Ott 07

Ridere fa bene al cuore

Ridere fa bene al cuore

Uno studio dell’università di Baltimora conferma quanto intuito dal medico clown Patch Adams.

Ridere fa buon sangue, dice un vecchio proverbio. Ridere fa bene al cuore, conferma un’originale ricerca scientifica appena presentata a Orlando, in Florida, all’American College of Cardiology, l’appuntamento più importante dell’anno per i cardiologi di tutto il mondo. La risata è un vero e proprio farmaco, ci suggeriscono i ricercatori, con tanto di indicazioni. Dosaggio: una somministrazione di quindici minuti al giorno. Effetti: miglioramento della circolazione del sangue e prevenzione delle malattie cardiovascolari. Controindicazioni: nessuna. Una medicina che va bene per tutti, grandi e piccoli, uomini e donne. La terapia del sorriso non è una novità: tutti ormai conoscono la storia di Patch Adams, il medico americano con il naso da clown che prima ha intuito, poi trasformato in cura il potere benefico della risata.

SEQUENZE DI FILM – Ora gli studiosi dell’Università del Maryland a Baltimora ci dicono che la risata è capace di stimolare l’espansione dell’endotelio, il rivestimento interno dei vasi sanguigni, favorendo così il passaggio del sangue, esattamente come succede con l’esercizio fisico. E lo dimostrano in un modo originale, ma scientifico: misurando con gli ultrasuoni il flusso sanguigno nell’arteria del braccio di venti volontari, prima e dopo la proiezione di due film, uno allegro e uno drammatico. Il primo, «King Pin», è una commedia dei fratelli Farrelly (quelli di «Tutti pazzi per Mary»), uscito in Italia soltanto in cassetta. E’ bastata una serie di gag fra un ex campione di bowling, senza la mano destra, e un Amish naturalmente portato al gioco, ma contrario per motivi religiosi, perché tutti i partecipanti all’esperimento, tranne uno, mostrassero arterie rilassate e un aumento del flusso di sangue per un tempo che andava dalla mezz’ora ai 45 minuti dopo la visione della pellicola. Esattamente l’opposto succedeva a quelle stesse persone quando assistevano alle sequenze, tanto spettacolari quanto violente, dello sbarco in Normandia con cui si apre il film «Salvate il soldato Ryan» di Spielberg: in quattordici dei venti spettatori volontari le arterie si restringevano e il flusso sanguigno si riduceva.

STRESS MENTALE – «Mediamente – ha precisato uno dei ricercatori americani, Michael Miller – il flusso aumenta del 22 per cento come conseguenza della risata e diminuisce del 35 per cento durante uno stress mentale. C’è una grande variabilità fra persona e persona, ma tutto quello che condiziona lo stato emozionale di un individuo ha un impatto importante sul cuore». L’endotelio è il punto di partenza dei processi che portano all’aterosclerosi, cioè all’indurimento delle arterie e al loro restringimento, situazioni che aumentano il rischio di infarto e di ictus. E se è vero che la risata aiuta a mantenere un endotelio sano, è immaginabile che possa ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. «La risata, come l’esercizio fisico – ha continuato Miller – stimola la produzione di endorfine, sostanze chimiche che hanno un effetto benefico sul sistema cardiovascolare. Le modificazioni che noi abbiamo visto nell’endotelio sono simili a quelle che si osservano come conseguenza dell’attività aerobica, ma senza i dolori, gli indolenzimenti e le tensioni muscolari associate a quest’ultima».

SENZA ASCENSORE – Se la risata appare efficace quanto l’esercizio fisico nello stimolare la salute dei vasi, questo non significa che si debba rinunciare all’attività fisica come sistema di prevenzione delle malattie cardiovascolari. «L’esercizio fisico – commenta Calogero Calcullo, coordinatore nazionale per la prevenzione dell’Associazione dei cardiologi del territorio – provoca una dilatazione diretta dei vasi sanguigni, a differenza della risata, dove sono i mediatori chimici, come le endorfine, ad avere l’effetto dilatante. A questo si aggiunge la funzione di allenamento sul muscolo e sulla capacità dell’emoglobina di trasportare ossigeno ai tessuti. L’esercizio fisico ha dunque un effetto più completo su tutto l’organismo».

