Nov 24
Perché meditare

Perché meditare

La meditazione buddhista di consapevolezza, il cui insegnamento risale allo stesso Buddha e che classicamente va sotto il nome di satipatthana o vipassana, potrebbe definirsi anzi tutto come la contemplazione del corpo e della mente.

II fondamento necessario per questa contemplazione è sia una certa stabilità fisica, vale a dire la corretta posizione del corpo, sia una certa stabilità o calma mentale, la quale richiede naturalmente più tempo per maturare. Tale calma mentale è facilitata dal prestare attenzione a un oggetto semplice come ad esempio il respiro. C’è da osservare che non di rado, nell’ambito dell’odierna diffusione del buddhismo in Occidente, la necessità di questa preliminare stabilità interna finisce con l’essere sottovalutata. Cosa intendiamo con la parola consapevolezza? Intendiamo la pura attenzione silenziosa e non giudicante presente nel momento presente. E contemplare il corpo e la mente vuol dire osservare con questa attenzione le sensazioni fisiche, l’avvicendarsi di attrazione e repulsione nella nostra mente, il succedersi di emozioni e stati d’animo; vuol dire osservare i pensieri e le immagini che accompagnano gli stati d’animo.

Lo scopo più accessibile di questa contemplazione si può racchiudere in tre parole: più pace, più saggezza, più compassione. Lo scopo più alto è la liberazione dalla sofferenza ovvero l’incontro con ciò che “non nasce e che non muore”, con l’Incondizionato che è luce senza misura.

Infatti, contemplando pazientemente, noi ci accorgiamo con sempre maggiore chiarezza e acutezza che la paura, la confusione, l’avversione e l’attaccamento che ci abitano producono una messe abbondante di sofferenza. E ci svegliamo gradualmente al fatto che le radici profonde della sofferenza non stanno fuori di noi, nelle cose, nelle persone, nelle circostanze ma stanno, piuttosto, dentro di noi, stanno cioè nel nostro modo di rapportarci con le cose, le persone (che includono noi stessi), le circostanze e gli eventi.

Vediamo che fino a quando la nostra relazione con tutto ciò è caratterizzata da attaccamento e avversione, ossia dall’identificazione con l’io e col mio, allora, inevitabilmente, gran parte di quello che ci capita non farà altro che alimentare disagio, insoddisfazione, insicurezza, separazione. Vedendo e rivedendo, alla luce della consapevolezza, questa verità fondamentale - e, insieme, tanto elusiva - comincerà a succedere che attaccamento e avversione prendono a disseccarsi, lasciando più spazio dentro.

Questa maggiore spaziosità e libertà interiore significa più pace. La comprensione della verità fondamentale che la sofferenza è prodotta dal nostro modo di rapportarci alle cose comporta un evidente aumento di saggezza ossia della comprensione di ciò che veramente conta. Infine una maggiore disponibilità agli altri è la conseguenza naturale di questo sostanziale rasserenamento. Vale a dire: più si attenua la preoccupazione circa noi stessi, più emerge la sollecitudine per gli altri.

Un’osservazione importante da aggiungere a tutto questo: la meditazione che abbiamo brevemente descritto non può fiorire granché se è intesa - secondo una certa tendenza occidentale contemporanea - come una sorta di tecnica psicologica autosufficiente. In realtà la meditazione, nel buddhismo così come in altri approcci contemplativi, è parte di un quadro più grande. A tale quadro appartengono, oltre alla meditazione, sia un costante raffinamento etico, nel segno della non violenza e della giustizia, sia la coltivazione di una profonda fiducia spirituale. Quest’ultima si esprime, tipica mente, attraverso la ‘presa di rifugio’ nel Buddha, nel Dharma e nel sangha, presa di rifugio che incornicia e fonda la meditazione. Si prende rifugio nella potenzialità di illuminazione in noi, il Buddha; e quindi nel Dharma, ossia nel cammino interiore temporale e nella sua meta atemporale; e infine nel sangha, ossia nella comunità di coloro che percorrono questo cammino. Prendere rifugio significa dunque affermare la fiducia radicale e, insieme, prendere le distanze dalla miriade di aspettative mondane. Perciò una vera presa di rifugio, cresciuta e maturata, non potrà avere molto a che fare con l’optare per l’ideologia buddhista (intendimento abbastanza corrente del ‘rifugio’): tale opzione sarebbe infatti il semplice abbracciare una credenza e non già il fondare la fiducia nell’assoluto, al di là delle opinioni e dei concetti e della loro carica di separatività.

