Feb 04

Cos’è il wabi-sabi?

Cos’è il wabi-sabi?

Wabi-sabi (in Kanji: 侘寂) costituisce una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose.

L’espressione deriva da due caratteri 侘 (wabi) e 寂 (sabi):

tale visione, talvolta descritta come “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” deriva dalla dottrina buddhista dell’anitya (sanscrito, giapp. 無常 mujō; impermanenza).

Secondo Koren, il wabi-sabi è la più evidente e particolare caratteristica di ciò che consideriamo come tradizionale bellezza giapponese dove “occupa all’incirca lo stesso posto dei valori estetici come accade per gli ideali di bellezza e perfezione dell’Antica Grecia in Occidente“.

Andrew Juniper afferma che “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi“.

Richard R. Powell riassume dicendo “(il wabi-sabi) nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto“.

Le parole wabi e sabi non si traducono facilmente.

Wabi si riferiva originariamente alla solitudine della vita nella natura, lontana dalla società; sabi significava “freddo“, “povero” o “appassito“.

Verso il 14esimo secolo questi significati iniziarono a mutare, assumendo connotazioni più positive.

Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto.

Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.

Sia wabi che sabi suggeriscono sentimenti di desolazione e solitudine.

Nella visione dell’universo secondo il Buddhismo Mayahana, questi possono essere visti come caratteristiche positive, che rappresentano la liberazione dal mondo materiale e la trascendenza verso una vita più semplice.

La filosofia mahayana stessa, comunque, avverte che la comprensione genuina non può essere raggiunta attraverso le parole o il linguaggio, per questo l’accettazione del wabi-sabi in termini non verbali può costituire l’approccio più giusto.

I concetti di wabi e sabi sono originariamente religiosi, ma l’uso che si fa attualmente di queste parole in giapponese è spesso abbastanza causale. In ciò si può notare la natura sincretica dei sistemi di credenze giapponesi.

Una traduzione molto semplice di wabi-sabi potrebbe essere bellezza triste.

—-

Cos’è il wabi-sabi?
Uso questo termine perchè riassume in una “sola” parola un concetto molto importante.

Uno dei più grandi architetti della storia, Frank Loyd Wright, sosteneva che una costruzione ma più in generale una cosa dovrebbe avere in se la bellezza.

La bellezza deve derivare dalla forma e dal modo in cui è costruita una qualsiasi cosa, non da cosa gli si mette sopra per abbellirla. In termici di economicità potremmo dire che una costruzione wabi-sabi, non necessiterebbe di aggiunte puramente estetiche e costose.

Il wabi-sabi è un ideale artistico tipicamente giapponese che descrive la bellezza di oggetti di fattura rustica e non rifinita, solitamente caratterizzati da un uso di materiali naturali grezzi, da superfici ruvide o corrose dalle intemperie, da assenza di forme geometriche regolari e dai colori scuri o neutri.

Il termine, nato durante il periodo Ashikaga in relazione all’estetica della cerimonia del tè e successivamente allargato a comprendere forme d’arte diverse, è ricco di rimandi a concezioni filosofiche, religiose e morali taoiste e buddhiste e soprattutto alla dottrina del buddhismo zen (l’apprezzamento di una vita a contatto con la natura, la transitorietà del creato e l’inafferrabilità della sua essenza, ecc.).

Calato nel nostro abitare diremo semplicemente che è la bellezza delle cose imperfette, grezze, senza inutili aggiunte prettamente estetiche; è la bellezza delle cose umili e modeste, semplici (lo spendere tanto non è sempre sinonimo di bello), è la bellezza delle cose insolite, diverse, originali.

Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.geometramoro.cassola.info

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L’arte Wabi Sabi è l’antica arte giapponese di trovare bellezza e perfezione nelle nostre imperfezioni.

L’amore è essenziale quanto l’aria che respiriamo, ed è anche uno degli ingredienti fondamentali della nostra esistenza, ma allo stesso tempo uno dei più difficili da conquistaree ancor più da mantenere.

Nonostante le statistiche catastrofiche riguardo alla salute delle relazioni durature, Arielle Ford ci restituisce la speranza, mostrando come condividere con il proprio partner una vita fatta di rispetto, passione e naturalmente di imperfezioni!

Infatti, chi ha detto che ogni cosa debba essere perfetta?

È proprio liberandoci di questa fantasia che si riescono a portare avanti dei rapporti sani, pieni di affetto, passione e complicità.

Si scopre così la bellezza nascosta che danza proprio davanti ai nostri occhi, illumina la nostra unicità, evoca la nostra umanità e ci lega gli uni agli altri.

Grazie all’antica arte del Wabi Sabi si impara a concentrarsi sui pregi, trasformando i difetti in veri punti di forza.

Una lettura agile, profonda e coraggiosa, adatta a tutti coloro che sono in cerca di un valido strumento per affrontare tematiche delicate e fondamentali per raggiungere un equilibrio.

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Una dimensione presente, totalizzante, eterna, per la mente, il corpo, lo spirito.

L’amore è una condizione naturale, di cui in linea teorica tutti dovremmo godere.
Quando esso non è presente, le nostre vite si inaridiscono.

In questo suo testo, l’autrice spiega con linguaggio semplice e chiaro perché così spesso l’amore tende ad affievolirsi col tempo e cosa fare per evitare che questo avvenga.

Se l’amore è eterno finché dura, è anche vero che noi possiamo fare molto per alimentarlo, a partire da noi stessi. Non possiamo nutrire una relazione se non ci prendiamo prima e contemporaneamente cura di noi stessi.

E se non consentiamo all’altro di fare altrettanto con noi.

Che cosa possiamo dare all’altro se non quello che già possediamo e che siamo disposti a condividere? Se prima non coltiviamo la relazione con noi stessi, anche il rapporto con l’altro viene pregiudicato: rischiamo di vivere nell’attesa di qualcuno che soddisfi i nostri bisogni, le nostre necessità e, in ultima analisi, ci renda felici.

Questo significa delegare la nostra esistenza a qualcun altro da cui, prima o poi, ci sentiremo privati dei nostri spazi e della nostra libertà.

Dobbiamo, quindi, partire da noi stessi se vogliamo avviare una sana e fruttuosa relazione con l’altro. È questo il fondamentale messaggio che l’autrice trasmette in questo suo libro poetico ed evocativo.

Il testo è semplice e pratico, corredato da una serie di esercizi disegnati per mettere in pratica gli insegnamenti presentati.

 



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