Gen 01
Sentire il cervello

Sentire il cervello

J.K: Quando i muscoli sono sentiti, sono liberi da tutti i condizionamenti, perché la sensazione libera le tensioni e le reazioni. I muscoli sono ricondotti al loro stato naturale. Potete sentire il cervello nello stesso modo, anche se questo è ignorato in neurologia. Quando il cervello è sentito, si distende completamente e tutte le sue vibrazioni rallentano. Quando il cervello è profondamente disteso, non c’è più localizzazione; così non ci può essere concettualizzazione. Non potete più pensare, perché pensare è una localizzazione, principalmente situata nella regione frontale. Così non è necessario difenderci dal pensare, ma semplicemente arrivare allo stato assoluto di rilassamento del cervello.

Le funzioni e le attività appartengono alla mente e la mente funziona nello spazio-tempo. Nel rilassamento profondo, siete liberi dal pensiero e allora siete liberi dallo spazio e dal tempo che non sono che dei pensieri. Quando siete liberi dallo spazio e dal tempo, non c’è che una costante presenza che non può essere trovata, descritta o localizzata.

Parlo solo dopo la mia propria esperienza, dicendo che è una presenza costante, dove nessuno, niente, è presente. E’ pericoloso esprimerlo anche poeticamente, ma l’espressione più appropriata per me è che è una costante corrente d’amore. Quando il cervello è veramente sentito, siamo distolti dalle fissazioni, dalle localizzazioni nel cervello. Abbiamo l’impressione di essere in espansione nel nostro corpo. Questa sensazione d’espansione è l’inizio della meditazione. La meditazione non è che l’atto di rilassare il cervello che fa sempre qualcosa. Esattamente come possiamo liberare i muscoli dai condizionamenti, dai residui del passato, allo stesso modo possiamo liberare il cervello dalle funzioni e dalle attività. Può darsi che ne abbiate già avuto l’esperienza. Prima che il cervello concettualizzi, cerchi delle parole e pensi, c’è una pura percezione. Ma siamo tanto abituati al riflesso d’analisi, di paragone e altro che sappiamo poco di una pura percezione.

Ci sono numerosi “trucchi” per fermare il pensiero, ma creano solamente una fissazione su qualche oggetto sottile, mentre la meditazione è completamente senza oggetto. La meditazione non comincia con la ricerca di uno stato. Questo non-stato è la corrente, la presenza che non è toccata dal funzionamento mentale. E’ solo l’ignoranza che attribuisce questa presenza, questa gioia, all’assenza d’oggetto. Se restate convinti che la tranquillità si trova nell’assenza d’oggetto, non diventerete mai liberi dalla dualità. La presenza è al di là della presenza o dell’assenza d’oggetto, al di là della mente, al di là del cervello. Tutto questo appare e scompare nella presenza senza limite che non è oggetto.

Quando sentite il cervello come sentite i vostri muscoli, non è con l’intenzione d’interferire con il funzionamento del cervello: è molto semplicemente la sensazione, sentire il cervello senza cercare risultato. E’ uno sguardo innocente che libera il cervello dal cervello. Questo vi porta a essere libero dal meditante, da chi agisce e che non è altro che una costruzione mentale. Così quando sentiamo così profondamente il corpo, siamo nel corpo in espansione, come siamo in espansione quando sentiamo il cervello: allora la meditazione è qualcosa di totalmente differente.

La maggior parte delle tecniche, di cui molti sono pratici in certi monasteri, mettono l’accento sull’arresto della funzione del cervello. Possiamo allora essere liberi dai contenuti del cervello, ma i contenuti non sono il problema. La vera finalità non è di esplorare i contenuti, ma il contenitore. Il contenitore non è l’assenza del contenuto, come il gusto della bocca stessa non è l’assenza di altri gusti. Così, quando c’è una assenza d’attività del cervello, non vivete l’assenza d’attività del cervello, ma vivete la presenza. Siate in identità con la presenza, che non è una relazione soggetto-oggetto.

Se lasciate la relazione soggetto-oggetto e vivete in identità, allora succede qualcosa nel corpo, nel cervello. L’energia non attraversa più le antiche vie. C’è improvvisamente rettificazione. Siete la presenza, non la tranquillità della mente, così il cervello funziona quando c’è bisogno di funzionare. Se è chiamato a pensare, pensa. Quando non c’è niente da pensare, non c’è nessun ruolo da assumere. Il cervello è un organo come un altro. Nello stato di distensione, il cervello è vuoto, ma voi siete talmente abituati ad avere un oggetto nella vostra mente che speso ignorate il vuoto della mente. Ci sono molti momenti della vita quotidiana dove la mente è libera dal pensiero, ma il riflesso di riferirsi agli oggetti e allontanarsi dal cervello vuoto è molto forte, perché questo stato vuoto è considerato come uno schermo bianco.

In questo schermo bianco, si mette l’accento nell’assenza di pensiero, l’assenza d’oggetto, invece della coscienza senza oggetto, la presenza. Generalmente conosciamo solo la coscienza come un oggetto, essere coscienti di qualcosa, anche se è la coscienza della tranquillità, della pace e così via. Sono ancora oggetti, stati, che vi mantengono nella cornice della dualità. La coscienza senza oggetto vi è sconosciuta; tuttavia è ciò che vi è più vicino, la vostra vera natura, ciò che siete. Questa presenza non può essere sperimentata come gioiosa o senza gioia. E’ senza nessuna qualità. Semplicemente è.