Una buona ricetta pratica per uno stile di vita salutare, suggeriscono i ricercatori, dovrebbe prevedere trenta minuti di attività fisica tre volte alla settimana e un quarto d’ora di risate al giorno. «E’ dimostrato che un’attività fisica regolare come il salire e scendere tre o quattro piani di scale al giorno – conclude Calcullo – riduce l’incidenza di malattie cardiovascolari del 10-15 per cento. Basterebbe, dunque, rinunciare all’ascensore per rischiare meno l’infarto».

Di Adriana Bazzi.
Fonte: http://www.corriere.it

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Ago 18

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Un incontro con Omar Falworth è sempre fonte di profonda sorpresa: ti stupisce per il suo buon umore, infonde energia ed allegria.

In un tuo libro Prendere tutto il bello della vita, racconti di come hai spiazzato un’intervistatrice televisiva che ti aveva chiesto il segreto della felicità. Per non incorrere nel suo stesso errore comincio la mia intervista con una provocazione. Di solito le persone che si mostrano felici e serene in ogni situazione sono in realtà quelle che soffrono o hanno sofferto di più. Sei proprio certo di essere l’uomo più felice del mondo?
Sicuramente sono tra gli uomini più felici del mondo. E questa felicità mi deriva da un pensiero positivo di fondo che ho dentro di me, che ho coltivato negli anni e che mi permette di reagire agli imprevisti e agli eventi negativi della vita di tutti i giorni. Ti faccio qualche esempio semplice ma efficace. Se mi alzo la mattina e fuori dalla finestra scorgo un tempo grigio e piovoso, penso immediatamente che non è così male dato che sarebbe potuto diluviare! Se mi capita di avere un incidente stradale per cui mi ritrovo con un trauma cranico, penso che sia molto meglio che essere rimasto invalido. E così via. Questo esercizio mentale è molto efficace per costruirsi felicità interna costante e indipendente da avvenimenti esterni.

Quando hai deciso di diventare una persona sempre felice?

Trentacinque anni fa uscivo dalla depressione. Dopo questo evento negativo, che è passato naturalmente con il tempo, ho deciso di godere appieno della mia vita e della mia felicità. Volevo allargare le mie esperienze e le mie conoscenze per poter godere di tutti quei piaceri che, sconosciuti ai più, possono rivelarsi dei meravigliosi momenti di piena felicità. Ho fatto un lungo lavoro su me stesso, ho indirizzato le mie energie per sviluppare il pensiero positivo. Ora la mia vita è piena, felice: evito tutte quelle attività ripetitive e monotone che impediscono il raggiungimento della felicità e vado in cerca di emozioni variegate. A tutti piacciono i fiori e traggono felicità dal vederli e ammirarli. Ma che felicità intensa profonda e vitale si può tratte dall’ammirare una distesa di crochi in fiore! Sono appositamente stato in Sicilia in questo periodo per ammirare questa meraviglia naturale.

Che consiglio daresti a chi sta superando un momento difficile per intraprendere la via del cambiamento verso la felicità?

Certamente è necessario lavorare per costruirsi un buon pensiero positivo di fondo, solido e duraturo. Come è possibile raggiungere questo obiettivo? Una tecnica fondamentale è quella dell’auto-analisi che ci aiuta enormemente nel cammino verso il miglioramento sostanziale della nostra personalità: durante la giornata dobbiamo sforzarci di fermarci e pensare con cognizione e concentrazione, in maniera mirata e consapevole, a quello che stiamo facendo, questo ci permette di vedere le nostre azioni e i nostri comportamenti come dall’alto e di analizzarli.

Parliamo del rapporto con gli altri. Come possiamo accettare l’altro?

Conoscere un’altra persona è come conoscere un altro mondo. Un mondo nuovo e vario che può essere per noi fonte di grandissima felicità. Stare profondamente insieme ad un alta persona, apprendere l’arte di amare (L’arte di amare e farsi amare è il titolo di uno dei libri di Omar Falworth) ci conduce inevitabilmente verso la felicità, a patto che noi non vogliamo che l’altro diventi nostra privata proprietà, nostra esclusiva. Dobbiamo permettere all’altro di vivre la propria vita nella libertà, senza ingabbiarlo in una relazione dispotica e oppressiva da cui, alla fine, trarremo solo esperienze negative.