Infine la meditazione, così organicamente inserita in tale quadro più ampio, e sorretta dunque da etica e da fiducia, potrà pervenire alla sua massima estensione: ossia all’accendersi sempre più frequente della consapevolezza e dei suoi frutti nella quotidianità, ben al di là dei confini della meditazione formale. Questa è una vera e propria arte, che richiede passione e gusto, perché significa imparare a usare le circostanze della vita come luoghi di applicazione della consapevolezza e dunque come stimoli e sfide all’intelligenza della vita, del dolore e dell’amore.

Un risultato poi di speciale rilevanza in termini di religiosità è questo, che più la consapevolezza ci sorregge nel quotidiano più ne avvertiamo il fondamentale mistero, non dissimile dal mistero della preghiera interiore. I1 mistero di una dimensione benefica che è più grande di noi e che, al tempo stesso, appare essere la cosa più intimamente nostra.

Di Corrado Pensa.

Contenuti consigliati



Corrado Pensa

Il Silenzio tra due Onde

Il Buddha, la meditazione, la fiducia

Oscar mondadori
ISBN: 9788804534716

Prezzo € 11,40

Compralo su Macrolibrarsi



Barry Long

Dominare la Mente

Un corso di meditazione in dieci lezioni per trovare la verità, la gioia e uno stile di vita migliore

Armenia
ISBN: 8834418433

Prezzo € 11,50

Compralo su Macrolibrarsi



Yongey Mingyur Rinpoche

Budda, la Mente e la Scienza della Felicità

Prefazione di Daniel Goleman

Sperling & Kupfer Editori
ISBN: 978882004319

Prezzo € 17,00

Compralo su Macrolibrarsi



Ushma Hinnawi

Meditazioni Guidate 1 - Scoprire in se Stessi la Propria Forza - CD

Red Edizioni
ISBN: 9788874475797

Prezzo € 9,90

Compralo su Macrolibrarsi



Share/Save

Se ti è piaciuto l'articolo, scrivi un commento e iscriviti al feed RSS!



Articoli collegati
Nov 14

Cos’è la meditazione Vipassana?

Vipassana, termine che significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono“, è una delle più antiche tecniche di meditazione dell’India. Essa fu riscoperta ed insegnata più di 2500 anni fa come metodo universale per uscire da ogni tipo di sofferenza, un’arte di vivere.

Come impararla?

Vipassana viene insegnata in corsi residenziali di 10 giorni durante i quali i partecipanti imparano i fondamenti della tecnica e praticano per un tempo sufficiente a sperimentarne i benefici effetti.

Un corso di dieci giorni fornisce un allenamento mentale di profondo valore pratico nella vita quotidiana.

Tutti i corsi, in Italia e nel mondo, sono liberi da costi di partecipazione per evitare che gli aspetti commerciali interferiscano con la tecnica e per dare a tutti, indipendentemente dalla situazione economica, la possibilità di trarre beneficio da quest’arte di vivere. Secondo la tradizione di questo insegnamento i corsi vengono organizzati sulla base di libere offerte, accettate unicamente da parte di meditatori che hanno portato a termine almeno un corso.