La tranquillità di cui parliamo, che è al di là del non-funzionamento della mente, è il risultato della comprensione. Quando è compreso profondamente che non c’è niente da raggiungere, niente da compiere o da diventare, che tutto ciò che cercate è qui come questa sedia sulla quale sedete, solo questo può condurvi al silenzio.

Ho parlato di un approccio pratico per arrivare a questa comprensione, sentendo il cervello, come uno scienziato che vi mostra i passaggi che lo hanno portato alle sue convinzioni. Notate che siete costantemente in uno stato di compiere qualcosa o di diventare qualcosa. Basta vederlo. In questo istante, siete fuori dal riflesso automatico, meccanico. Quando diventate coscienti del riflesso, la coscienza è essa stessa fuori dalla funzione. Siate con questo sguardo innocente. Il cervello è un oggetto percepito come sono percepite le orecchie. E’ una sensazione come si può sentire la mano. Quando esplorate la sensazione delle vostre mani, accedete a differenti livelli di sensazioni. E’ lo stesso con il cervello.

Il cervello è in un certo modo dipendente dagli altri organi, in particolare dagli occhi. Quando guardiamo le cose con lo scopo di scegliere, come facciamo di solito, questo lede il cervello. I nervi ottici sono molto vicini al cervello; così, quando gli occhi sono sotto tensione, anche il cervello lo è. Lasciar andare le tensioni negli occhi e nel cervello è una scienza che si deve imparare. Il lasciar andare vi porta ad uno stato di disponibilità. Siete pronti, disponibili, innocenti in uno stato di accoglienza.

D: Quando si sente il corpo disteso, lo sentiamo prima pesante. Possiamo sentire anche il cervello pesante?
R:
Si. E’ dapprima sentito come un peso, e dopo si sentono delle vibrazioni in espansione. Si può sentire il cervello energetico come si sentono gli altri organi. Contattando la sensazione del cervello, non si è più complici del condizionamento e si ritorna allo stato primordiale. Nella sensazione, non c’è posto per qualcuno che agisce, un pensatore, un “io”, perché quando siete uno con la sensazione, non potete avere un altro pensiero.

D: Potete palare un po’ di più del momento in cui la meditazione comincia?
R:
Nel momento d’assenza del pensatore, di colui che agisce, c’è meditazione.

D: C’è meditazione anche quando ci sono dei pensieri nella mente?
R:
Si, perché la meditazione è al di là dell’attività della mente. Gli occhi, le orecchie, tutti gli organi dei sensi sono aperti, ma l’accento non è messo su di loro. C’è udito, visione e così via, ma niente è udito o visto perché colui che vede o ode è assente. Senza soggetto, non c’è oggetto.

D: Quando l’organo cervello ritrova il suo stato naturale in cui non c’è più niente da ascoltare o da pensare, è la meditazione?
R:
No, il vuoto del cervello è ancora uno stato. La mente ha dei momenti di silenzio perfetto, ma è una mente silenziosa, non è la meditazione. Ciò che voi siete, è al di là della mente.

D: E’ la presenza che è presente nella meditazione della mente silenziosa?
R: Si, è lo stato sahaja eternamente presente dove la mente appare silenziosa o in movimento e voi compite ciò che la vita vi domanda, ma siete costantemente nella vostra essenza senza tempo . E’ la vita attiva che funziona in accordo con la situazione senza un me o un “io”. Quando siamo presenti, non siamo più localizzati. Siamo localizzati nella non-localizzazione. Siamo semplicemente aperti dove niente è oggettivo. Vivendo in questa apertura, a un certo momento si produce un transfert e siamo aperti all’apertura. Questa è la vera meditazione dove non c’è più il meditante e niente su cui meditare. Il corpo non è che memoria. Non è questo il vero corpo che si sveglia la mattino. E’ solo la memoria, gli schemi. Ma quando ascoltate il corpo, quando ascoltate senza nessuna intenzione, appare un’intera tavolozza di sensazioni. Quando il corpo è ascoltato, è completamente sentito, perde la sua consistenza e si trova in espansione. E’ sentito più liquido, più fluido, non ha contorni, non ha centro. Questa leggerezza, questa fluidità è il corpo organico e, una volta che ne diventate cosciente, vi solleciterà. La memoria organica d’espansione un giorno sarà completamente integrata nell’espansione globale. Sentire il corpo è guarire il corpo, perché difesa, reazione, paura, tensione sono delle contrazioni. Quando parliamo della paura o dell’ansia, l’abbiamo già sentita a livello del corpo come una sensazione. Ma la concettualizziamo. Noi ci allontaniamo dalla paura per andare verso la parola paura. Così, per far fronte alla paura, dobbiamo ritornare alla percezione originale della paura al livello del corpo. Pertanto, sentendo il corpo, non mettiamo l’accento su ciò che sentiamo, la tensione, ma mettiamo l’accento sull’ascolto, la coscienza. Può accadere che siamo abituati a rilassare le spalle o le braccia, ma questo è nuovo per il cervello. Sentendo il cervello, sentiamo prima il suo peso. Allora, perde ogni sostanza, e abbiamo la sensazione come se non ci fosse più la testa. La testa è completamente in espansione e scompare. Quando la testa è veramente sentita, la maggior parte degli organi è completamente rilassata, specie gli occhi, che sono sempre in procinto di scegliere e di cercare sicurezza.

