Mar 26

Fretta, nemica della felicità

Fretta, nemica della felicità

Tutti tendiamo ad andare sempre più di fretta, al lavoro, a casa, persino in vacanza, anche se non sempre c’è un vero motivo per farlo.

Specialmente se viviamo in una grande città. È un tipico caso in cui entra in gioco l’energia dell’abitudine, trasmessaci dall’ambiente a cui apparteniamo, la quale ci spinge con forza, senza che ce ne rendiamo troppo conto, ad assumere certi stati mentali.

Ma c’è un antidoto altrettanto potente che possiamo mettere in campo: l’energia della presenza mentale. Ecco come.

Nel blog Savor The Book, Lilian Cheung si pone questa domanda: come possiamo diventare consapevoli delle cattive abitudini, per poterle cambiare? La risposta, tratta da un libro di Thich Nhat Hanh, Answers From the Heart (pubblicato nel 2009 in Usa e non ancora tradotto in italiano), è molto illuminante, secondo me, perché va a toccare un fattore di malessere molto comune tra noi abitanti delle metropoli: la fretta.

L’energia delle abitudini negative cerca sempre di venie fuori, ma tramite la presenza mentale, sarete in grado di riconoscerla.

La presenza mentale ci aiuta a riconoscere le abitudini che ci hanno trasmesso i nostri antenati e genitori, o che abbiamo assimilato nel corso dell’infanzia. Spesso, il solo riconoscerle fa sì che allentino la propria presa. Supponete di avere l’abitudine di cadere preda della fretta, quando fate cose come cucinare o effettuare acquisti. Tramite la consapevolezza, potete riconoscere che passate da una cosa all’altra precipitosamente, cercando di finire prima possibile.

Poi vi accorgete che si è manifestata l’energia del fare in fretta. Allora inspirate ed espirate, e dite: “Mia cara energia dell’abitudine, eccoti ancora qui”.

E non appena la riconoscerete, essa perderà la sua forza.

Poi ritorna ancora, voi fate lo stesso, e lei continuerà a perdere la propria forza. Non dovete combatterla, ma solo riconoscerla e sorriderle. Ogni volta che la riconoscerete, diventerà un pochino più debole, fino a quando, alla fine, non potrà più esercitare alcun controllo su di voi.

Il metodo è chiaro: non sentirsi in colpa, non cercare di combattere lo stato mentale negativo, ma solo riconoscerlo. Sorridergli, persino.

Lo si può applicare facilmente a molte altre abitudini negative.

Scommetto che può essere utile anche a chi vuole smettere di fumare. Perché non provare?

Per approfondire ancora un po’, consiglio di leggere questo brano di Thich Nhat Hanh, in particolare al paragrafo “Sono a casa, non ho più bisogno di correre”.

Fonte: http://zeninthecity.org


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Feb 04

Cos’è il wabi-sabi?

Cos’è il wabi-sabi?

Wabi-sabi (in Kanji: 侘寂) costituisce una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose.

L’espressione deriva da due caratteri 侘 (wabi) e 寂 (sabi):

tale visione, talvolta descritta come “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” deriva dalla dottrina buddhista dell’anitya (sanscrito, giapp. 無常 mujō; impermanenza).

Secondo Koren, il wabi-sabi è la più evidente e particolare caratteristica di ciò che consideriamo come tradizionale bellezza giapponese dove “occupa all’incirca lo stesso posto dei valori estetici come accade per gli ideali di bellezza e perfezione dell’Antica Grecia in Occidente“.

Andrew Juniper afferma che “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi“.

Richard R. Powell riassume dicendo “(il wabi-sabi) nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto“.

Le parole wabi e sabi non si traducono facilmente.

Wabi si riferiva originariamente alla solitudine della vita nella natura, lontana dalla società; sabi significava “freddo“, “povero” o “appassito“.

Verso il 14esimo secolo questi significati iniziarono a mutare, assumendo connotazioni più positive.

Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto.

Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.

Sia wabi che sabi suggeriscono sentimenti di desolazione e solitudine.

Nella visione dell’universo secondo il Buddhismo Mayahana, questi possono essere visti come caratteristiche positive, che rappresentano la liberazione dal mondo materiale e la trascendenza verso una vita più semplice.

La filosofia mahayana stessa, comunque, avverte che la comprensione genuina non può essere raggiunta attraverso le parole o il linguaggio, per questo l’accettazione del wabi-sabi in termini non verbali può costituire l’approccio più giusto.

I concetti di wabi e sabi sono originariamente religiosi, ma l’uso che si fa attualmente di queste parole in giapponese è spesso abbastanza causale. In ciò si può notare la natura sincretica dei sistemi di credenze giapponesi.

Una traduzione molto semplice di wabi-sabi potrebbe essere bellezza triste.

—-

Cos’è il wabi-sabi?
Uso questo termine perchè riassume in una “sola” parola un concetto molto importante.

Uno dei più grandi architetti della storia, Frank Loyd Wright, sosteneva che una costruzione ma più in generale una cosa dovrebbe avere in se la bellezza.