Per maggiori informazioni: http://www.atala.dhamma.org

Letture consigliate



Akong Tulku Rinpoche

Domare la Tigre
Insegnamenti tibetani per migliorare la vita quotidiana

Astrolabio Ubaldini Edizioni
ISBN: 9788834012260
Prezzo € 13,50
Compralo su Macrolibrarsi


Osho

Che cos’è la Meditazione

Oscar mondadori
ISBN: 9788804476467
Prezzo € 7,40

Compralo su Macrolibrarsi



Share/Save

Se ti è piaciuto l'articolo, scrivi un commento e iscriviti al feed RSS!



Articoli collegati
Nov 07
Equanimità e fiducia

Equanimità e fiducia

L’equanimità è l’opposto dell’attaccamento, è non-attaccamento. È una dimensione determinante del sentiero interiore. Ovviamente, esistono diversi gradi di equanimità, ma anche un’aspirazione, una sincera aspirazione verso di essa è già un inizio di vera equanimità. Dunque, l’equanimità è l’anima del lavoro interiore, il cuore del sentiero, il cuore della realizzazione e dell’adempimento. L’equanimità è l’anima della presenza mentale che chiamiamo consapevolezza non-giudicante, cioè una consapevolezza che tende all’equanimità. L’equanimità è il cuore della saggezza, non si può guardare in profondità senza l’intimo equilibrio dell’equanimità. E l’equanimità è anche il nucleo più profondo dell’amore, della compassione, della gioia empatica.

Nell’insegnamento delle quattro dimore sublimi: metta, gentilezza amorevole; karuna, compassione; mudita, gioia empatica; upekkha, equanimità, l’equanimità viene per ultima, è l’ultima ad essere insegnata, come per evidenziare che gli stati che la precedono, la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia empatica, non sono autentici se sono privi di equanimità.

Se è assente l’equanimità, può un sentimento di amorevole gentilezza essere davvero incondizionato e privo di riserve? È impossibile. Non sarebbe equilibrato. Si tratterebbe di una preferenza e non dell’apertura cui si allude parlando di gentilezza amorevole incondizionata. Non possiamo nemmeno essere sinceramente compassionevoli, se al cuore della nostra compassione non c’è una reale presenza di equanimità. Saremmo identificati con la sofferenza, proveremmo dispiacere, amarezza, cordoglio, commiserazione, ma tutto ciò non è compassione. La compassione è una grande forza, perché è una combinazione di tenerezza e di stabilità, la stabilità che proviene dall’equanimità.

Ci si può accostare all’equanimità attraverso tre stadi, ma ogni stadio può anche essere praticato separatamente.

Il primo stadio riguarda la fiducia e la sfiducia. Se verifichiamo che c’è molto scoraggiamento, molta sfiducia in noi stessi, o una tendenza generalizzata alla sfiducia, è importante prima di tutto prenderci cura di questi sentimenti, perché, per praticare l’equanimità, per generare equanimità, per svilupparla, abbiamo bisogno di una base di fiducia, altrimenti risulta impossibile. Dunque, ci proponiamo di osservare con gentilezza le onde di sfiducia, le onde di scoraggiamento, che generano squilibrio e disorientamento, e minano la nostra motivazione. Dobbiamo prenderci cura di queste onde di sfiducia, di autosvalutazione, di scoraggiamento e per prima cosa praticare la vipassana. Percepiamo con gentilezza e, se possibile, con tenerezza, la qualità di quest’onda di sfiducia, cerchiamo veramente di incontrarla e di osservarla gentilmente. È una cosa che facciamo raramente e alla quale non siamo affatto allenati. O ci lasciamo sommergere dallo scoraggiamento e dalla sfiducia o cerchiamo di respingerla e non di osservarla; mentre invece, nella nostra pratica, è essenziale entrare in contatto, in intimità, con questi sentimenti, lavorando seriamente a cambiare il nostro atteggiamento. Anziché rammaricarci di essere scoraggiati, anziché biasimarci per il nostro scoraggiamento, ci dedichiamo a osservare con gentilezza queste onde. E non dobbiamo esitare a infondere quanta più gentilezza possiamo, a insinuare un tocco delicato, lieve, tenero.