Se non potete sentire il cervello subito, cominciate con gli occhi. Sentite la loro cavità e seguite il nervo ottico penetrare il cervello. Quando il cervello sarà rilassato, si avrà una sensazione di spazio attorno a lui. Fatene un oggetto della vostra coscienza e vi dissolverete nello spazio. Alla fine c’è una fusione tra l’osservatore e ciò che è osservato e non c’è che presenza.

D: Quando il cervello è profondamente disteso, c’è una sensazione di pace, di felicità.
R:
Sono esperienze gradevoli, è vero, ma il piacere è una gioia degenerata. La vera felicità è nella scomparsa del me, nell’essere Uno con il cosmo. La felicità è espansione, il piacere è una contrazione. Nel piacere c’è ancora la persona che sperimenta qualcosa.

D: Sebbene certi stati diano una sensazione di benessere, voi raccomandereste di evitarli?
R:
Si, perché attribuite ancora la vostra sensazione di benessere a una causa. Nel momento di vero benessere, non c’è né causa né qualcuno che è felice. C’è solo la felicità. Più tardi, la mente dice “sono felice a causa di questo stato o di quello”. La ricerca degli stati è una fuga, una compensazione, questo vi attacca all’oggetto.

D: Se sentiamo il cervello pienamente giusto prima di addormentarci, è possibile svegliarci essendo all’erta, che è lo stato naturale del cervello, o il cervello può rientrare nelle vecchie abitudini di contrazione durante il sonno?
R:
Si, il cervello può tornare nello stato antico. Ma se rilassate il cervello alla sera e sentite il cervello nella vita quotidiana, e vedete quando è teso, allora verrà sicuramente un momento in cui funzionerà in modo naturale. Quando guidate la vostra auto e notate che le spalle sono tese, potete rettificare dieci volte, ma un giorno la sensazione delle spalle non apparirà più. Così funzionate in modo appropriato alla guida.

D: Così quando dite, come fate spesso, che il corpo si sveglia nella coscienza, volete dire che il corpo si sveglia anche in questo stato vivace, pronto, all’erta, del cervello rilassato?
R:
Assolutamente.

D: Quando conduciamo un oggetto visto verso lui che vede, a un certo momento c’è un rovesciamento dell’oggetto nella percezione stessa. Ma quando l’oggetto di percezione è rilassato, il cervello pronto, c’è ancora un rovesciamento verso chi percepisce o è più come ingrandire, una espansione della coscienza?
R:
Assolutamente in espansione, si. Quando sentite il cervello, lo conducete al suo stato naturale di distensione, perché deve essere rilassato per essere sentito. Numerose parti del cervello sono bloccate, perché sono contratte per l’utilizzazione abituale dell’immagine – io. Noi viviamo solo una frazione del nostro cervello. L’attenzione che portate per sentire il cervello, non è un’attenzione con intenzione. Quando questo accade, c’è fissazione. Quando pensate “sono attento”, non siete attento. Semplicemente esplorate con innocenza.

Fonte: http://www.gianfrancobertagni.it

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Dic 24
Dalai Lama

Dalai Lama

“La tradizione antica che collabora con la scienza moderna: ecco la mia visione dell’insegnamento e della ricerca”. È un Dalai Lama sorridente, ma anche disorientato e forse infastidito da un eccessivo clamore, quello che si è presentato all’università di Roma Tre per ricevere la laurea honoris causa in Biologia. Gremita l’aula magna. Oltre mille giovani hanno partecipato alla cerimonia (tra loro, ma in minoranza, anche monaci tibetani e fedeli buddisti), e centinaia di studenti, docenti e ricercatori rimasti fuori si sono dovuti accontentare dei maxischermi allestiti in alcune aule della facoltà di Lettere.

Accolto con grida e tifo da stadio e decine di fotografi e operatori che non gli lasciavano nemmeno lo spazio per raggiungere la propria postazione da “candidato”, Tenzin Gyatzo, il quattordicesimo Dalai Lama, ha voluto dedicare gran parte della propria lezione magistrale agli studenti e ai giovani, ascoltando a lungo le loro domande.

Si trattava, in effetti, di un’occasione unica nel suo genere: era la prima volta che il Dalai Lama riceveva l’alto riconoscimento in una disciplina scientifica. “All’origine del conferimento della laurea honoris causa in Biologia - ha spiegato il rettore dell’ateneo, Guido Fabiani - c’è l’interesse che lei ha dimostrato per la scienza e le sue applicazioni e, in particolare, il riconoscimento per l’impegno che l’ha distinta a livello internazionale nel contribuire a tenere vivo il dialogo tra scienza e spiritualità, tra scienza e religione. Se quest’uomo non fosse diventato monaco - ha spiegato il rettore - sarebbe diventato un ottimo ingegnere”.

Tra le domande degli studenti, molte proprio sull’interesse che il Dalai Lama ha dimostrato nel dialogo tra spiritualità orientale e scienza occidentale: “Se - ha spiegato il religioso - nello studiare qualcosa troviamo che c’è ragione o prova di esso, dobbiamo accettare la validità, anche se è in contraddizione con le spiegazioni naturali delle scritture. La didattica moderna - continua, rivolgendosi agli studenti delle facoltà scientifiche - si concentra molto sulla conoscenza, sul cervello, ma trascura l’aspetto etico-morale. Per questo mi sento di lanciare un appello: pensiamo di più, insieme alla parte scientifica, a promuovere l’etica e il cuore. Solo attraverso questa via si può vedere più chiaramente la realtà. Per questo - aggiunge - serve una mente più compassionevole, più calma e con più empatia, elementi fondamentali per una vita felice“.

