: «centro ovunque, nessuna circonferenza».

Fonte: http://www.ananda.it

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Gen 28

Svegliare l'equilibrio che riposa

Svegliare l'equilibrio

C’è un equilibrio interno al corpo che riposa silente tra gli organi. Lo shiatsu sveglia e libera questa armonia, portando caldo nel freddo, stasi nell’eccesso di moto, dinamismo nella stagnazione.

Toccare, sentire, dare

Prima di approfondire le caratteristiche che distinguono il massaggio shiatsu da qualsiasi altra tecnica, vale la pena sottolineare quanto delicata e importante sia la scelta di farsi massaggiare. Una seduta di massaggio è una vera e propria esplorazione della dimensione emotiva che può aprire vasi di pandora, possibilità, sensazioni da assimilare e digerire con la dovuta quiete.

Il massaggio è un vero e proprio, letterale “mettersi nelle mani di qualcuno“, consegnare i serbatoi di emozioni che ci abitano. Per questo ogni seduta ha una valenza sacra e irripetibile.

Il massaggio shiatsu: agopuntura senza aghi

Lo shiatsu è il frutto del matrimonio duraturo e felice tra Do-in e Anma, ovvero tra automassaggio e tecniche rivolte a terzi. A portare avanti questa fertile ibridazione sono stati monaci venuti a contatto con le discipline corporee interne alla Medicina Tradizionale Cinese e portate poi in Giappone tra il VII e il VIII a.C.

I punti di contatto con i principi del sistema tradizionale cinese sono moltissimi. Un piccolo esempio? Shiatsu – Come praticare l’antica arte giapponese dell’agopuntura senza aghi è il titolo di un bel libro scritto da Wataru Ohashi che esplora l’efficacia terapeutica dello shiatsu sotto diversi punti di vista. Ma perché nel titolo l’arte viene definita “agopuntura senza aghi“?

Non si usano gli aghi, ma la pressione delle dita viene esercitata sui punti vitali dell’agopuntura. Gli stili principali sono due: Namikoshi e Masunaga.

Il primo stile, Namikoshi, si caratterizza per l’utilizzo dei pollici sovrapposti e si basa su una mappa che codifica una serie di punti anatomo-fisiologici (inserzioni muscolari, innervazioni, gangli linfatici ecc.). Le pressioni sono ripetute più volte sullo stesso punto prima di passare ad altro punto del corpo.

Lo stile Masunaga invece si caratterizza per l’utilizzo di pressioni con nocche, gomiti e ginocchia; una mano, la mano “madre“, tiene con varie modalità la zona del corpo trattata, mentre l’altra mano (o gomito o ginocchio) opera con pressioni che si spostano lungo i meridiani; la mappa si basa sulla riscrittura originale dei percorsi energetici operata dallo stesso Masunaga.

Esiste poi lo stile della doppia pressione che unisce fondamenti di MTC, filosofia taoista e teoria della complessità, caratterizzato da pressioni simultanee su più punti o aree.

Più a fondo nello shiatsu

L’alternanza impera durante un trattamento shiatsu, la stessa alternanza che il bianco e il nero del Tao invitano a osservare e onorare. L’efficacia del trattamento riposa infatti sul passaggio continuato tra momento attivo e momento passivo; il terapeuta infatti stimola l’energia attraverso le pressioni lungo i meridiani sui punti Tsubo, le rotazioni delle articolazioni e gli stiramenti muscolari per poi passare a un fase più passiva di rilassamento e consapevolezza.

Il calore arriva laddove il freddo genera stagnazione, l’apertura cerca uno spazio nelle aree del corpo che hanno chiuso possibilità alla trasformazione, la stasi pacifica quieta zone eccessivamente dinamiche. Lo shiatsu cerca nel corpo l’equilibrio che nel corpo riposa silente in attesa di essere liberato e sprigionarsi attraverso i canali energetici.

A cura di Elisa Cappelli.

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Gen 26

Il multitasking è una droga

Il multitasking è una droga

Sì, lo ammetto, perché riconoscere un problema è il primo passo per risolverlo: ero un drogato di multitasking!

Multitasking significa, in sostanza, fare più cose contemporaneamente. Stai parlando con qualcuno e nello stesso tempo stai controllando le e-mail: questo è multitasking. Possono esserci due, tre o anche dieci compiti che si sovrappongono.

Spesso mi trovo a fare più cose contemporaneamente, soprattutto quando sono di fronte al computer: le distrazioni sono tante su Internet, e resistere non è molto semplice.

Molte volte anche mentre sto scrivendo un post faccio dell’altro. So che questo è sbagliato e non andrebbe fatto, ma la tentazione è forte.

Quando scrivo un articolo ho sempre una lista di compiti da svolgere in sequenza, per evitare di accavallare due cose: ricerca, scrittura, inserimento immagine, controllo dell’ortografia e formattazione (maiuscolo, paragrafi eccetera). Ma durante ognuna di queste fasi, ecco che spunta fuori l’e-mail o l’amico che mi contatta in chat.

Ho sperimentato sulla mia pelle l’effetto deleterio del multitasking: scrivere un articolo mi prende il doppio del tempo, e per che cosa? Perché rispondo ad un messaggio o due? No, non ne vale la pena.

Ti rispecchi in quello che ho scritto? Bene, perché è giunto il momento di porre fine a questa situazione!

Perché il multitasking fa male?

Secondo un esperimento del New York Times, chi pratica multitasking ogni giorno ad alto livello (il che significa anche 10 cose diverse contemporaneamente) è meno attento, meno reattivo, meno concentrato e fa più fatica a filtrare le informazioni rilevanti da quelle inutili. Anche in compiti molto semplici, è stato osservato che concentrarsi solo su una cosa produce risultati nettamente migliori.