Ti riferisci a tutti i tipi di rapporti o in particolare alla vita di coppia? Qual è allora la ricetta per la
coppia felice?
Questa modalità di relazione dovrebbe essere alla base di ogni rapporto umano, in special modo delle relazioni a due. Credo che il segreto della felicità per una solida vita a due risieda nella capacità di gestire un rapporto aperto in cui ognuno dei partner è in grado di godere della presenza dell’altro senza schiacciarlo o soffocarlo con le proprie gelosie e ansie. Anche per giungere a questa consapevolezza è necessario un profondo lavoro su se stessi, ma ne vale la pena! Leggete L’arte di amare e farsi amare e mi saprete dire!

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Tiziano Terzani

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Tiziano Terzani - Audio Intervista - MP3 (1632)
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La grande avventura della vita e della morte. In questa intervista-testamento di un uomo che sapeva sorridere.

Quella che segue è una sintesi dell’ultima intervista rilasciata da Tìziano Terzani.

Signor Terzani, lei ha un tumore. Così le ha detto quel medico di Bologna?
Un tumore? Ne ho vari, un po’ di qua, un po’ di là. Ma la cosa divertente è che ci convivo da sette anni. E poi, io e quelli siamo una cosa sola e sarebbe stupido pensare: loro ammazzano me, io ammazzo loro. Ce ne andiamo insieme perché siamo cresciuti insieme: e con questo trovo che per me il cancro è stato una benedizione, perché ero ricaduto nella routine delle vita e questo cancro mi ha salvato. Perché all’invito di un ambasciatore a cena, a una conferenza stampa, a un viaggio a cui non ero più interessato, io posso sottrarmi. Il cancro è diventato una sorta di scudo, di divisione tra me e il mondo da cui volevo staccarmi. È curioso: io ero vissuto in Asia quasi trent’anni, ma quando si è trattato di scegliere che cosa fare non è che mi sono affidato a uno col pendolo, o all’altro con delle pozioni di erbe magiche raccolte nella foresta. Sono andato nel più grande centro di cancro del mondo e mi sono affidato alla ragione e alla scienza, della quale conoscevo bene i limiti e durante la terapia questi limiti sono saltati agli occhi.


Ha sperimentato tutte le cure. Chirurgia, radioterapia, chemioterapia. In “Un altro giro di giostra” descrive i loro effetti.

Ho tenuto un diario di tutte le mutazioni che subivo a causa della chemioterapia. Una cosa incredibile: io che ho sempre adorato i film dell’orrore, sai quelli con le porte che scricchiolano, quelli col pugnale… mi facevano paura! Entravo nel bagno, guardavo lo specchio e c’era uno che mi sorrideva, ma non ero io. Glabro, senza capelli, gonfio di chemioterapia. Ma chi è, questo qua? Dopo è cominciata la grande avventura perché mi sono messo a cercare una cosa che potesse aiutarmi: lavaggio del colon, dieci giorni in un’isoletta della Thailandia con digiuni completi e clisteri di 18 litri al giorno due volte. Poi sono stato dai guaritori filippini, quelli che tolgono sangue, budellina di pollo dalle tue interiora. Poi, tante altre esperienze: la pranoterapia, il reiki, ma mi sono reso conto che in verità io non volevo una medicina per il mio cancro, volevo una medicina per quella malattia che è di tutti e che non è il cancro: la mortalità. Ma questa malattia con la quale nasciamo, la mortalità, è incurabile! Che è il suo bello, anche, della vita. Ci sono dei miti sulla mortalità. Una tribù della Nuova Guinea, per esempio, che viveva nelle palafitte, aveva scoperto che la mortalità era dovuta al tatto che tutti cacavano, e siccome tutti cacavano da queste palafitte, se non moriva mai nessuno la merda sarebbe arrivata su e sarebbero morti tutti. Per cui giustificavano la morte come quell’avvenimento che almeno ci salva dal far salire la merda. Allora, non c’è cura ma tutto può servire.