Temi di stretta attualità, che suscitano spesso lunghi applausi, come quando ad esempio si parla dell’etica laica: “Dobbiamo rispettare tutte le religioni e dobbiamo rispettare anche coloro che non credono. Tra religione e materialismo dovremmo sempre scegliere una terza via: una vita etica, morale, di consapevolezza. E proprio voi giovani potete contribuire a questo”.

Amerigo, studente di Ecologia, chiede al Dalai Lama: “Siamo indotti a pensare che con la morte tutto sarà finito. È vero questo? Ha il buddismo un antidoto a questa nostra convinzione? E questa esperienza è accessibile a noi giovani occidentali?”. La prima risposta, su due piedi, è: “Non lo so”. Scherza il Dalai Lama: la domanda, in effetti, era posta in modo molto complesso, mentre lui ha sempre cercato di utilizzare concetti e parole semplici. Poi si torna sui toni seri e inizia una piccola lezione sull’identità del : “Il concetto buddista è che corpo e anima sono collegati. Il corpo cambia durante la vita, ma tra l’io, il corpo e la mente c’è un collegamento molto stretto. La morte - aggiunge - fa parte della nostra vita. Così come tutte le tradizioni che contemplano la vita dopo la vita, il buddismo pensa che ci sia una rinascita. La morte è soltanto un cambiamento del corpo, ma non del sé”. E a chi gli domandava quale fosse la strada per raggiungere la felicità e la pace interiore, la risposta è quella più semplice: “La fede in Dio, chiunque esso sia. La religione allevia la sofferenza e dà speranza“.

“Il buddismo - chiede Elena, studentessa di Cinema - ci insegna che tutti i problemi provengono dalla mente. Nonostante questo, siamo circondati da situazioni esterne come la guerra, la povertà e le discriminazioni sociali, che causano sofferenza. Come possiamo conciliare queste due idee?”. “È vero - risponde il Dalai Lama - tutta la sofferenza proviene dalla mente. Pensiamo ad esempio al terrorismo: questo proviene dall’odio, e il problema si trova nella nostra mente. L’inquinamento, ancora, proviene dal riscaldamento dell’atmosfera, che proviene dall’avidità, anch’essa nella nostra mente. Alla base di tutto questo - continua - vi è l’ignoranza: sviluppiamo il cervello! L’ignoranza si ridurrà e queste sofferenze non si verificheranno più. E poi aggiungo: per odio e avidità l’antidoto è la tolleranza. Cerchiamo di essere più compassionevoli, contribuiremo a ridurre i problemi”.

“Giovani, non aspettatevi troppo”, risponde poi sorridente a Viola, studentessa di lettere, che gli ha posto una domanda sulla possibilità dei giovani occidentali di comprendere profondamente il , così come i tibetani: “Non tutti i problemi del male possono essere risolti con la tradizione tibetana. Per questo - continua - ai giovani italiani dico: dovete trovare la risposta ai vostri problemi secondo la vostra tradizione. Cercare altrove non serve“. E poi, scherzando: “Se i problemi sono vostri, ve li dovete risolvere da soli”.

Il momento più commovente della cerimonia è sicuramente l’ultima domanda, quella posta da Diki, una studentessa tibetana che da sei anni vive in Italia. Dopo essersi laureata all’università di Trento con una tesi sui tibetani in esilio, si sta specializzando a Roma sui diritti delle minoranze. Commossa e con la voce che trema, chiede: “La politica del Dalai Lama è quella della non violenza. Pensando al Tibet e alla Cina, che cosa può fare il Dalai Lama per aiutare un popolo oppresso che sta soffrendo?”. Scrosciano gli applausi, tanti in sala espongono bandiere e striscioni inneggianti al Tibet libero dall’oppressione cinese che dura da più di 47 anni e a causa della quale hanno perso la vita oltre un milione di tibetani.

Il Dalai Lama, capo del governo tibetano in esilio e premio nobel per la Pace nel 1989, risponde con molta franchezza: “Apprezzo molto la preoccupazione per il destino dei tibetani. La nostra lotta è basata su una rigorosa non violenza e sul pensiero compassionevole, per questo tendiamo a minimizzare i sentimenti negativi nei confronti dei cinesi. Un mio vecchio amico che ha trascorso 18 anni nei gulag cinesi è venuto da me e mi ha detto di aver visto poche occasioni di pericolo. Tra queste, gli ho chiesto, quali? E lui: ‘Il rischio di perdere la compassione verso i cinesi’. Vedete - aggiunge - il fondamento del nostro pensiero è di considerarli fratelli, anche se continuano a fare male al nostro popolo, questo è il puro significato della non violenza. Noi i problemi con la Cina vogliamo risolverli, ma per fare questo la Cina ci deve dare autonomia, dobbiamo poter preservare la nostra cultura e la nostra lingua. Se la Cina - conclude - vuole essere una superpotenza rispettata a livello mondiale, basta con le mistificazioni della realtà, gli attacchi alla libertà personale e alla libertà di stampa: la Cina dev’essere ragionevole. E non riusciamo a capire perché, a queste nostre domande, la Cina non risponde in maniera favorevole“.

(14 ottobre 2006)

Di Daniele Semeraro.