È un atteggiamento completamente diverso di fronte alla sfiducia e allo scoraggiamento, un atteggiamento che scardina alle radici l’identificazione, ossia la nostra radicata tendenza a credere ciecamente ai pensieri e alle conclusioni della sfiducia e dello scoraggiamento.

Dunque, io trovo che questo sia un lavoro essenziale, se vogliamo costruire fondamenta che ci permettano di lavorare fruttuosamente allo sviluppo dell’equanimità. Infatti, quando attivamente abbracciamo lo scoraggiamento e la fiducia, succede che, almeno in parte, essi perdano il potere che hanno su di noi. Ci sentiamo più liberi, anche se forse le onde di scoraggiamento ci fanno ancora male. Tuttavia avvertiamo che ora possiamo intraprendere il cammino per sviluppare l’equanimità.

Passiamo ora a quello che potremmo chiamare il secondo stadio, ma che può anche essere il primo, se non dobbiamo lavorare preliminarmente allo scoraggiamento e alla sfiducia. Il secondo stadio consiste nel portare la nostra capacità di un’osservazione sempre più salda, sempre più gentile, su qualsiasi reattività, su qualsiasi atteggiamento opposto all’equanimità, su qualsiasi momento di avversione o di attaccamento. Talvolta, viene usato il termine ‘egoità’, per sottolineare che il lavoro consiste nell’imparare ad osservare, sempre di più, in modo sempre più accurato, e sempre più disteso, il sorgere dell’io-mio, che è pura pratica di vipassana, e la pratica di vipassana è pratica di equanimità.

Se lavoriamo in questo modo, rivolgiamo la nostra attenzione non-violenta in particolare all’area della reattività, che è chiamata ‘il nemico lontano’, il nemico antitetico dell’equanimità. Ma rivolgiamo l’osservazione anche a ogni forma di indifferenza, che è tradizionalmente chiamata ‘il nemico prossimo’ dell’equanimità, ricordandoci che l’indifferenza è un indurimento, un’avversione congelata e ricordandoci che, non di rado, per lavorare con l’indifferenza è necessaria una buona capacità di investigazione.

Un’accresciuta energia investe la nostra motivazione, il nostro impegno, allorché cominciamo ad assaporare momenti di vera equanimità, allorché cominciamo a gustare la qualità speciale di libertà che si accompagna all’equanimità. Si tratta di un primo assaggio della nostra libertà interiore, che non dipende dalle condizioni esterne. È un profondissimo sollievo quando cominciamo ad assaporarla e la nostra motivazione per la pratica del Dharma cresce straordinariamente.

Più lavoriamo allo sviluppo dell’equanimità, e più la parola ‘rilassamento’ acquista un significato più vasto. Comprendiamo cosa possa essere un totale rilassamento, anche se solo per pochi istanti, perché in generale pensiamo al rilassamento come a un fenomeno fisico, ma il rilassamento può essere sia fisico sia mentale. E può essere talora un’intuizione improvvisa e dirompente, perché forse siamo stati contratti senza saperlo, per un’intera vita. E quando cominciamo di nuovo a gustare qualche momento di vera distensione mentale, che significa l’aprirsi del cuore, la forza di questa sensazione di sollievo ci fa letteralmente trasalire.

Ci accorgiamo, allora, di quanta sofferenza crei la reattività, e più ce ne accorgiamo e più diventiamo non-reattivi. Continuiamo, ogni volta di più, a verificare la qualità separativa della reattività e generiamo quello che in questa tradizione è chiamato ‘sereno disincanto’. Siamo sempre meno sedotti dalla nostra reattività. Diventiamo più sereni. Sereno disincanto: meno ipnotizzati dall’io-mio.