Ad inizio articolo ho detto che il multitasking è una droga: e qual è la caratteristica principale di ogni droga? Esatto, la dipendenza!

Secondo uno studio dell’università di Stanford, chi è abituato a fare più cose contemporaneamente ogni giorno farà fatica a staccarsi dall’abitudine. E anche quando dovrebbe concentrarsi o prendersela con calma, non riesce a focalizzare l’attenzione dove servirebbe.

Il cervello ha una specie di centro di controllo, all’interno del quale vengono smistate le informazioni e viene deciso come e quando processarle. Purtroppo la nostra mente nella storia della sua evoluzione non si è mai trovata a dover fare i conti con una così grande mole di dati e informazioni, e se non stiamo attenti potrebbe andare in tilt.

Facebook, Twitter, e-mail, feed RSS, cellulare, chat e via così, tutte cose che contribuiscono a mandare in palla il centro di controllo del cervello. Con tutti questi strumenti è possibile avere informazioni pronte e disponibili, senza dovere starle a cercare. La tentazione di andare a controllare ogni pochi minuti è fortissima. Secondo una ricerca sempre di Stanford, i dipendenti che usano il computer controllano la posta elettronica 37 volte… ogni ora!
Più di una volta ogni due minuti.

Il cervello non concepisce il concetto di multitasking: non è capace di fare due cose allo stesso tempo. Quello che fa in realtà è cambiare continuamente e freneticamente da un compito all’altro, dando l’illusione che ne sta facendo due o più.

Il risultato? Per gestire questo sovraccarico, il cervello rallenta. Secondo uno studio del MIT, il cervello perde all’incirca 10 punti di QI quando stai svolgendo tre o più operazioni contemporaneamente!

Se quindi ti sei sempre considerato capace a fare più cose nello stesso tempo, devo darti una brutta notizia: è solo il cervello che si dà delle finte arie.

Quindi il cervello è fatto per concentrarsi, non per spaziare su più compiti. Ora che sappiamo perché non devi fare multitasking, vediamo come risolverlo!

Chiudi il dannato Facebook

Ti faccio una domanda: è veramente necessario stare connesso a Facebook notte e giorno?

Non pensare che sia contrario al social network di Mark Zuckerberg, lo trovo uno strumento fantastico per tenersi in contatto con gli amici e ricevere aggiornamenti. Ma dall’altra parte Facebook è il miglior alleato del multitasking, e quindi il peggior nemico della tua produttività.

Non c’è dubbio che chi sta al computer è maggiormente soggetto al pericolo. Tutte le mie attività hanno ormai come centro focale il computer: i miei appunti universitari sono lì, ci sto scrivendo la tesi, lavoro, mi svago e gestisco Mindcheats. Ci guardo anche la televisione!

Mi sono reso conto che stavo facendo troppe cose nello stesso tempo per poter essere produttivo, e quindi ho iniziato a informarmi sulle conseguenze che può avere il multitasking. Dopo aver letto quanto ti ho appena illustrato, mi sono deciso a darmi finalmente una regolata.

Non ti serve controllare la posta elettronica ogni due minuti, bastano tre o quattro volte al giorno. Io quando accendo il PC guardo le e-mail, gli aggiornamenti dei miei siti preferiti, le novità di Facebook e gli altri social network e via così. Dopo una mezz’ora spesa a fare tutto questo, semplicemente chiudo tutti i programmi che potrebbero distrarmi e inizio a darmi da fare.

Se lavori al computer, non sfidare la tua forza di volontà tenendo aperta la pagina di gmail: cederai alla tentazione di controllarla. E anche se non controllerai, il tuo cervello sarà sempre meno focalizzato sul compito principale. Devi scrivere un articolo? Bene, abbi aperta solo la tua pagina di Word e nient’altro. Più cose apri, più aggiornamenti ricevi, e meno sarai produttivo.

Questo vale anche per tutti gli altri dispositivi elettronici, cellulare soprattutto. Non sembra, ma ricevere un SMS uccide la concentrazione. Spegni il telefono, o mettilo anche solo in modalità silenziosa, finché non hai terminato quello che devi fare.

Crea una distinzione netta fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato allo svago. E questo vale per tutto, non solo per il computer! Se stai facendo qualcosa, non permettere che nulla ti distragga. Certo la tecnologia è il pericolo di gran lunga maggiore, ma non è l’unico. Piuttosto che stare tutto il giorno a dividerti fra lavoro e SMS, crea una semplice tabella con gli orari nei quali fare ogni attività.

Conclusione

Io ho abbandonato il multitasking da un po’, e la mia produttività è cresciuta a dismisura. Ora a scrivere un articolo ci metto quasi la metà del tempo, mantenendo sempre al massimo la qualità.

Fare più cose contemporaneamente manda in tilt il cervello, che quindi non sarà più in grado di smistare i compiti in maniera adeguata. Questo provoca un sovraccarico, che la mente gestisce rallentando tutte le operazioni. Saltare con l’attenzione da un posto all’altro continuamente non permette al cervello di concentrarsi per un periodo lungo sullo stesso compito, causando un crollo della produttività.

Il più grande pericolo è composto dai dispositivi elettronici: computer e cellulare su tutto, perché ti notificano automaticamente e comodamente di tutti gli aggiornamenti.

Spegnili o fai in modo di non ricevere notifiche se ti devi concentrare su qualcosa, la tua mente ti ringrazierà!

Anche tu hai problemi di multitasking? Sei stato in grado di risolverli o ancora ci devi riuscire?

Fonte: http://www.mindcheats.net

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