Fonte: http://www.repubblica.it/

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Dic 07
Libero arbitrio

Libero arbitrio

Un modo per gettare un po’ di luce sul problema del libero arbitrio può essere quello di esaminare al suo posto ciò che io credo sia un problema equivalente, ma che richiede l’uso di termini meno pregnanti. Invece di chiedere: “II sistema X è dotato di libero arbitrio?”, chiediamo: “II sistema X compie delle scelte?”, cercando di stabilire con cura che cosa intendiamo realmente quando decidiamo di descrivere un sistema, meccanico o biologico che sia, come capace di compiere delle “scelte”. Sarà utile esaminare da questo punto di vista alcuni sistemi differenti che, in varie circostanze saremmo tentati di descrivere come capaci di compiere scelte. A partire da questi esempi potremo imparare qualcosa su ciò che vogliamo realmente dire con questa espressione.

Prendiamo come paradigmi i seguenti sistemi: una pallina che rotola lungo una collina sassosa, un calcolatore tascabile che trova cifre successive dell’espansione decimale della radice quadrata di due; un programma complesso che gioca discretamente a scacchi; un robot in un labirinto a T (un labirinto con una sola biforcazione, in un lato della quale vi è un premio); e un essere umano di fronte a un complicato dilemma.

Prima di tutto, che cosa possiamo dire della pallina che rotola giù per la collina? Compie delle scelte? Credo che diremmo tutti di no, anche se nessuno di noi è in grado di prevedere il suo tragitto neanche per una distanza molto breve. Abbiamo la sensazione che non potrebbe percorrere una strada diversa da quella che percorre e che è semplicemente spinta avanti dalle inesorabili leggi della natura. Naturalmente, nella nostra fisica mentale aggregata, possiamo immaginare molti cammini “possibili” per la pallina e vediamo che nel mondo reale essa ne segue solo uno. A un qualche livello della nostra mente, quindi, non possiamo fare a meno di pensare che la pallina ha “scelto” un singolo cammino tra la miriade di quelli mentalmente possibili; ma a un qualche altro livello della nostra mente sentiamo istintivamente che la fisica mentale è solo un ausilio per la costruzione al nostro interno di modelli del mondo e che i meccanismi che fanno avvenire le sequenze fisiche reali di eventi non richiedono che la natura passi attraverso un processo analogo, per cui prima si fabbricano tutte le possibili varianti in qualche universo ipotetico (il “cervello di Dio”) e poi si sceglie tra di esse. Così non definiremo questo processo una scelta, anche se riconosciamo che, da un punto di vista pragmatico, in casi come questo è spesso utile usare tale termine in virtù del suo potere evocativo. E che dire del calcolatore programmato a calcolare le cifre della radice quadrata di due? Che dire del programma che gioca a scacchi? In questi casi potremmo dire che abbiamo a che fare con “palline immaginarie” che rotolano lungo “colline immaginarie”. In realtà, i motivi per dire che non vengono effettuate scelte sono qui, se possibile, più forti che nel caso della pallina. Infatti, se si cerca di ripetere l’esperimento della pallina, si osserverà senza dubbio un percorso totalmente diverso, mentre se si fa andare di nuovo il programma per la radice quadrata di due si otterrà sempre lo stesso risultato. La pallina sembra “scegliere” ogni volta un percorso diverso, per quanto si cerchino di riprodurre le precise condizioni della sua prima discesa, mentre il programma ogni volta gira esattamente nello stesso modo. Nel caso dei programmi che giocano a scacchi, invece, vi sono varie possibilità. Con certi programmi, se si gioca prima una partita e poi se ne comincia una seconda facendo le stesse mosse della prima, questi programmi muoveranno esattamente nello stesso modo, dando l’impressione di non avere imparato niente e di non avere alcun desiderio di varietà. Vi sono altri programmi che hanno elementi aleatori, i quali conferiranno un po’ di varietà al gioco, ma senza che si manifesti alcun intento profondo. Tali programmi possono essere riazzerati, riportando il generatore interno di numeri casuali nella sua posizione iniziale; in questo caso si ripeterebbe ancora esattamente lo stesso gioco. Vi sono poi i programmi che imparano dai loro errori e cambiano la loro strategia a seconda dell’esito di una partita. Tali programmi non giocherebbero la stessa partita due volte di seguito. Naturalmente, si potrebbero riportare indietro le lancette dell’orologio, cioè si potrebbero cancellare tutti i cambiamenti che ci sono stati nella memoria e che rappresentano l’apprendimento, così come si può azzerare il generatore di numeri casuali; ma questo non mi sembrerebbe un gesto cortese. E oltre tutto, esiste forse qualche motivo per supporre che noi saremmo in grado di cambiare qualcuna delle nostre decisioni passate se ogni minimo dettaglio della situazione, compreso naturalmente il nostro cervello, fosse riportato nelle stesse identiche condizioni in cui si trovava la prima volta?

Ma torniamo al problema se sia o no applicabile qui il termine “scelta”. Se i programmi non sono nient’altro che “palline immaginarie che rotolano lungo colline immaginarie”, compiono scelte o no? Naturalmente la risposta non può che essere soggettiva, ma direi che in questo caso valgono più o meno le stesse considerazioni fatte per la pallina. Tuttavia vorrei aggiungere che la motivazione ad usare la parola “scelta”, sia pure solo come abbreviazione comoda ed evocativa, diventa molto forte. II fatto che un programma che gioca a scacchi esamini in precedenza i vari possibili percorsi che si biforcano, proprio al contrario della pallina che rotola, lo rende molto più simile a un essere animato di un programma che calcola la radice quadrata di due. Tuttavia non c’è ancora qui nessuna profonda autoconsapevolezza e nessun senso di libero arbitrio.