La bellezza deve derivare dalla forma e dal modo in cui è costruita una qualsiasi cosa, non da cosa gli si mette sopra per abbellirla. In termici di economicità potremmo dire che una costruzione wabi-sabi, non necessiterebbe di aggiunte puramente estetiche e costose.

Il wabi-sabi è un ideale artistico tipicamente giapponese che descrive la bellezza di oggetti di fattura rustica e non rifinita, solitamente caratterizzati da un uso di materiali naturali grezzi, da superfici ruvide o corrose dalle intemperie, da assenza di forme geometriche regolari e dai colori scuri o neutri.

Il termine, nato durante il periodo Ashikaga in relazione all’estetica della cerimonia del tè e successivamente allargato a comprendere forme d’arte diverse, è ricco di rimandi a concezioni filosofiche, religiose e morali taoiste e buddhiste e soprattutto alla dottrina del buddhismo zen (l’apprezzamento di una vita a contatto con la natura, la transitorietà del creato e l’inafferrabilità della sua essenza, ecc.).

Calato nel nostro abitare diremo semplicemente che è la bellezza delle cose imperfette, grezze, senza inutili aggiunte prettamente estetiche; è la bellezza delle cose umili e modeste, semplici (lo spendere tanto non è sempre sinonimo di bello), è la bellezza delle cose insolite, diverse, originali.

Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.geometramoro.cassola.info

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Gen 28

Svegliare l'equilibrio che riposa

Svegliare l'equilibrio

C’è un equilibrio interno al corpo che riposa silente tra gli organi. Lo shiatsu sveglia e libera questa armonia, portando caldo nel freddo, stasi nell’eccesso di moto, dinamismo nella stagnazione.

Toccare, sentire, dare

Prima di approfondire le caratteristiche che distinguono il massaggio shiatsu da qualsiasi altra tecnica, vale la pena sottolineare quanto delicata e importante sia la scelta di farsi massaggiare. Una seduta di massaggio è una vera e propria esplorazione della dimensione emotiva che può aprire vasi di pandora, possibilità, sensazioni da assimilare e digerire con la dovuta quiete.

Il massaggio è un vero e proprio, letterale “mettersi nelle mani di qualcuno“, consegnare i serbatoi di emozioni che ci abitano. Per questo ogni seduta ha una valenza sacra e irripetibile.

Il massaggio shiatsu: agopuntura senza aghi

Lo shiatsu è il frutto del matrimonio duraturo e felice tra Do-in e Anma, ovvero tra automassaggio e tecniche rivolte a terzi. A portare avanti questa fertile ibridazione sono stati monaci venuti a contatto con le discipline corporee interne alla Medicina Tradizionale Cinese e portate poi in Giappone tra il VII e il VIII a.C.

I punti di contatto con i principi del sistema tradizionale cinese sono moltissimi. Un piccolo esempio? Shiatsu – Come praticare l’antica arte giapponese dell’agopuntura senza aghi è il titolo di un bel libro scritto da Wataru Ohashi che esplora l’efficacia terapeutica dello shiatsu sotto diversi punti di vista. Ma perché nel titolo l’arte viene definita “agopuntura senza aghi“?

Non si usano gli aghi, ma la pressione delle dita viene esercitata sui punti vitali dell’agopuntura. Gli stili principali sono due: Namikoshi e Masunaga.

Il primo stile, Namikoshi, si caratterizza per l’utilizzo dei pollici sovrapposti e si basa su una mappa che codifica una serie di punti anatomo-fisiologici (inserzioni muscolari, innervazioni, gangli linfatici ecc.). Le pressioni sono ripetute più volte sullo stesso punto prima di passare ad altro punto del corpo.

Lo stile Masunaga invece si caratterizza per l’utilizzo di pressioni con nocche, gomiti e ginocchia; una mano, la mano “madre“, tiene con varie modalità la zona del corpo trattata, mentre l’altra mano (o gomito o ginocchio) opera con pressioni che si spostano lungo i meridiani; la mappa si basa sulla riscrittura originale dei percorsi energetici operata dallo stesso Masunaga.

Esiste poi lo stile della doppia pressione che unisce fondamenti di MTC, filosofia taoista e teoria della complessità, caratterizzato da pressioni simultanee su più punti o aree.

Più a fondo nello shiatsu

L’alternanza impera durante un trattamento shiatsu, la stessa alternanza che il bianco e il nero del Tao invitano a osservare e onorare. L’efficacia del trattamento riposa infatti sul passaggio continuato tra momento attivo e momento passivo; il terapeuta infatti stimola l’energia attraverso le pressioni lungo i meridiani sui punti Tsubo, le rotazioni delle articolazioni e gli stiramenti muscolari per poi passare a un fase più passiva di rilassamento e consapevolezza.

Il calore arriva laddove il freddo genera stagnazione, l’apertura cerca uno spazio nelle aree del corpo che hanno chiuso possibilità alla trasformazione, la stasi pacifica quieta zone eccessivamente dinamiche. Lo shiatsu cerca nel corpo l’equilibrio che nel corpo riposa silente in attesa di essere liberato e sprigionarsi attraverso i canali energetici.

A cura di Elisa Cappelli.

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