Quello che chiamo il terzo stadio è la pratica specifica del brahmavihara, basata sul pronunciare alcune frasi, come negli altri brahmavihara. Secondo la tradizione buddhista, quando si pratica upekkha, l’equanimità, si porta alla mente qualcuno o se stessi e si pronuncia la frase: “La tua felicità o infelicità non dipendono dai miei auspici, ma dalle tue intenzioni e dalle tue azioni“.

Dunque, noi auguriamo di cuore qualcosa a qualcuno, ma dobbiamo anche avere la saggezza per comprendere che il nostro controllo sulle cose è molto limitato. E in questo consiste l’equilibrio di upekkha, l’equilibrio dell’equanimità.

Possiamo anche usare un genere di frasi diverso, purché abbia la stessa forza evocativa di equanimità. Possiamo pronunciare le frasi: “Che tu possa accettare le cose così come sono, che tu possa accettare te stesso così come sei. Che io possa accettarti così come sei. Che io possa accettare me stesso così come sono“.

Il Buddha ha spesso sottolineato la forza di un’intenzione chiara. Queste frasi sono la formulazione di intenzioni chiare. La pratica dei brahmavihara, in questo caso la pratica di upekkha, dell’equanimità, è basata sull’attenta ripetizione di una, due o tre di queste frasi. Si tratta di concentrarsi sulla ripetizione, la lenta e attenta ripetizione di queste frasi colme di significato e di sostituire, sempre e di nuovo, alle proprie proliferazioni queste chiare e positive intenzioni.

Si può praticare upekkha durante una seduta di meditazione, seguendo una sequenza: si inizia da una persona neutra. “Che tu possa accettare le cose così come sono. Che tu possa accettare te stesso così come sei. Che io possa accettarti così come sei”.

Si prosegue quindi con un benefattore, una persona cara, sé stessi, una persona con cui si è in difficoltà, tutti gli esseri.

Si può praticare in modo formale, durante una seduta, o si può praticare in azione e io personalmente raccomando vivamente la pratica in azione, in aggiunta alla pratica formale. Nell’ambito dei corsi di meditazione abbiamo sperimentato la pratica dell’equanimità nell’azione, ed è risultato estremamente utile, nel corso delle nostre giornate più o meno affaccendate, tornare a quelle frasi: “Che io possa accettarti così come sei. Che io possa accettarmi così come sono”.

Accettare quello che c’è così com’è è una saggia rinuncia a ciò che non c’è. Dunque, l’accettazione, il lasciar andare, la saggezza, la compassione, non sono che diverse facce della stessa cosa. C’è una qualità particolarmente lenitiva, non solo in uno stato mentale di equanimità pienamente sbocciata, ma, come già si diceva, anche in una tranquilla aspirazione all’equanimità. È curativa, è lenitiva, perché è un bisogno che costantemente reprimiamo, che costantemente soffochiamo. E quando cominciamo a prenderci cura di questo bisogno, cominciamo a respirare, veramente.

Il potenziale è all’interno, il potenziale è dentro di noi, e vuole essere sviluppato, ci prega di essere sviluppato. È la nostra natura. La nostra vera natura. E uno dei miracoli della pratica è che ci risvegliamo sempre di più a questo potenziale che già possediamo e che ci chiede di essere sviluppato.

Dunque, che noi tutti si possa accettare noi stessi così come siamo, che possiamo accettare gli altri così come sono. Che tutti gli esseri possano accettare se stessi e gli altri esseri così come sono.

Di Corrado Pensa.

Letture consigliate



Corrado Pensa

Il Silenzio tra due Onde
Il Buddha, la meditazione, la fiducia

Oscar mondadori
ISBN: 9788804534716

Prezzo € 11,40

Compralo su Macrolibrarsi



Barry Long

Dominare la Mente
Un corso di meditazione in dieci lezioni per trovare la verità, la gioia e uno stile di vita migliore

Armenia
ISBN: 8834418433
Prezzo € 11,50

Compralo su Macrolibrarsi



Share/Save

Se ti è piaciuto l'articolo, scrivi un commento e iscriviti al feed RSS!



Articoli collegati