Immaginiamo infine un robot che ha un repertorio di simboli. Questo robot è messo in un labirinto a T; tuttavia, invece di andare alla ricerca del premio, è preprogrammato ad andare a sinistra ogni qualvolta la cifra successiva della radice quadrata di 2 è pari, e a destra ogni qualvolta è dispari. Ora questo robot è in grado di costruirsi nei suoi simboli un modello della situazione, cosicché può osservarsi mentre compie delle scelte. Se ogni volta che il robot si avvicina al T gli si chiedesse: “Sai in che modo girerai questa volta?”, dovrebbe rispondere “No”. Per procedere dovrebbe attivare la sua subroutine per la decisione, la quale calcolerebbe la cifra successiva della radice quadrata di due e la decisione sarebbe presa. Tuttavia il meccanismo interno della subroutine di decisione è sconosciuto al robot: esso è rappresentato nei simboli del robot semplicemente come una scatola nera che decide “sinistra” o “destra” mediante qualche regola misteriosa e apparentemente casuale. A meno che i simboli del robot non siano in grado di rilevare il battito nascosto della radice quadrata di due che fornisce gli S e i D, esso rimarrà sconcertato dalle “scelte” che sta facendo. Ora un tale robot compie delle scelte? Mettiamoci nei suoi panni. Se fossimo intrappolati dentro una pallina che rotola lungo una collina, senza alcun potere di modificarne il cammino e tuttavia in grado di osservarlo con tutta la nostra intelligenza umana, avremmo la sensazione che il cammino seguito dalla pallina abbia richiesto delle scelte? Naturalmente no. Se la nostra mente non influenza l’esito degli avvenimenti non ha alcuna importanza che siano presenti o meno dei simboli.

Modifichiamo ora il nostro robot: permettiamo ai suoi simboli, compreso il suo simbolo del , di influenzare la decisione che viene presa. Abbiamo allora un programma che gira pienamente determinato dalle leggi fisiche, e che però sembra avvicinarsi all’essenza della scelta molto più profondamente di quanto non abbiano fatto gli esempi precedenti. Quando il concetto aggregato del sé entra in scena, cominciamo a identificarci con il robot, perché vi troviamo una somiglianza con il tipo di cose che facciamo noi. Non è più come il calcolo della radice quadrata di due, in cui nessun simbolo sembra controllare la decisione presa. Senza dubbio, se si osservasse il programma del robot a un livello molto locale, si troverebbe che esso è estremamente simile al programma che calcola la radice quadrata. Si esegue un passo dopo l’altro e alla fine l’esito è “destra” o “sinistra”. Ma ad alto livello possiamo osservare il fatto che vengono usati dei simboli per fare un modello della situazione e per influenzare la decisione. Questo altera radicalmente il nostro modo di considerare il programma. A questo stadio, è entrato in scena il significato: lo stesso genere di significato di quello che manipoliamo con la nostra mente.

Ora, se al robot qualche agente esterno suggerisce “S” come prossima scelta, il suggerimento verrà preso e incanalato nella massa turbinante dei simboli interagenti. Là sarà risucchiato inesorabilmente fino ad interagire con il simbolo del sé, come un battello che è attirato in un gorgo. Questo è il vortice del sistema, in cui tutti i livelli s’intersecano. Qui “S” incontra una Gerarchia Aggrovigliata di simboli ed è trasportato su e giù attraverso i livelli. Il simbolo del sé non è in grado di controllare tutti i suoi processi interni e così, quando emerge la decisione effettiva (“S”, “D” o qualcosa di esterno al sistema), il sistema non sarà in grado di dire da dove provenga. A differenza di un normale programma per giocare a scacchi che non controlla se stesso e di conseguenza non ha la minima idea di come vengano decise le sue mosse, questo programma controlla se stesso e ha idee riguardo alle sue idee, ma non può controllare i suoi processi in tutti i suoi minimi particolari. e quindi ha una sorta di senso intuitivo del suo modo di procedere, ma non ne ha una piena comprensione. Da questa situazione di equilibrio tra conoscenza di sé ed ignoranza di sé proviene la sensazione del libero arbitrio.

Oppure si pensi a un programma per comporre musica e chiediamoci in quali circostanze ci sentiremmo a nostro agio nel considerarlo il compositore anziché uno strumento di un compositore umano. Probabilmente ci sentiremmo a nostro agio se all’interno del programma esistesse una conoscenza di sé in termini di simboli e se il programma possedesse quel delicato equilibrio tra conoscenza di sé ed ignoranza di sé. Che il sistema stia girando in modo deterministico non ha alcuna importanza; ciò che ce lo fa considerare “autore di scelte” è la possibilità di identificarci con una descrizione di alto livello del processo che ha luogo quando il programma gira. A basso livello (linguaggio macchina) il programma somiglia a qualsiasi altro programma; ad alto livello (descrizioni aggregate in blocchi), possono emergere qualità come “volontà”, “intuizione”, “creatività” e “coscienza”.”