A un certo punto del viaggio lei è entrato in un Ashram e diventato Anam, il senzanome…
Per tre mesi sono rimasto isolato dal mondo, a studiare il sanscrito, i testi sacri e a mettermi in contatto con un modo di vedere le cose, che è uno dei più antichi, in cui tutto si relativizzava. Per cui ora sono in una condizione stupenda. Io sto benissimo. Un po’ meno il mio corpo. Ma poi me ne staccherò, lo lascerò lì e andrò via. E diranno: “Ma Tiziano?“. “Boh, è andato via, è rimasto quest’abito vecchio“.


Ha detto che, a una certa età, il miglior modo di godere di un fiume è di stare fuori dalla corrente, guardare l’acqua, sentirla scorrere. Allora, perché si è di nuovo gettato nel fiume, dopo l’11 settembre?

Ero isolato, facevo l’eremita, non volevo più scrivere, ma mi pareva infingardo, codardo, non prendere posizione. Io stavo per ritornare nell’Himalaya, avevo fatto le valigie, ma mi pareva ingiusto, mi pareva di abdicare a tutto il senso della mia vita, che è stato quello di coinvolgermi in tutte le grandi storie, e ho scritto “Lettere contro la guerra“. Proprio perché le guerre le ho viste, ho visto i corpi martoriati, i villaggi distrutti, i cadaveri abbandonati sul bordo della strada mangiati dalle bestie, mi sono rimesso in viaggio e ho scritto queste lettere per mio nipote, perché un giorno dovrà decidere tra la pace e la guerra. La non-violenza è l’unica chance che l’umanità ha di sopravvivere.


È vero che, dopo l’11 di settembre, siamo tutti americani?

Ma che siamo tutti americani, io sono europeo! Dire a uno: “Ma tu sei antiamericano” è come dirgli che la sua mamma fa la prostituta. Io ho un figlio americano, ho un nipote americano. Ma cosa vuol dire questo: che non mi posso permettere di dire che oggi questa puzzona di America fa una politica spaventosa, che riporta la nostra civiltà indietro di centinaia di anni? La tortura. Beccaria è arrivato alla conclusione che non si può torturare. Mai. Passano dei secoli e ora gli americani dicono: “No, certo, non si può torturare, ma nel caso in cui si acchiappi uno che potrebbe sapere una cosa bisognerebbe torturarlo“. E allora, dove va il principio, il tabù? Che cos’è la civiltà, se non il tentativo di gestire la violenza dell’uomo, di mettergli delle regole, di dargli altre direzioni?


E Dio dov’è, da che parte sta?

Dappertutto. Ieri ho incontrato il vecchio parroco del paese e gli ho detto: “Lei mi spieghi questa storia del corpo: voi promettete alla gente che un giorno suonano le trombe – papapa – e tutti riprendono il loro corpo. Quale corpo? E se tu eri gobbo, storpio? Ti ridanno quello lì? Ma io ne voglio un altro, scusa!“. Vede, questa di dire che Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza è una balla! È l’uomo che ha fatto Dio a sua immagine e somiglianza, l’ha messo su una nuvola. L’ha messo a giudicare. E gli ha attribuito tutte le più orribili emozioni umane. Questo Dio vendicativo, cattivo, che ti guarda sempre. Ma chi ha questi sentimenti? L’uomo, vendicativo, cattivo, orribile nei confronti dei suoi simili.


L’Occidente tornerà a ridere?

Lo spero. Perché una civiltà che non sorride è infelice. E io trovo che ridere è una cura, è parte della guarigione. Infatti, una delle terapie che ho scoperto in India è la terapia del sorriso. Una mattina, in un parco, c’era un gruppo che, dopo aver fatto un po’ di voga, a un certo ordine alzava le braccia e cominciava a ridere. E quale modo migliore per cominciare la giornata che magari finisce in un ufficio ad aria condizionata? Per cui il consiglio che do a tutti è cominciare con una gran risata e finire con una gran risata.

Tratto da “L’Espresso”.

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