(D. R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach, pp. 771-775)

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Il vero miracolo siamo noi

Il vero miracolo siamo noi

Quando ero ancora interessato alle domande (ed alle risposte), mi sono spesso sentito obbligato a farmene qualcuna. Per esempio, queste: “Perché gli esseri umani sono incapaci, nelle condizioni ordinarie, di conoscere il loro vitale Centro di Coscienza? Perché tutti noi siamo così assuefatti all’esistenza, da non chiederci mai cos’è che ci fa esistere? Cos’è che permette la comparsa di un essere vivente nella manifestazione della sua natura umana? Da dove provengono l’autodeterminazione, il libero arbitrio ed il potere di autogestione, come pure quest’energia che ci anima e che sembra essere sempre in carica? D’altra parte un’auto, quando finisce il carburante si ferma ma, anche quando ha il serbatoio pieno, ha bisogno di qualcuno che la guidi. Chi è che guida noi? È mai possibile che, in un qualunque momento della giornata, nessuno si fermi un attimo per collegarsi col proprio “interiore, al fine di cercar di comprendere, di rimuovere il dubbio, riguardo a questo miracolo vivente e pensante, che comprende tutti noi? Questo è uno dei molti motivi, per cui i Saggi dell’antichità pensavano che fosse estremamente difficile, per le persone comuni, scoprire la propria natura fondamentale. Ora, adesso che ho smesso di farmi le domande, sicuramente lo penso anch’io.

L’individuo mosso da abitudine, persino quando sente lo stimolo di trovare una fonte di conoscenza, è portato a ritenere che l’energia che lo anima, nonché quella da assorbire per sopravvivere, sia esterna a se stesso. Persino quando è di fronte a coloro che gli trasmettono la conoscenza, la tendenza è quella di vederli come fuori di sé, allo stesso modo in cui si vede tutto ciò che fa parte della nostra vita quotidiana. Perciò, poi è difficile che la persona trovi un valore in questa esperienza spirituale; al massimo può arrivare a considerarla come un’avvincente sensazione emotiva, e null’altro. Com’è possibile che le parole di qualche individuo debbano mettere in moto una conoscenza spirituale che, di per sé, dovrebbe già essere nella mente di ciascuno di noi?

Sarebbe meraviglioso poter conoscere immediatamente la Verità, da se stessi, sulla propria natura interiore, senza manipolazioni da parte di entità esterne che devono mettere in moto l’energia dell’autocoscienza. Normalmente noi riteniamo che questo tipo di energia sia una sorta di miracolo, per la quale dovremmo ringraziare un qualche Sommo Creatore. Non ci sfiora minimamente l’idea che il VERO MIRACOLO, in realtà, siamo proprio noi stessi, in quanto prodotti della nostra stessa mente! Quando una persona ha imparato a mettere sotto osservazione la propria energia manifestata, l’energia personificata, questo sarà senz’altro il modo migliore per non sprecarla. Quando si parla di energia da visionare, non ci si riferisce soltanto all’energia vitale, anche se poi è proprio questa ad essere strettamente collegata e connessa a quella forma di Energia Superiore che attiva tutto l’Universo. A volte, situazioni che potrebbero essere superate facilmente con una consapevolezza attenta del nostro essere, provocano emozioni o tensioni così forti da bruciare tantissima di questa energia. Le condizioni reattive e coinvolgenti che, appunto non ci permettono di applicare la pratica di autoconsapevolezza, fanno esplodere grosse fiammate di scariche energetiche. Immaginate una persona che si arrabbi almeno una volta al giorno. È una cosa veramente impensabile quante energie essa sciupi! Oppure, chi non adegua i propri comportamenti ai giusti ritmi della natura e cioè mangia troppo, lavora troppo, dorme troppo, fa troppo sesso e, soprattutto, pensa troppo! Insomma, oltre ad essere inconsapevoli della natura di questa energia, coloro che ne abusano con un uso sconsiderato, certamente non potranno goderne pienamente né utilizzarla al meglio.

Tutto ciò è molto importante. Alla fine ci fa capire il perché noi subiamo certi effetti karmici. Non è soltanto un fatto di verità metafisica, ma è proprio una verità tangibile. Si può affermare che è un fatto lampante constatare che, quando non si ha una diretta autocoscienza, anzi proprio per il fatto di ignorare questo tipo di conoscenza, siamo sottoposti ad una forza primordiale che fa di noi quello che vuole. È una forza incontrollabile che noi chiamiamo destino, karma, volontà di Dio, o in qualsiasi altro modo tanto per scaricare la nostra diretta responsabilità individuale. O perché non siamo a conoscenza che tutto ciò che ci accade, è dovuto alla nostra ignoranza del fatto che l’energia ed il soggetto a cui accadono queste cose, sono la stessa identica entità. Ogni intenzione e reazione, ogni causa ed effetto, ogni nostro comportamento nella vita, mettono in moto piccole ruote collegate ad altrettanti ingranaggi. Dobbiamo capire che una piccola ruota, mettendo in moto grossi ingranaggi, alla fine mette in moto tutta la macchina del Karma. È per questo che, a volte, partendo da situazioni ritenute impercettibili, considerate ininfluenti, rischiamo di incappare in circostanze davvero drammatiche, se non addirittura pericolose per la nostra sopravvivenza. Comunque, grosse cause di sofferenza hanno origine da minimi desideri, innocenti gratificazioni o piccoli peccati di orgoglio e superbia.

Molte persone non si accontentano mai della loro condizione e questa continua pretesa di voler stare sempre meglio comporta, intanto, di non potersi godere pacificamente ciò che si ha, inoltre quest’ansia e questi desideri smaniosi complicano l’esistenza e innervosiscono la mente, impedendo di godere quel livello a cui, comunque, siamo giunti. Per di più, l’affanno di voler continuare la scalata al successo ed al benessere fa sciupare ancora molta più energia, che avremmo potuto benissimo utilizzare per una meditata e continua autoosservazione. Alla fin fine, la conclusione di questo discorso è che, con molta probabilità, proprio questa brama di rincorrere sempre qualcosa in più, ostacola un dosaggio misurato e proficuo della nostra energia mentale e vitale.

Quei pochi fortunati che sono riusciti nell’arduo compito di arrivare a comprendere come stanno veramente le cose e che hanno utilizzato le loro energie nel modo migliore, riceveranno il premio per i loro sforzi e la loro perspicacia. Questo premio è la convinzione e la comprensione finale che il vero miracolo non è da ricercare fuori di noi stessi. Il Vero Miracolo è ciò che noi siamo, proprio nel nostro modo di essere! Per mezzo dell’indagine e dell’autocoscienza si otterrà il potere di comprendere il funzionamento selvaggio della nostra mente, che noi ritenevamo stesse funzionando come qualcosa di creato da una Suprema Entità, mentre ora potremo capire che il Creatore è la mente stessa! Tutto ciò che sembra essere il nostro comune pensiero, il nostro rapportarci con la vita quotidiana, i nostri sentimenti ed i rapporti umani, sono funzioni extraproiettate a cui siamo assuefatti e che riteniamo ordinarie e abituali, solo perché siamo inseriti in questo meccanismo automatico provocato dalla forza dell’Illusione. Perciò, è normale che ci si trovi invischiati in questa apparente magìa, ma non è normale che non si cerchi di capirne la causa né di sviscerare l’origine e la funzione di questo apparente automatismo.

Quando ascoltiamo la musica, non possiamo impedire il funzionamento del nostro senso dell’udito, quando vediamo qualcosa, non possiamo impedirci di averne la coscienza totalmente impressionata. Ma il vero dramma è che, anziché chiederci intimamente come tutto ciò avvenga, noi ne restiamo avvinti e coinvolti e, producendo subito una sequela di pensieri conseguenziali, entriamo di getto nella relazione del contatto con ciò che sentiamo o vediamo. È il non indagare in profondità nella natura di tutto ciò, il non avere coscienza che tutto avviene come effetto karmico della nostra ignoranza metafisica, è il subire passivamente le leggi del mondo samsarico (causa ed effetto) che ci rende persone ordinarie.

Nella terminologia Zen, le persone comuni o ordinarie, sono quelle che non hanno mai sentito parlare della Dottrina del Dharma o, che anche avendone sentito parlare, non abbiano creduto alle profonde verità comunicate e che, rifiutandole, sono costrette a restare imprigionate, loro malgrado, nell’esistenza ciclica, per colpa di queste leggi del Karma di Causa ed Effetto. Chiunque invece, diventi cosciente del reale modo di esistere delle cose, compresa la sua stessa persona, grazie alla comprensione della propria mente, dei pensieri e del funzionamento dell’energia, permetterà a quell’energia di diventare ancora più potente. Pian piano, una simile persona, smetterà di funzionare come se fosse una produzione di qualcosa e diventerà autonomo regista del proprio essere, consapevole guida del proprio destino. Anziché cadere preda della vorace bocca del Karma, che ci ingoia tutti come se fossimo dei vermi, destinati a cadere in questa enorme trappola, una volta divenuti veramente consapevoli, potremo avviarci verso quella Via che ci renderà liberi.

Con la meditazione Ch’an di Autoconsapevolezza, sarà possibile riconoscere il bivio che diversifica le due strade: quella dell’Ignoranza, che porta alla sofferenza, e la Via della Saggezza che conduce verso la Liberazione e l’Illuminazione.

A tal riguardo, dobbiamo ricordare che la vista mentale è ben diversa dalla vista fisica, in quanto i ricordi di un passato ancestrale della mente non riescono a manifestarsi nella nostra coscienza attuale; essi non riescono a scalfire il buio dell’ignoranza metafisica. Solo con un perfetto sentiero di Liberazione è possibile riaccendere la luce, così da poter “ricordare” le memorie sopite della mente.

In questa circostanza, essa riconosce gli inganni della manifestazione, cioè le cose che l’hanno fatta soffrire, e cesserà quindi di attaccarsi ai desideri ed alla brama di voler tornare nell’esistenza ciclica. Perciò, se non comprendiamo la “natura” della mente, non potremo mai avere il potere di eliminare le cause della sofferenza. A nulla può servire essere scettici o dubbiosi, o addirittura increduli. Il tentativo dello struzzo, di infilare la testa nella sabbia, pur di non vedere, servirà soltanto a rimandare il problema della soluzione. Ricordiamocelo bene, come pure dobbiamo ricordare che, perfino se la vita ci piace così com’è, apparendo alla nostra mente come un miracolo da godere, il VERO MIRACOLO è conoscere sé stessi, conoscere il perché si debba approdare alla vita, in maniera da comprendere alla fine anche ciò che è collegato ad essa e che non ci piace, vale a dire la sofferenza, la vecchiaia, la morte e gli stati intermedi, con tutti gli sconosciuti misteri che, a nostra insaputa, giacciono obliati nella Mente stessa, da tempi senza inizio e senza una verificabile fine!

Fonte: http://www.centronirvana.it

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